GIUSEPPE VETROMILE “Di non chiudere la porta stasera”
La Valle del Tempo 2024 Nota di Giansalvo Pio Fortunato
Esiste una frontiera che caratterizza la poesia di Giuseppe Vetromile: procreare la quotidianità. Aldilà della pluriennale esperienza, che muove l’intuizione del nostro poeta, è inevitabile constatare il suo rilevantissimo auto-posizionamento rispetto alle diverse declinazioni che ogni raccolta può assumere. L’augurio che si può muovere, infatti, ad un poeta è proprio la capacità di riuscire ad imprimere una firma propria irreversibile, un tratto che, per differenza, faccia sussistere il suo sistema poetico entro una radice inconfondibile. In Giuseppe Vetromile c’è e c’è sempre stato questo approccio anti-compromettente: il suo modo si radica entro un immaginario ben definito. Così, lo snodamento comune della poesia di Vetromile è la risistematizzazione delle coordinate quotidiane. Ci si inscrive, quindi, in una ritualità battente che, tra la monotonia del grillo e il canto bianco / d’una luna indifferente, alimenta la fisionomia di una casa parlante e vivente, di una città ordinaria che mantiene il suo ciclo di pellegrinaggio in cui si costruisce la tecnologia di ogni vita, la consumazione ordinaria. In un poesia, apparentemente ossessiva nelle sue scenografie, il poeta costruisce la sudata di una vita consumata, di un’esistenza vigorosa che sa proseguire nella semplicità di un’odissea quotidiana. Ed è così, dunque, che in Di non chiudere le porte stasera (La Valle del Tempo, 2024), Giuseppe Vetromile conferma la ricezione di una quotidianità che ha voce nella sua sfida comune, oltre ogni idealismo, oltre ogni pratica utopistica. E se si avverte una diramazione calcinosa dell’esistenza, la si pone oltre l’eccezionalità parabolica di Sisifo: si è nei massi roventi che non muovono la risalita e discesa dannata, ma che conoscono, piuttosto, l’andare di una casa in calcinacci. In tal senso, allora, la tragedia è in una casa che non è più che una rovina, un centro di tramonto, più che l’indulto quotidiano al nichilismo. È così che, con fermezza e pacatezza, Giuseppe Vetromile argomenta la sua lucida visione delle contingenze e delle impellenze: è il tempo divoratore senecano, coltivato nella sua positiva mediocrità.
In uno scenario crepuscolare non aleggia lo spettro della
fine: resiste, piuttosto, sempre una speranza, un coraggio umile di attesa e di
partenza. Pur alfabetizzando i moti ed i
motivi di una vita ombratile, la voce poetica e dialogica si cardina su un
rivolgimento del tu che, sistematicamente, dà vie di fuga o di puntualizzazioni
esacerbanti. Nel tu, infatti, risulta evidente questa dicotomia non dicotomica,
questo alternarsi di un tu inteso come me altro da me, in me – per una base
soliloquiale di coscienza – ed un me altro da me, in quanto compagna di vita.
In questa naturale alternanza avviene una narrazione sottile e profonda, dallo
stentato finissimo, capace di cullarsi sulla richiesta profonda posta già a
titolo della stessa raccolta. Il non chiudere le porte stasera è l’invito dialogico
al sentire decantare l’avvenire, l’adventum di quella notte che mi scolora il
verso sulla pagina, e si rimette / in cammino il pensiero gufo, s’agita fino a
domattina. È qui che si squaderna il campo di materia della vita: è l’affanno
labirintico di una traccia del qui-ora che non scompare e non lascia anelito ad
un futuro o ad una nostalgia salvifica (perciò non sarà la nostra mano ad
aprire l’universo, / questo nostro girotondo nel mercato e nelle piazze / non
finirà che mai), è la pienezza del dettaglio liscio ed ininfluente che occulta
la sostanza (Di noi fraudolenti di parole ridondanti, / di noi credenti nei
romanzi di carta al vento: cosa / ci farà questo tempo insulso e decadente?),
l’inevitabile terreità di un essere filati, con ossigeno un solo lungo
spiraglio / oltre questo vivere così /
rasente la terra. In questo quadro esistenzialista vi è, comunque, la
densità dell’alba; o meglio: di un’aurora. Di un’eterna aurora che non scaccia
la notte: la setaccia, la affronta guardandola negli occhi ed inizia la sua
cura risalendo al verso, alla sua genealogia nomadica. Espressivamente,
infatti, la soluzione di un vissuto tanto draconiano e, allo stesso modo, mai
mostro, in virtù dell’adattamento del poeta alla circostanzialità, si mostra
nella stessa scelta adoperata da Giuseppe Vetromile. Attraverso una
versificazione più lunga e concitata, ciò che ci è lasciato è un memoriale,
un’eredità che raffigura nel simbolo la significanza temporale. Nel poeta,
infatti, è il senso temporale che si dischiude prepotente. Un senso
bi-direzionato: l’essere apolidi in questa esistenza (In-der-Welt – Sein) e
l’impersonalità massificatrice (Lebenswelt), che si congiungono come
complementari, entro un capovolgimento di paradigma che le associa in
un’operatività anti-emancipativa.
Ci troviamo dinanzi, allora, all’enunciazione di una
resilienza duratura e tribolata. Di una risposta che, in senso procreativamente
dialettico, prosegue per controcanti. Nel nulla si rivede il senso della vita.
Il Dio che custodisce la verità può e viene ed essere additato. La pagina dalla
parola impossibile diviene l’unica cura ammessa. L’orologio dalle lancette
stantie diviene l’esemplificazione giusta e Cronica dell’esistere.
L’asfissiante barriera del mercato rionale è l’unico luogo eterno innanzi alla
caducità discontinua. La casa infestata dal crepuscolo è il ritorno ad una
forma di salvazione. La vita trascendente segue l’agglomerato della
comprensibile designazione atomica. In questa volontà syn-thetica è la cura
emancipatrice che divarica e ricostruisce, senza contraddirsi, senza attendersi
un mondo lineare o catalogato per forme di voci uniformi e rintracciabili. La
caccia all’allodola ed al mandorlo sono la fluorescenza simbolica che attornia
gli accasati per sollecitarli all’accettazione. È l’immagine polverosa
dell’uomo che percepisce la primavera ed inizia un cammino al limite (da
leggersi questo in un senso strettamente matematico). Se il limite alimenta la
corsa agli asintoti ed alle rette di funzione, mantenendo il proprio tracciato
che lo dica intangibile, l’allodola beccheggia il tutto, mentre io rimango /
come inesatto, mancante di quel tanto / che muove la vita a nuove albe,
incerto. È questo il motore che non genera immobilismo traumatico, ma una lunga
salmodia di una vita che non vuole rifugiarsi. Vuole, piuttosto, rubarsi come i
ladri di Ermes che sfruttano il buio per padroneggiare la strada. Nella
ricezione di un deserto, allora, è il principio. Nella precisione chirurgica di
nominare la vita per simboli è la forza della resistenza di un esistere intero,
malgrado l’abbandono, malgrado la vita che erotizza la morte, in un tempo
nostro che si sgrana sempre all’orizzonte: più non appare. Giuseppe Vetromile,
dunque, ci rende partecipi di una guerra elegante e silenziosa che non ama la
vittoria conclusiva: solo l’inadempienza di chi non si è voluto.
In questa visione di perenne e tumultuosa mediocrità, vi è
la rivalsa. Non c’è forse una differenza tra l’uomo caratterizzato da Dio e
l’uomo assuefatto alla spersonalizzazione? Non c’è forse una differenza tra il
flusso dei folti grigi magmatici ed i neri stampi di prodotti sociali? Qui,
Giuseppe Vetromile dà voce ad un’ermeneutica sanante: si accetti l’indomabilità
dell’uomo, ma la si caratterizzi col fuoco dell’anti-passività. Solo così
l’uomo può, in antitesi all’età dell’oro della giustizia televisiva, gridarsi:
Vindica te tibi!
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