martedì 2 dicembre 2008

CANTICO DEL POSSIBILE APPRODO



Giuseppe Vetromile, CANTICO DEL POSSIBILE APPRODO, Edizioni Scuderi, Avellino, 2005.
Prefazione di Enzo Rega. Postfazione di Armando Saveriano. Copertina di Carmina Esposito.

Un libro complesso e sapientemente costruito, questo Cantico del possibile approdo, che non nega l’urgenza di dire, semmai la pone sotto il controllo dell’arte: un testo che, pur nel forte impegno etico, si pone come letterario e non come mero pamphlet. Vetromile continua con coerenza la propria ricerca che, a partire dal 1979, ci ha consegnato almeno una quindicina di titoli. Anche qui, come altrove, ci troviamo di fronte a “un discorso poetico di ampio respiro” (Giorgio Bàrberi Squarotti), condotto con un linguaggio personale, nel quale “non manca certo la liricità”, anche se “la struttura poematica sa metterla in crisi” (Maria Grazia Lenisa).
Appunto, il controllo con il quale il poeta modula il proprio urlo d’artista.
Nel forte connubio fra impegno etico e poetico, in questo libro, forse più ancora che in altri, Vetromile si confronta con elementi, personaggi e vicende delle Scritture, cercando nella dimensione religiosa il possibile approdo che ci sottragga all’insensatezza di quel veleggiare senza ormai alcuna bussola che è diventata la nostra vita. Il poeta, per guardare dall’alto alla nostra realtà, sale, come suggerisce il sottotitolo, Poesie dal sicomoro, sulla gigantesca pianta africana, sulla quale appunto era montato l’esattore Zaccheo per vedere Cristo, prima della conversione che lo portò a spogliarsi delle ricchezze accumulate con il suo lavoro per darle ai poveri.
I riferimenti biblici fanno da controcanto ai resoconti della nostra triste e squallida quotidianità, in una interessante commistione di temi e di linguaggi, fra un codice basso della vita e un codice alto di un’altra possibile esistenza. Già all’inizio vediamo “Pietro raccogliere anime / in grembo ai grigi caseggiati”. O possiamo seguire il poeta nella sua ricerca di Dio a partire dalla cornice che inquadra i gesti quotidiani: “ché io possa fuori dal condominio cercarTi”. Leggiamo di “asfodeli bianchi” in contrapposizione a “laterizi abbandonati”, di “quartiere”, di “balconi” o di “finestrini delle auto” e di domeniche calcistiche. Tutto un armamentario lessicale della quotidianità e dell’ovvietà viene messo in campo a rappresentare l’insignificante srotolorarsi delle nostre giornate. Come accadeva ad esempio nel precedente Il vaso di Pandora, dove si delineava l’universo di un modesto impiegato alle prese con il proprio lavoro e il pendolarismo in un inferno cittadino di spazzatura e traffico i cui echi ritornano anche qui (per le code d’auto veniva lì fatto di pensare a Week-end di Jean-Luc Godard, film del 1967, in cui l’iperbole paradossale del traffico era in riferimento non ai momenti del lavoro ma, come dice il titolo, del fine settimana e del tempo libero).
Il “canto minimo” del poeta, in questo deserto della quotidianità, sa solo di “pochezze e di incertezze”, riesce a scorgere appena un “cielo contingente”. Si tratta di “frammenti di parole” che registrano lo “smembrasi dal cuore della terra”. Il linguaggio frammentato è stenografia di una straziata realtà. Dunque, accanto alla stanca ripetitività dei gesti quotidiani nei quali affogano le nostre giornate (“l’asintotico aspettare” disegna questa curva sempre uguale nel grafico della vita), Vetromile dà la stura, come nel libro precedente ricordato, al vaso di Pandora con i suoi mali: “Scorre l’acqua nei pantani dell’odio e delle guerre”. La prospettiva diventa planetaria, usciamo dal nostro condominio e dal nostro quartiere: “Chiuso in intercapedini di network / non ho che da suddividermi in bit / onde essere presente in idee e numero sull’intero globo”.
In questo trascorrere da privato a pubblico, da micro a macro-cosmo, anche per un mercatino rionale si usa il termine planetario e ipertecnologico di “rete”. E non tanto nel significato di ciò che collega, quanto piuttosto per indicare ciò che imbriglia e chiude: “Nella rete del mercatino rionale non ho trovato / smagliature per fughe oltre questo mio stare / dentro, disperato d’altre possibilità…”. Dove l’enjambement (il “dentro” posto a capo) esprime la volontà di svicolare e sottrarsi, vuoi alla piccola realtà cui nella poesia in questione più specificamente ci si riferisce, vuoi alla stessa prigione planetaria della rete – informatica e non – cui si allude.
Rinascere, quindi. E, allora, il riferimento a Nicodemo: “guida me che sono Nicodemo interrogante: con acqua / e soffio di vento mi segnavi la giusta strada per la fonte // ed io sarò di nuovo goccia d’acqua riformata, / riunita nel tuo diluvio d’amore universale”. Al fariseo Nicodemo, dottore della legge, capo dei Giudei, che lo interrogò di notte sulla rinascita, Gesù rispose. “In verità, in verità ti dico: chi non rinascerà per acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento spira dove vuole e ne senti la voce…” (su Nicodemo, vedi Giovanni, 3,1; 7,50; 19,39). Con Giuseppe di Arimatea, Nicodemo preparò il corpo di Cristo per la sepoltura. Presunto autore di un vangelo apocrifo, vi narra il processo e i dibattiti nel Sinedrio, del quale era membro, dopo la resurrezione. Questo riferimento a Nicodemo è centrale, se nei passi neotestamentari relativi si trova il riferimento al battesimo con acqua come strumento di rinascita alla vita spirituale. Vetromile insiste particolarmente sull’acqua, riprendendo, attraverso il centrale riferimento cristiano, uno dei quattro (o cinque) elementi fondamentali (acqua aria terra fuoco – e etere) delle mitologie, sia quella greca che quelle orientali: quell’acqua che per colui che viene considerato uno dei sette sapienti nonché il primo filosofo, Talete di Mileto, era l’arché di tutte le cose. L’acqua, nella quale, sul nostro pianeta, è nata la vita; quell’acqua nella quale, nel grembo materno, viviamo prima della nascita.
Dalla condensazione di questi riferimenti, Vetromile trae spunto per la creazione del proprio mito della rinascita, quello di una “partenza nuova”, che ci porti finalmente a un approdo sicuro, e che ci impedisca di dire: Com’è lontana Gerusalemme, come invece recitava il titolo di una sua raccolta del 1996 (anche lì alla base un mito giudaico-cristiano, ma ricordiamo che quella città è anche una capitale arabo-musulmana, riunendo – o talvolta dividendo – le tre grandi religioni monoteiste). A Dio quindi si chiede di “Darci un segno, una parola, una formula finale… Darci una luce sui pantani”. Tale parola non è facile ascoltarla e metterla in pratica: “Ma la nostra pesantezza qui ci àncora sul masso…”. Occorre allora ricordare anche il miracolo di Lazzaro, richiamato in vita dalla parola di Cristo, Lazzaro di nuovo “Vivo. Come una stella rigenerata”.
Al “bailamme delle communications”, a quella che molti anni addietro un filosofo tedesco chiamava chiacchiera quotidiana, vanno sostituiti “silenzi colmi di preghiera” o una “parola santa”. Se la seconda poesia della raccolta è intitolata Mattutino (a indicare i momenti delle pratiche religiose; un’altra è intitolata Compieta, con riferimento all’ultimo degli uffici religiosi che chiude la giornata liturgica, con preghiera e confessione delle colpe), l’ultima è Verso l’oriente: guardando e andando dunque nella direzione in cui sorge il sole, da cui comincia la giornata. Qui incontriamo Saulo sulla via di Damasco, per una nuova Pasqua nella quale tornare nudi alla vita: “ma nella Pasqua non v’è vestiario, non occorre altro indumento se non la forza / di andare: di morte in morte, di vita in vita”.
Questa parola nuova, in un colloquio continuo con la persona amata (“mia cara”), spetta anche al poeta, “perduto anacronista”, coglierla e restituirla. Ciò che viene tentato in questo libro, dove toni crepuscolari e dolenti, passando attraverso il caos del mondo tardo-industriale, post-moderno e iper-tecnologico, nel confronto desueto con i testi sacri, si dispiegano in un discorso che cerca nella luce delle origini il porto da ritrovare, verso cui fare rotta e a cui finalmente approdare. Perciò l’oriente è il compimento del percorso, ciò che ridà senso ai nostri passi, ciò che ne orienta il senso di marcia. C’è oggi anche una filosofia laica – ma non laicista – che riconosce, anche da parte di non credenti, la legittimità di una riflessione sulla trascendenza che individui, oltre questo mondo, la possibilità di un mondo diverso da quello nel quale siamo gettati, perché questo non ci sembri, con i suoi orrori, inevitabile, immutabile e quindi non più redimibile.

Enzo Rega (Prefazione)

Note di critica:

La sua è una poesia permeata di uno spirito religioso profondo, niente affatto alla moda, e questo la fa apparire fin da subito una poesia che occorre meditare. Il lessico mi sembra sostenere senza sforzo ma anzi con grande adeguatezza un simile impegno. Siamo dunque lontani, per nostra fortuna, da quel tipo di poesia egomane oggi circolante con tanta malagrazia.
Giampiero Neri

Il suo poema, costruito così sapientemente nel ritmo ampio e solenne che è tipicamente suo e arieggia l'andamento biblico, è davvero bellissimo: ha ricreato la poesia del sacro, rinnovando nell'attualità eventi, situazioni, personaggi del Nuovo Testamento (ma anche dell'Antico) e, al tempo stesso, ha rinfrescato mirabilmente paesaggi, stagioni, occasioni della vita, che si trasfigurano subito in emblemi decisivi ed esemplari.
Giorgio Bàrberi Squarotti

Il suo volume sorprende per la sofferta ricerca spirituale espressa lungo un viaggio poetico popolato di transiti segreti di fronte ad una quotidianità, effimera e marginale.
Lei ci ha abituati da anni ad una poesia nella quale l'omogeneità del significato costituisce la cifra costante di un percorso umbratile e luminescente, sotterraneo e liberatorio, per scindere il dubbio dall'umile certezza. Tutto questo si trova nel volume "Cantico del possibile approdo, poesie dal sicomoro": una vera e propria biografia umana e culturale, realizzata con similitudini e contrapposizioni. Poesia, senza dubbio, riflessiva e anacoretica, vivificata dagli impulsi della coscienza e da una linea sinceramente fideistica. E qui bisognerà anche rilevare la forza figurativa con la quale si formalizzano i testi, che sembrano epistole poetiche indirizzate oltre l'effimero. Ciò potrebbe sembrare un rischio o un azzardo in tempi di negazione nicciana; eppure non si può negare che questo suo viaggio, à rebours verso l'Oriente, abbia momenti di forte fascino e suggestione.
Mario M. Gabriele
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Cantico del possibile approdo

Ai giorni del possibile approdo,
alleluia.

Gaudio del confine valicato oltre i gradini della notte,
attento ai soffi, ascoltando Pietro raccogliere anime
in grembo ai grigi caseggiati, depurarle
e poi diffonderle pietre nel creato,
movibili per fede stentorea,
affamate di dinamica luce,
alleluia.

Mi si doni o buon Padre samaritano
la speranza delle tue mani tese ai crocicchi
scendendo giù lungo i giorni degli ennesimi
annuali rivedersi agli scranni del mestiere,
indebiti e slacciati come falsi imbonitori.
Mi si doni vigore e abbrivio per l’altro viaggio,
all’allegria del possibile Dio mio,
alleluia.

Mi si metta un sole tra le braccia,
ché io possa fuori dal condominio cercarTi
nell’oscuro sottoscala dove io tremo o mio Signore
nel vedere così abbandonato nel lontano cielo
le perdute perle dell’amore
racimolato lungo la via dei giorni secchi
vissuti a gustare il sapore grasso dei contorni:
ai giorni della possibile avventura,
alleluia.

Ai giorni del possibile nome nuovo,
alleluia:
per non nominarTi invano come ora,
sostegno improduttivo alle mie parole lorde,
canto il silenzio delle nuvole bianche
sopra la polvere dei sì,
diffusa dai martiri nelle antiche e nuove arene
o sopra il grigio odierno dei raffermi
avvelenati da sé per la grande carne
che mai si sazia…

Ai giorni del possibile impossibile Dio mio,
alleluia.
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Risveglio


Tu vuoi inseguire la parola del sogno invertebrato,
scevro d’ogni ragione e condimento di materia, evanescente:
al mattino hai risvegli sfumati e languidi sul sussidio d’un primo
raggio di sole, e ti resta nelle mani una preghiera interminata,
un cuore ancora aperto a raccogliere favole e incantesimi fatati.
Nei tuoi occhi già risplende un barlume d’amore,
la voglia d’avventura lungo il dedalo dei sì e dei no ripetitivi…
Ma hai luci sghimbescie, di traverso, dal fornello di cucina
fino all’angolo del letto: tragiche, nello scuoterti di dosso
la nuvola d’ovatta che ti prese lungo il silenzio della notte!

Di me e del mondo hai immagini di repertorio, solo scene:
né nuove né vecchie in questo telefilm di quotidiana rappresentazione.

Vedi: non è che un mondo senza sogni e senza fiabe, questo durare così
nel giorno come un automa, pronto a compiacere il fato, a divertire
la macchina che trascina la tua bocca e le tue mani
fino al culmine delle ore, qui, su questa breve pellicola di terra.

Ma tu ancora vuoi inseguire parole dal limbo scaturite, che non sanno
di che razza è questa carne, questo pensiero, questo contagio,
questo ingranaggio che ti porta alla dissipazione … E non saprai, tu,
giunto sull’orlo della notte – quanto mai impreparato a raccogliere
fiori di morte – cos’altro inseguire domani dopo il risveglio

se non l’incommensurabile follia del tempo che declina.
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Sul sicomoro, atto II°
(nel quartiere dei qualunque)


Qui, col ventre fracco e gli occhi bassi sulla terra,
fra le pietre certe del tempo, incredulo,
stando a vedere, stando a sentire.

<>

E tu, ingordo Zaccheo, incapace di udire altro,
godi al solo tintinnio del tuo tesoro,
contando e ricontando ad una ad una
le monete del tuo giorno mangereccio. Tu,
placido e contentabile di poco pane
– purché continuo e ben dosato –
e con un largo pomeriggio disponibile
di pantofole e vestaglia. Non udrai mai
i passi della tua morte sul pianerottolo,
e neanche ti chiedi quanto lontana
o vicina ora sia.

<>

Raccogli i tuoi dati in fretta, o tecnico Zaccheo.
Sai che la vita è un giro d’affari, buono ad ingrossare
occhi e tasche (il cuore hai chiuso in una bisca).
E che altro potresti desiderare
in questo stabile regolare paradiso condominiale?

<>

Salirai ancora sul sicomoro, o curioso Zaccheo,
per vedere meglio cosa sia questa voce e questa luce
che rompe l’ordine del mondo e la quiete,
regalando alternative, amore e nuova vita
a destra e a manca, qui nel quartiere dei qualunque?…
-----
Del che rimasi attonito

Del che rimasi attonito, rimettendo ogni cosa nel cassetto.
Nascosi pure l’alba imminente, uno stuolo di grilli
all’arrembaggio del mattino, così, tanto per abitudine.

Il grasso sole spuntò da dietro i fumi d’ottano e l’immondizia
del quartiere si sublimò in tremore di cielo, quando
il cielo fosse stato d’un inutile celeste. A picco sul giorno
avvenne una meteora di folla saliente sugli autobus
della fabbrica, lontano dai girasoli e dalle fontane di porfido
rosa. Nella mente già acuiva il senso di rilascio, ma
l’abbecedario recitava termini perentori: così va il mondo,
e la sequela di parole al vento non ha che un termine

nella morte dell’orologio appeso in cucina.

Andai oltre i lucernari, a vedere stelle come muovevano
il creato, a sentire una fantasia di folletti in guardinga
processione, perché non procurassero disturbi ai paralleli
mondi della serietà in giacca e cravatta (professori
non hanno mai detto niente del sottobosco!). Poi

Orfeo mi tenne le braccia alzate, ricordandomi che
non si può dormire se non morendo, andando via da
questa terra.
Del che

rimasi a gozzovigliare, ignorando il tempo e la morte
che si accavallavano intransigenti. Non volli neanche
sognare (e sì che ce n’era bisogno!): ma nessuna materia
– mi dissi – sarà mai più forte di questo neurone
creato dalla madrepatria (che fu, in origine, un atto
nell’inventario dell’universo), e così debbo resistere.

La morte mi tenne le braccia alzate, la vita del mattino
mi socchiuse in faccia la porta del tempio: che si dica
– mi fecero capire – sempre disponibile ogni traccia
di mistero, lì, sulla pista verso Gerusalemme nuova,

per non annullare la credenza. Cresco senza sapere:
ora è il martirio, ora è la baldanza:
del che,

mi lasciai andare oltre la casa, oltre il vento, oltre
ogni im/possibile speranza.

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Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti

Si tratta di una raccolta omogenea di 15 racconti: "15 storie di perdenti e delle loro ossessioni. Come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali..."

La galleria di personaggi che anima questa raccolta sfila davanti a noi come foto segnaletiche dell’assurda lotteria del vivere. Siamo tutti un po’ pendolari, e l’abitudine ci è di conforto. I soliti passi. Le solite cose. Ma poi ecco che il destino, per analogia o per contrappasso, squaderna le sue carte, e d’un tratto ogni certezza si dissolve. Chi sono i perdenti protagonisti di questa raccolta? Forse l’altra faccia di un’unica medaglia che rimanda al generale nonsense della vita. Tutto è pura illusione. E nel nostro percepire il mondo basterebbe un nulla per essere vincenti o sconfitti. Nello sguardo limitato di esseri imperfetti nelle anse di un oscuro fiume che tutto trasporta, e del cui definitivo approdo nulla sappiamo. Ma è anche questo il fascino dell’inganno. E questi racconti sono lo specchio infedele del paradosso, unica verità possibile in una realtà inafferrabile e sfuggente. (Dalla quarta di copertina, di Nando Vitali).



"Come già nella variegata e complessa poesia di fabbrica, anche nei racconti il Vetromile si approccia ad un’umanità che passa sul palcoscenico del vissuto senza lasciare orma di sé. L’intento è far convergere l’attenzione del lettore su una particolare categoria di perdenti, vittime delle loro fisime, schiacciati dall’asocialità, spersonalizzati dall’autoemarginazione che azzera finanche l’affetto per i propri cari, costretti ad una sudditanza da alienati. La paranoia della precisione meticolosa, delle giornate scandite sul battito dei minuti secondi, della raccolta dei punti che omaggiano con prodotti di qualità, sono proiezioni di un contesto situazionale scialbo, incolore, senza riflettori e luci di ribalte. Da esso non si estranea il panorama letterario, pulsione del mito della Sehnsucht e degli aspetti più sconcertanti di una realtà sotterranea, impalpabile, impercettibile come quella personificata dai perdenti vetromiliani, sicuri e a loro agio nella bambagia della casa."



(Dalla prefazione di Anna Gertrude Pessina).



E' possibile ordinare il libro direttamente all'editore o tramite internet (per esempio su: http://www.ibs.it/code/9788895233468/vetromile-giuseppe/signor-cindramo-e-altri.html)

Aldo Gioia legge "Divieto di sosta a mezzocammino"

Notte di lettura a Sant'Anastasia

"Cultura a colori", trasmissione del 19/10/12. Tra gli ospiti: G. Vetromile

Cultura a Colori, 9a. puntata

Le traduzioni in spagnolo dei libri "Cantico del possibile approdo" e "Ritratti in lavorazione", eseguite dalla poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.

La traduzione in spagnolo del libro "Cantico del possibile approdo"

La traduzione in spagnolo del libro "Ritratti in lavorazione"

Liberi in Poesia. L'attore Aldo Spina egge un testo di G. Vetromile

Il video della presentazione del libro "Il signor Attilio Cindramo" alla Treves



Napolitano e Vetromile nella Libreria di Margherita a Formia, il 6 maggio 2010

"La Rocciapoesia 2", Pratella, 27 ottobre 2012

Pontremoli 17/10/2010: Cerimonia di premiazione "Poetica dei muri"

Ceccano, 18 giugno 2010: Premio di Poesia Carmelina Spada

Ceccano, 18 giugno 2010. Liceo scientifico della città ciociara. Lettura e critica della poesia terza classificata, di Giuseppe Vetromile, alla cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia "Carmelina Spada" - III° Edizione ANNO 2010 - organizzato dall'associazione culturale "Fabraterni" di Ceccano.



Premio di Poesia "Carmelina Spada", Ceccano, 18 giugno 2010

La recensione di Anna Gertrude Pessina per "Inventari apocrifi", su Literary 9/09

I risultati della IV Edizione del Premio "Coniugi Boccaccio", di Grillano, Ovada (AL)

PRIMI TRE CLASSIFICATI:

1) "Ho romanzi ancora chiusi a Cadenabbia", di Giuseppe Vetromile, Madonna dell' Arco (NA)
2) "La mia terra", di Bruno Bianco, Montegrosso d' Asti (AT)
3) "La mia Lunigiana" di Paolo Pietrini, La Spezia.
Dal 4 al 20° posto ad ex aequo:
"Vechia Calabria" di De Rosa Antonio, Morano Calabro (CS);
"Una passeggiata in fortezza prima di cena", di Claudio Marini, Grotte di Castro (VT);
"Resurrezione" di Moreno Marani, Torgiano (PG);
"Preghiera" di Giuseppina Fazio, Lanciano(CH);
"Risonanze" di Roberto Borghetti, Ancona;
"Prova a volare" di Fabiola Ballini, Verona;
"Il Cortile" di Federica Galli, Reggio Emilia;
"L' ippocastano della bambina" di Tiziana Monari, Prato;
"Tracce (S.Maria Staffora) " di Claudio Bianchi, Torrazza Coste (PV);
"Treccia degli elfi nel fuoco dei camini" di Paolo Ottaviani , Perugia;
"All' amato fiume" d Ludovica Mazzuccato, S.Martino di Venezze (RO);
"E torna il pensiero a una terra" di Loriana Capecchi, Quarrata (PT);
"Sino al tramonto" di Manuela Capri, Crevalcore (BO);
"La solitudine dai silenzi sbagliati" di Gloria Venturini, Lendinara (RO);
"Fragole con panna" di Leonardi Simona, Seravezza (LU);
"Paese" di Francesca Desirello De Rossi , Serravalle Scrivia (AL);
"Rondini sull' altopiano: a Mario Rigoni Stern" di Giorgio Baro, Torino.

La cerimonia di premiazione si è svolta a Grillano, frazione di Ovada (Al), venerdì 7 agosto 2009

L'intervista pubblicata su "Il mediano"

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Da Napoli / Verso

“DA NAPOLI / VERSO”, Edizioni Kairòs, Napoli, 2007

Una nuova e interessante antologia di poeti napoletani.

Si è svolta il 31 maggio 2007, presso la rinomata Saletta Rossa della Libreria Guida a Port’Alba di Napoli, la presentazione di una interessante antologia poetica, dal titolo veramente indovinato: “Da Napoli, Verso”, edita da Kairòs Editore di Napoli. Il titolo, dicevamo, è appropriato, in quanto si tratta di un “Almanacco” di poesia contemporanea, più che di un’antologia, che però ha il pregio di “partire” da un gruppo di poeti, per lo più napoletani (da Napoli…), tra i quali alcuni di comprovata levatura letteraria e poetica nazionale, e di “andare” verso (e qui il termine “verso”, come ha affermato in apertura uno dei relatori, Ciro Vitiello, può essere inteso sia come sostantivo, indicante il verso delle poesie, sia come avverbio, indicante la ricerca e l’apertura “verso” altri e nuovi spazi poetici, specialmente giovanili).
L’iniziativa, progettata dal noto poeta e medico napoletano Antonio Spagnuolo, e dal poeta Stelvio Di Spigno, dottore in ricerca di Letteratura italiana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, è stata alla fine realizzata con successo dall’Editore Kairòs di Napoli, che ha iniziato così una nuova collana di poesia, “Lo schermo d’ingegno”, bene inserita nella sua già vasta produzione editoriale di saggistica e di narrativa (si consultino a questo proposito i siti www.edizionikairos.com e www.napoliontheroad.it). In effetti tutti i meriti vanno agli ideatori del progetto e all’editore, in quanto pubblicare un libro antologico di poesie è un’impresa alquanto coraggiosa, in questi tempi in cui molto si scrive di poesia (e spesso di dubbia qualità), ed inoltre pochissimo si legge, e molto di meno si legge poesia. Ma l’iniziativa è senz’altro encomiabile, dicevamo, se vuole essere davvero “un punto di partenza” e di aggregazione, magari un confronto generazionale tra poeti bravi ed affermati e poeti giovani e giovanissimi dotati di ottimo talento poetico, e che quindi vanno senz’altro seguiti ed incoraggiati.
L’Antologia è stata divisa in due parti, anche se organicamente essa si presenta compatta e coerente agli obiettivi di originalità e di impegno al rinnovamento da parte degli Autori partecipanti. Nella prima parte, curata dall’ottimo Antonio Spagnuolo ed intitolata “L’antefatto”, quasi a voler porre un sostanziale punto fermo sulla attuale poesia napoletana, punto dal quale poi “partirà” tutta una ricerca successiva, figurano i poeti: Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, lo stesso Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello. Nella seconda parte, intitolata “La scena del presente e del possibile”, curata con una precisa selezione di autori dal poeta Stelvio Di Spigno, sono compresi giovani poeti ma anche nomi già affermati e validi, come Domenico Cipriano, Carlangelo Mauro e lo stesso Stelvio Di Spigno. Accanto a loro troviamo Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Prisco De Vivo, Francesco Filia, Mario Fresa, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Perciaccante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni e Francesco Maria Tipaldi.
Ciascun poeta ha avuto il suo spazio congruo, mediamente 6, 7 pagine, con breve nota biobibliografica alla fine.
Una mappa generazionale piuttosto completa e di qualità, un lavoro che merita la giusta diffusione non solo negli ambienti già usi alla particolare fruizione poetica, ma anche negli ambiti scolastici e della cultura letteraria nazionale.

Giuseppe Vetromile
1/6/2007

Le foto di "M'illumino di meno / M'illumino d'immneso: Libreria Treves, 13 febbraio 2010