
Giuseppe Vetromile, CANTICO DEL POSSIBILE APPRODO, Edizioni Scuderi, Avellino, 2005.
Prefazione di Enzo Rega. Postfazione di Armando Saveriano. Copertina di Carmina Esposito.
Un libro complesso e sapientemente costruito, questo Cantico del possibile approdo, che non nega l’urgenza di dire, semmai la pone sotto il controllo dell’arte: un testo che, pur nel forte impegno etico, si pone come letterario e non come mero pamphlet. Vetromile continua con coerenza la propria ricerca che, a partire dal 1979, ci ha consegnato almeno una quindicina di titoli. Anche qui, come altrove, ci troviamo di fronte a “un discorso poetico di ampio respiro” (Giorgio Bàrberi Squarotti), condotto con un linguaggio personale, nel quale “non manca certo la liricità”, anche se “la struttura poematica sa metterla in crisi” (Maria Grazia Lenisa).
Appunto, il controllo con il quale il poeta modula il proprio urlo d’artista.
Nel forte connubio fra impegno etico e poetico, in questo libro, forse più ancora che in altri, Vetromile si confronta con elementi, personaggi e vicende delle Scritture, cercando nella dimensione religiosa il possibile approdo che ci sottragga all’insensatezza di quel veleggiare senza ormai alcuna bussola che è diventata la nostra vita. Il poeta, per guardare dall’alto alla nostra realtà, sale, come suggerisce il sottotitolo, Poesie dal sicomoro, sulla gigantesca pianta africana, sulla quale appunto era montato l’esattore Zaccheo per vedere Cristo, prima della conversione che lo portò a spogliarsi delle ricchezze accumulate con il suo lavoro per darle ai poveri.
I riferimenti biblici fanno da controcanto ai resoconti della nostra triste e squallida quotidianità, in una interessante commistione di temi e di linguaggi, fra un codice basso della vita e un codice alto di un’altra possibile esistenza. Già all’inizio vediamo “Pietro raccogliere anime / in grembo ai grigi caseggiati”. O possiamo seguire il poeta nella sua ricerca di Dio a partire dalla cornice che inquadra i gesti quotidiani: “ché io possa fuori dal condominio cercarTi”. Leggiamo di “asfodeli bianchi” in contrapposizione a “laterizi abbandonati”, di “quartiere”, di “balconi” o di “finestrini delle auto” e di domeniche calcistiche. Tutto un armamentario lessicale della quotidianità e dell’ovvietà viene messo in campo a rappresentare l’insignificante srotolorarsi delle nostre giornate. Come accadeva ad esempio nel precedente Il vaso di Pandora, dove si delineava l’universo di un modesto impiegato alle prese con il proprio lavoro e il pendolarismo in un inferno cittadino di spazzatura e traffico i cui echi ritornano anche qui (per le code d’auto veniva lì fatto di pensare a Week-end di Jean-Luc Godard, film del 1967, in cui l’iperbole paradossale del traffico era in riferimento non ai momenti del lavoro ma, come dice il titolo, del fine settimana e del tempo libero).
Il “canto minimo” del poeta, in questo deserto della quotidianità, sa solo di “pochezze e di incertezze”, riesce a scorgere appena un “cielo contingente”. Si tratta di “frammenti di parole” che registrano lo “smembrasi dal cuore della terra”. Il linguaggio frammentato è stenografia di una straziata realtà. Dunque, accanto alla stanca ripetitività dei gesti quotidiani nei quali affogano le nostre giornate (“l’asintotico aspettare” disegna questa curva sempre uguale nel grafico della vita), Vetromile dà la stura, come nel libro precedente ricordato, al vaso di Pandora con i suoi mali: “Scorre l’acqua nei pantani dell’odio e delle guerre”. La prospettiva diventa planetaria, usciamo dal nostro condominio e dal nostro quartiere: “Chiuso in intercapedini di network / non ho che da suddividermi in bit / onde essere presente in idee e numero sull’intero globo”.
In questo trascorrere da privato a pubblico, da micro a macro-cosmo, anche per un mercatino rionale si usa il termine planetario e ipertecnologico di “rete”. E non tanto nel significato di ciò che collega, quanto piuttosto per indicare ciò che imbriglia e chiude: “Nella rete del mercatino rionale non ho trovato / smagliature per fughe oltre questo mio stare / dentro, disperato d’altre possibilità…”. Dove l’enjambement (il “dentro” posto a capo) esprime la volontà di svicolare e sottrarsi, vuoi alla piccola realtà cui nella poesia in questione più specificamente ci si riferisce, vuoi alla stessa prigione planetaria della rete – informatica e non – cui si allude.
Rinascere, quindi. E, allora, il riferimento a Nicodemo: “guida me che sono Nicodemo interrogante: con acqua / e soffio di vento mi segnavi la giusta strada per la fonte // ed io sarò di nuovo goccia d’acqua riformata, / riunita nel tuo diluvio d’amore universale”. Al fariseo Nicodemo, dottore della legge, capo dei Giudei, che lo interrogò di notte sulla rinascita, Gesù rispose. “In verità, in verità ti dico: chi non rinascerà per acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento spira dove vuole e ne senti la voce…” (su Nicodemo, vedi Giovanni, 3,1; 7,50; 19,39). Con Giuseppe di Arimatea, Nicodemo preparò il corpo di Cristo per la sepoltura. Presunto autore di un vangelo apocrifo, vi narra il processo e i dibattiti nel Sinedrio, del quale era membro, dopo la resurrezione. Questo riferimento a Nicodemo è centrale, se nei passi neotestamentari relativi si trova il riferimento al battesimo con acqua come strumento di rinascita alla vita spirituale. Vetromile insiste particolarmente sull’acqua, riprendendo, attraverso il centrale riferimento cristiano, uno dei quattro (o cinque) elementi fondamentali (acqua aria terra fuoco – e etere) delle mitologie, sia quella greca che quelle orientali: quell’acqua che per colui che viene considerato uno dei sette sapienti nonché il primo filosofo, Talete di Mileto, era l’arché di tutte le cose. L’acqua, nella quale, sul nostro pianeta, è nata la vita; quell’acqua nella quale, nel grembo materno, viviamo prima della nascita.
Dalla condensazione di questi riferimenti, Vetromile trae spunto per la creazione del proprio mito della rinascita, quello di una “partenza nuova”, che ci porti finalmente a un approdo sicuro, e che ci impedisca di dire: Com’è lontana Gerusalemme, come invece recitava il titolo di una sua raccolta del 1996 (anche lì alla base un mito giudaico-cristiano, ma ricordiamo che quella città è anche una capitale arabo-musulmana, riunendo – o talvolta dividendo – le tre grandi religioni monoteiste). A Dio quindi si chiede di “Darci un segno, una parola, una formula finale… Darci una luce sui pantani”. Tale parola non è facile ascoltarla e metterla in pratica: “Ma la nostra pesantezza qui ci àncora sul masso…”. Occorre allora ricordare anche il miracolo di Lazzaro, richiamato in vita dalla parola di Cristo, Lazzaro di nuovo “Vivo. Come una stella rigenerata”.
Al “bailamme delle communications”, a quella che molti anni addietro un filosofo tedesco chiamava chiacchiera quotidiana, vanno sostituiti “silenzi colmi di preghiera” o una “parola santa”. Se la seconda poesia della raccolta è intitolata Mattutino (a indicare i momenti delle pratiche religiose; un’altra è intitolata Compieta, con riferimento all’ultimo degli uffici religiosi che chiude la giornata liturgica, con preghiera e confessione delle colpe), l’ultima è Verso l’oriente: guardando e andando dunque nella direzione in cui sorge il sole, da cui comincia la giornata. Qui incontriamo Saulo sulla via di Damasco, per una nuova Pasqua nella quale tornare nudi alla vita: “ma nella Pasqua non v’è vestiario, non occorre altro indumento se non la forza / di andare: di morte in morte, di vita in vita”.
Questa parola nuova, in un colloquio continuo con la persona amata (“mia cara”), spetta anche al poeta, “perduto anacronista”, coglierla e restituirla. Ciò che viene tentato in questo libro, dove toni crepuscolari e dolenti, passando attraverso il caos del mondo tardo-industriale, post-moderno e iper-tecnologico, nel confronto desueto con i testi sacri, si dispiegano in un discorso che cerca nella luce delle origini il porto da ritrovare, verso cui fare rotta e a cui finalmente approdare. Perciò l’oriente è il compimento del percorso, ciò che ridà senso ai nostri passi, ciò che ne orienta il senso di marcia. C’è oggi anche una filosofia laica – ma non laicista – che riconosce, anche da parte di non credenti, la legittimità di una riflessione sulla trascendenza che individui, oltre questo mondo, la possibilità di un mondo diverso da quello nel quale siamo gettati, perché questo non ci sembri, con i suoi orrori, inevitabile, immutabile e quindi non più redimibile.
Enzo Rega (Prefazione)
Note di critica:
La sua è una poesia permeata di uno spirito religioso profondo, niente affatto alla moda, e questo la fa apparire fin da subito una poesia che occorre meditare. Il lessico mi sembra sostenere senza sforzo ma anzi con grande adeguatezza un simile impegno. Siamo dunque lontani, per nostra fortuna, da quel tipo di poesia egomane oggi circolante con tanta malagrazia.
Giampiero Neri
Il suo poema, costruito così sapientemente nel ritmo ampio e solenne che è tipicamente suo e arieggia l'andamento biblico, è davvero bellissimo: ha ricreato la poesia del sacro, rinnovando nell'attualità eventi, situazioni, personaggi del Nuovo Testamento (ma anche dell'Antico) e, al tempo stesso, ha rinfrescato mirabilmente paesaggi, stagioni, occasioni della vita, che si trasfigurano subito in emblemi decisivi ed esemplari.
Giorgio Bàrberi Squarotti
Il suo volume sorprende per la sofferta ricerca spirituale espressa lungo un viaggio poetico popolato di transiti segreti di fronte ad una quotidianità, effimera e marginale.
Lei ci ha abituati da anni ad una poesia nella quale l'omogeneità del significato costituisce la cifra costante di un percorso umbratile e luminescente, sotterraneo e liberatorio, per scindere il dubbio dall'umile certezza. Tutto questo si trova nel volume "Cantico del possibile approdo, poesie dal sicomoro": una vera e propria biografia umana e culturale, realizzata con similitudini e contrapposizioni. Poesia, senza dubbio, riflessiva e anacoretica, vivificata dagli impulsi della coscienza e da una linea sinceramente fideistica. E qui bisognerà anche rilevare la forza figurativa con la quale si formalizzano i testi, che sembrano epistole poetiche indirizzate oltre l'effimero. Ciò potrebbe sembrare un rischio o un azzardo in tempi di negazione nicciana; eppure non si può negare che questo suo viaggio, à rebours verso l'Oriente, abbia momenti di forte fascino e suggestione.
Mario M. Gabriele
Il “canto minimo” del poeta, in questo deserto della quotidianità, sa solo di “pochezze e di incertezze”, riesce a scorgere appena un “cielo contingente”. Si tratta di “frammenti di parole” che registrano lo “smembrasi dal cuore della terra”. Il linguaggio frammentato è stenografia di una straziata realtà. Dunque, accanto alla stanca ripetitività dei gesti quotidiani nei quali affogano le nostre giornate (“l’asintotico aspettare” disegna questa curva sempre uguale nel grafico della vita), Vetromile dà la stura, come nel libro precedente ricordato, al vaso di Pandora con i suoi mali: “Scorre l’acqua nei pantani dell’odio e delle guerre”. La prospettiva diventa planetaria, usciamo dal nostro condominio e dal nostro quartiere: “Chiuso in intercapedini di network / non ho che da suddividermi in bit / onde essere presente in idee e numero sull’intero globo”.
In questo trascorrere da privato a pubblico, da micro a macro-cosmo, anche per un mercatino rionale si usa il termine planetario e ipertecnologico di “rete”. E non tanto nel significato di ciò che collega, quanto piuttosto per indicare ciò che imbriglia e chiude: “Nella rete del mercatino rionale non ho trovato / smagliature per fughe oltre questo mio stare / dentro, disperato d’altre possibilità…”. Dove l’enjambement (il “dentro” posto a capo) esprime la volontà di svicolare e sottrarsi, vuoi alla piccola realtà cui nella poesia in questione più specificamente ci si riferisce, vuoi alla stessa prigione planetaria della rete – informatica e non – cui si allude.
Rinascere, quindi. E, allora, il riferimento a Nicodemo: “guida me che sono Nicodemo interrogante: con acqua / e soffio di vento mi segnavi la giusta strada per la fonte // ed io sarò di nuovo goccia d’acqua riformata, / riunita nel tuo diluvio d’amore universale”. Al fariseo Nicodemo, dottore della legge, capo dei Giudei, che lo interrogò di notte sulla rinascita, Gesù rispose. “In verità, in verità ti dico: chi non rinascerà per acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento spira dove vuole e ne senti la voce…” (su Nicodemo, vedi Giovanni, 3,1; 7,50; 19,39). Con Giuseppe di Arimatea, Nicodemo preparò il corpo di Cristo per la sepoltura. Presunto autore di un vangelo apocrifo, vi narra il processo e i dibattiti nel Sinedrio, del quale era membro, dopo la resurrezione. Questo riferimento a Nicodemo è centrale, se nei passi neotestamentari relativi si trova il riferimento al battesimo con acqua come strumento di rinascita alla vita spirituale. Vetromile insiste particolarmente sull’acqua, riprendendo, attraverso il centrale riferimento cristiano, uno dei quattro (o cinque) elementi fondamentali (acqua aria terra fuoco – e etere) delle mitologie, sia quella greca che quelle orientali: quell’acqua che per colui che viene considerato uno dei sette sapienti nonché il primo filosofo, Talete di Mileto, era l’arché di tutte le cose. L’acqua, nella quale, sul nostro pianeta, è nata la vita; quell’acqua nella quale, nel grembo materno, viviamo prima della nascita.
Dalla condensazione di questi riferimenti, Vetromile trae spunto per la creazione del proprio mito della rinascita, quello di una “partenza nuova”, che ci porti finalmente a un approdo sicuro, e che ci impedisca di dire: Com’è lontana Gerusalemme, come invece recitava il titolo di una sua raccolta del 1996 (anche lì alla base un mito giudaico-cristiano, ma ricordiamo che quella città è anche una capitale arabo-musulmana, riunendo – o talvolta dividendo – le tre grandi religioni monoteiste). A Dio quindi si chiede di “Darci un segno, una parola, una formula finale… Darci una luce sui pantani”. Tale parola non è facile ascoltarla e metterla in pratica: “Ma la nostra pesantezza qui ci àncora sul masso…”. Occorre allora ricordare anche il miracolo di Lazzaro, richiamato in vita dalla parola di Cristo, Lazzaro di nuovo “Vivo. Come una stella rigenerata”.
Al “bailamme delle communications”, a quella che molti anni addietro un filosofo tedesco chiamava chiacchiera quotidiana, vanno sostituiti “silenzi colmi di preghiera” o una “parola santa”. Se la seconda poesia della raccolta è intitolata Mattutino (a indicare i momenti delle pratiche religiose; un’altra è intitolata Compieta, con riferimento all’ultimo degli uffici religiosi che chiude la giornata liturgica, con preghiera e confessione delle colpe), l’ultima è Verso l’oriente: guardando e andando dunque nella direzione in cui sorge il sole, da cui comincia la giornata. Qui incontriamo Saulo sulla via di Damasco, per una nuova Pasqua nella quale tornare nudi alla vita: “ma nella Pasqua non v’è vestiario, non occorre altro indumento se non la forza / di andare: di morte in morte, di vita in vita”.
Questa parola nuova, in un colloquio continuo con la persona amata (“mia cara”), spetta anche al poeta, “perduto anacronista”, coglierla e restituirla. Ciò che viene tentato in questo libro, dove toni crepuscolari e dolenti, passando attraverso il caos del mondo tardo-industriale, post-moderno e iper-tecnologico, nel confronto desueto con i testi sacri, si dispiegano in un discorso che cerca nella luce delle origini il porto da ritrovare, verso cui fare rotta e a cui finalmente approdare. Perciò l’oriente è il compimento del percorso, ciò che ridà senso ai nostri passi, ciò che ne orienta il senso di marcia. C’è oggi anche una filosofia laica – ma non laicista – che riconosce, anche da parte di non credenti, la legittimità di una riflessione sulla trascendenza che individui, oltre questo mondo, la possibilità di un mondo diverso da quello nel quale siamo gettati, perché questo non ci sembri, con i suoi orrori, inevitabile, immutabile e quindi non più redimibile.
Enzo Rega (Prefazione)
Note di critica:
La sua è una poesia permeata di uno spirito religioso profondo, niente affatto alla moda, e questo la fa apparire fin da subito una poesia che occorre meditare. Il lessico mi sembra sostenere senza sforzo ma anzi con grande adeguatezza un simile impegno. Siamo dunque lontani, per nostra fortuna, da quel tipo di poesia egomane oggi circolante con tanta malagrazia.
Giampiero Neri
Il suo poema, costruito così sapientemente nel ritmo ampio e solenne che è tipicamente suo e arieggia l'andamento biblico, è davvero bellissimo: ha ricreato la poesia del sacro, rinnovando nell'attualità eventi, situazioni, personaggi del Nuovo Testamento (ma anche dell'Antico) e, al tempo stesso, ha rinfrescato mirabilmente paesaggi, stagioni, occasioni della vita, che si trasfigurano subito in emblemi decisivi ed esemplari.
Giorgio Bàrberi Squarotti
Il suo volume sorprende per la sofferta ricerca spirituale espressa lungo un viaggio poetico popolato di transiti segreti di fronte ad una quotidianità, effimera e marginale.
Lei ci ha abituati da anni ad una poesia nella quale l'omogeneità del significato costituisce la cifra costante di un percorso umbratile e luminescente, sotterraneo e liberatorio, per scindere il dubbio dall'umile certezza. Tutto questo si trova nel volume "Cantico del possibile approdo, poesie dal sicomoro": una vera e propria biografia umana e culturale, realizzata con similitudini e contrapposizioni. Poesia, senza dubbio, riflessiva e anacoretica, vivificata dagli impulsi della coscienza e da una linea sinceramente fideistica. E qui bisognerà anche rilevare la forza figurativa con la quale si formalizzano i testi, che sembrano epistole poetiche indirizzate oltre l'effimero. Ciò potrebbe sembrare un rischio o un azzardo in tempi di negazione nicciana; eppure non si può negare che questo suo viaggio, à rebours verso l'Oriente, abbia momenti di forte fascino e suggestione.
Mario M. Gabriele
---------------
Cantico del possibile approdo
Ai giorni del possibile approdo,
Ai giorni del possibile approdo,
alleluia.
Gaudio del confine valicato oltre i gradini della notte,
attento ai soffi, ascoltando Pietro raccogliere anime
in grembo ai grigi caseggiati, depurarle
e poi diffonderle pietre nel creato,
movibili per fede stentorea,
affamate di dinamica luce,
alleluia.
Mi si doni o buon Padre samaritano
la speranza delle tue mani tese ai crocicchi
scendendo giù lungo i giorni degli ennesimi
annuali rivedersi agli scranni del mestiere,
indebiti e slacciati come falsi imbonitori.
Mi si doni vigore e abbrivio per l’altro viaggio,
all’allegria del possibile Dio mio,
alleluia.
Mi si metta un sole tra le braccia,
ché io possa fuori dal condominio cercarTi
nell’oscuro sottoscala dove io tremo o mio Signore
nel vedere così abbandonato nel lontano cielo
le perdute perle dell’amore
racimolato lungo la via dei giorni secchi
vissuti a gustare il sapore grasso dei contorni:
ai giorni della possibile avventura,
alleluia.
Ai giorni del possibile nome nuovo,
alleluia:
Gaudio del confine valicato oltre i gradini della notte,
attento ai soffi, ascoltando Pietro raccogliere anime
in grembo ai grigi caseggiati, depurarle
e poi diffonderle pietre nel creato,
movibili per fede stentorea,
affamate di dinamica luce,
alleluia.
Mi si doni o buon Padre samaritano
la speranza delle tue mani tese ai crocicchi
scendendo giù lungo i giorni degli ennesimi
annuali rivedersi agli scranni del mestiere,
indebiti e slacciati come falsi imbonitori.
Mi si doni vigore e abbrivio per l’altro viaggio,
all’allegria del possibile Dio mio,
alleluia.
Mi si metta un sole tra le braccia,
ché io possa fuori dal condominio cercarTi
nell’oscuro sottoscala dove io tremo o mio Signore
nel vedere così abbandonato nel lontano cielo
le perdute perle dell’amore
racimolato lungo la via dei giorni secchi
vissuti a gustare il sapore grasso dei contorni:
ai giorni della possibile avventura,
alleluia.
Ai giorni del possibile nome nuovo,
alleluia:
per non nominarTi invano come ora,
sostegno improduttivo alle mie parole lorde,
canto il silenzio delle nuvole bianche
sopra la polvere dei sì,
diffusa dai martiri nelle antiche e nuove arene
o sopra il grigio odierno dei raffermi
avvelenati da sé per la grande carne
che mai si sazia…
Ai giorni del possibile impossibile Dio mio,
alleluia.
sostegno improduttivo alle mie parole lorde,
canto il silenzio delle nuvole bianche
sopra la polvere dei sì,
diffusa dai martiri nelle antiche e nuove arene
o sopra il grigio odierno dei raffermi
avvelenati da sé per la grande carne
che mai si sazia…
Ai giorni del possibile impossibile Dio mio,
alleluia.
------
Risveglio
Tu vuoi inseguire la parola del sogno invertebrato,
scevro d’ogni ragione e condimento di materia, evanescente:
al mattino hai risvegli sfumati e languidi sul sussidio d’un primo
raggio di sole, e ti resta nelle mani una preghiera interminata,
un cuore ancora aperto a raccogliere favole e incantesimi fatati.
Nei tuoi occhi già risplende un barlume d’amore,
la voglia d’avventura lungo il dedalo dei sì e dei no ripetitivi…
Ma hai luci sghimbescie, di traverso, dal fornello di cucina
fino all’angolo del letto: tragiche, nello scuoterti di dosso
la nuvola d’ovatta che ti prese lungo il silenzio della notte!
Di me e del mondo hai immagini di repertorio, solo scene:
né nuove né vecchie in questo telefilm di quotidiana rappresentazione.
Vedi: non è che un mondo senza sogni e senza fiabe, questo durare così
nel giorno come un automa, pronto a compiacere il fato, a divertire
la macchina che trascina la tua bocca e le tue mani
fino al culmine delle ore, qui, su questa breve pellicola di terra.
Ma tu ancora vuoi inseguire parole dal limbo scaturite, che non sanno
di che razza è questa carne, questo pensiero, questo contagio,
questo ingranaggio che ti porta alla dissipazione … E non saprai, tu,
giunto sull’orlo della notte – quanto mai impreparato a raccogliere
fiori di morte – cos’altro inseguire domani dopo il risveglio
se non l’incommensurabile follia del tempo che declina.
Tu vuoi inseguire la parola del sogno invertebrato,
scevro d’ogni ragione e condimento di materia, evanescente:
al mattino hai risvegli sfumati e languidi sul sussidio d’un primo
raggio di sole, e ti resta nelle mani una preghiera interminata,
un cuore ancora aperto a raccogliere favole e incantesimi fatati.
Nei tuoi occhi già risplende un barlume d’amore,
la voglia d’avventura lungo il dedalo dei sì e dei no ripetitivi…
Ma hai luci sghimbescie, di traverso, dal fornello di cucina
fino all’angolo del letto: tragiche, nello scuoterti di dosso
la nuvola d’ovatta che ti prese lungo il silenzio della notte!
Di me e del mondo hai immagini di repertorio, solo scene:
né nuove né vecchie in questo telefilm di quotidiana rappresentazione.
Vedi: non è che un mondo senza sogni e senza fiabe, questo durare così
nel giorno come un automa, pronto a compiacere il fato, a divertire
la macchina che trascina la tua bocca e le tue mani
fino al culmine delle ore, qui, su questa breve pellicola di terra.
Ma tu ancora vuoi inseguire parole dal limbo scaturite, che non sanno
di che razza è questa carne, questo pensiero, questo contagio,
questo ingranaggio che ti porta alla dissipazione … E non saprai, tu,
giunto sull’orlo della notte – quanto mai impreparato a raccogliere
fiori di morte – cos’altro inseguire domani dopo il risveglio
se non l’incommensurabile follia del tempo che declina.
-----
Sul sicomoro, atto II°
(nel quartiere dei qualunque)
Qui, col ventre fracco e gli occhi bassi sulla terra,
fra le pietre certe del tempo, incredulo,
stando a vedere, stando a sentire.
<>
E tu, ingordo Zaccheo, incapace di udire altro,
godi al solo tintinnio del tuo tesoro,
contando e ricontando ad una ad una
le monete del tuo giorno mangereccio. Tu,
placido e contentabile di poco pane
– purché continuo e ben dosato –
e con un largo pomeriggio disponibile
di pantofole e vestaglia. Non udrai mai
i passi della tua morte sul pianerottolo,
e neanche ti chiedi quanto lontana
o vicina ora sia.
<>
Raccogli i tuoi dati in fretta, o tecnico Zaccheo.
Sai che la vita è un giro d’affari, buono ad ingrossare
occhi e tasche (il cuore hai chiuso in una bisca).
E che altro potresti desiderare
in questo stabile regolare paradiso condominiale?
<>
Salirai ancora sul sicomoro, o curioso Zaccheo,
per vedere meglio cosa sia questa voce e questa luce
che rompe l’ordine del mondo e la quiete,
regalando alternative, amore e nuova vita
a destra e a manca, qui nel quartiere dei qualunque?…
(nel quartiere dei qualunque)
Qui, col ventre fracco e gli occhi bassi sulla terra,
fra le pietre certe del tempo, incredulo,
stando a vedere, stando a sentire.
<
E tu, ingordo Zaccheo, incapace di udire altro,
godi al solo tintinnio del tuo tesoro,
contando e ricontando ad una ad una
le monete del tuo giorno mangereccio. Tu,
placido e contentabile di poco pane
– purché continuo e ben dosato –
e con un largo pomeriggio disponibile
di pantofole e vestaglia. Non udrai mai
i passi della tua morte sul pianerottolo,
e neanche ti chiedi quanto lontana
o vicina ora sia.
<
Raccogli i tuoi dati in fretta, o tecnico Zaccheo.
Sai che la vita è un giro d’affari, buono ad ingrossare
occhi e tasche (il cuore hai chiuso in una bisca).
E che altro potresti desiderare
in questo stabile regolare paradiso condominiale?
<
Salirai ancora sul sicomoro, o curioso Zaccheo,
per vedere meglio cosa sia questa voce e questa luce
che rompe l’ordine del mondo e la quiete,
regalando alternative, amore e nuova vita
a destra e a manca, qui nel quartiere dei qualunque?…
-----
Del che rimasi attonito
Del che rimasi attonito, rimettendo ogni cosa nel cassetto.
Nascosi pure l’alba imminente, uno stuolo di grilli
all’arrembaggio del mattino, così, tanto per abitudine.
Il grasso sole spuntò da dietro i fumi d’ottano e l’immondizia
del quartiere si sublimò in tremore di cielo, quando
il cielo fosse stato d’un inutile celeste. A picco sul giorno
avvenne una meteora di folla saliente sugli autobus
della fabbrica, lontano dai girasoli e dalle fontane di porfido
rosa. Nella mente già acuiva il senso di rilascio, ma
l’abbecedario recitava termini perentori: così va il mondo,
e la sequela di parole al vento non ha che un termine
nella morte dell’orologio appeso in cucina.
Andai oltre i lucernari, a vedere stelle come muovevano
il creato, a sentire una fantasia di folletti in guardinga
processione, perché non procurassero disturbi ai paralleli
mondi della serietà in giacca e cravatta (professori
non hanno mai detto niente del sottobosco!). Poi
Orfeo mi tenne le braccia alzate, ricordandomi che
non si può dormire se non morendo, andando via da
questa terra.
Del che rimasi attonito, rimettendo ogni cosa nel cassetto.
Nascosi pure l’alba imminente, uno stuolo di grilli
all’arrembaggio del mattino, così, tanto per abitudine.
Il grasso sole spuntò da dietro i fumi d’ottano e l’immondizia
del quartiere si sublimò in tremore di cielo, quando
il cielo fosse stato d’un inutile celeste. A picco sul giorno
avvenne una meteora di folla saliente sugli autobus
della fabbrica, lontano dai girasoli e dalle fontane di porfido
rosa. Nella mente già acuiva il senso di rilascio, ma
l’abbecedario recitava termini perentori: così va il mondo,
e la sequela di parole al vento non ha che un termine
nella morte dell’orologio appeso in cucina.
Andai oltre i lucernari, a vedere stelle come muovevano
il creato, a sentire una fantasia di folletti in guardinga
processione, perché non procurassero disturbi ai paralleli
mondi della serietà in giacca e cravatta (professori
non hanno mai detto niente del sottobosco!). Poi
Orfeo mi tenne le braccia alzate, ricordandomi che
non si può dormire se non morendo, andando via da
questa terra.
Del che
rimasi a gozzovigliare, ignorando il tempo e la morte
che si accavallavano intransigenti. Non volli neanche
sognare (e sì che ce n’era bisogno!): ma nessuna materia
– mi dissi – sarà mai più forte di questo neurone
creato dalla madrepatria (che fu, in origine, un atto
nell’inventario dell’universo), e così debbo resistere.
La morte mi tenne le braccia alzate, la vita del mattino
mi socchiuse in faccia la porta del tempio: che si dica
– mi fecero capire – sempre disponibile ogni traccia
di mistero, lì, sulla pista verso Gerusalemme nuova,
per non annullare la credenza. Cresco senza sapere:
ora è il martirio, ora è la baldanza:
rimasi a gozzovigliare, ignorando il tempo e la morte
che si accavallavano intransigenti. Non volli neanche
sognare (e sì che ce n’era bisogno!): ma nessuna materia
– mi dissi – sarà mai più forte di questo neurone
creato dalla madrepatria (che fu, in origine, un atto
nell’inventario dell’universo), e così debbo resistere.
La morte mi tenne le braccia alzate, la vita del mattino
mi socchiuse in faccia la porta del tempio: che si dica
– mi fecero capire – sempre disponibile ogni traccia
di mistero, lì, sulla pista verso Gerusalemme nuova,
per non annullare la credenza. Cresco senza sapere:
ora è il martirio, ora è la baldanza:
del che,
mi lasciai andare oltre la casa, oltre il vento, oltre
ogni im/possibile speranza.
mi lasciai andare oltre la casa, oltre il vento, oltre
ogni im/possibile speranza.

Nessun commento:
Posta un commento