Collana di Poesia "Il Capricorno"; prefazione di Maria Grazia Lenisa.
Pagine 62, Euro 8; ISBN 88-8185-503-8
Copertina di Antonio Labriola
Note di critica:
Il suo poema è una singolare e altissima allegoria: è la rappresentazione della vicenda esemplare della vita con tutte le sue esperienze del tempo e del pensiero, e la visionarietà è grandiosa e profonda.
Giorgio Barberi Squarotti
Mi sembra un buon libro di poesie, introdotto magistralmente dall'amica Maria Grazia.
D'accordo con la carissima amica, non sei affatto un viandante secondario alla ricerca di
orizzonti possibili: hai stoffa e fiato più che sufficienti per raggiungere le prime posizioni.
Vittoriano Esposito
Globalmente considerate le pagine di Anastasiadi rappresentano l'esempio di una poesia caratterizzata da intima tensione, linguisticamente non uniforme, largamente anti–idillica. E non ci sembra di cogliere in quest'opera una discontinuità radicale con i risultati della precedente produzione di Vetromile; la struttura tematico–compositiva del discorso sempre risponde alla logica lineare di un approfondimento sociale e culturale. Così la passione vivace della parola/messaggio si obiettiva in forme sempre più distese e misurate e la tensione eroica può acquietarsi nel contatto rasserenante con la natura, evocata e colta e goduta nel suo equilibrio risanatore, nella sua armonia tonificante.
Luigi Pumpo
Un itinere verso orizzonti possibili? Si chiede l’autore indicando questo interrogativo come sottotilo della raccolta. Orizzonti verso cui la poesia cerca di giungere in una metafora sempre aperta e suggestiva: “…neanche la morte potrà convincermi che la vita è in fondo una vela che va dove il vento vuole su un mare libero da correnti…” (pag.13). Quasi un viaggio fra i viaggi che la mente propone alle ali dell’imaginazione e del desiderio, alle ali del sogno e dell’inconscio, alle impossibili raffiche dell’irraggiungibile. “Navigo sperando pane e felicità in orizzonti sconosciuti…” (pag.54). Stanze e soffitti, pareti e vetrate, figure e ombre, luminosità e angolature, sono le suggestive frenetiche apparizioni che tra verso e verso Vetromile ci propone con una perfetta aritmia ritmica della composizione. L’esperienza di vita quotidiana si amalgama con le motivazioni interiori, per le quali la dimestichezza con la parola scritta riesce a imbrigliare e a decantare le scommesse del gioco e della seduzione. “Soffia, soffia ancora violento. Non ho altro motore che il sostegno d’una precisa parola di vento”. (pag.58).
Antonio Spagnuolo
E' possibile coniugare eschaton, profezia e politica?
Sono espressioni piuttosto lontane e incomprensibili, nel loro accostamento, al vivere quotidiano... Eppure Giuseppe Vetromile con "Anastasiadi", è riuscito a correlare l'attuale eone e l'oltre (:superlativo e assoluto) in un ordine che è in sé profetico - se profezia sia la scintilla che assume la fulgorazione istantanea di quel tutt'uno che soltanto per noi, in questa dimensione con-creta, risulta segmentato. Per noi, immersi dentro "una vita affannata / e un vago sentore di Dio", depauperati ormai dell'immortalità dell'anima ma ancora affettivamente legati alla trascendenza nell'immanenza dell'io!
E' viaggio allora. E' navigazione a vista (vista l'avaria decretata della strumentazione di bordo) "tra favole e fabbriche", dentro il "grembo latteo del creato", "verso sfumate terre di speranza". A dimostrare come sia vivo e attuale per tutti, almeno sottopelle, il dogma nietzschiano della vertigine: anche per chi avverta che questo nostro frattempo è comunque apportatore di messaggi e greve di interpretazioni. E' ancora, "Anastasiadi", il racconto vissuto del singolo dentro il sé, compreso nel movimento più generale del sociale, dove il vivere è sconfessato dal con-vivere, ma dove in ogni caso si aspira a momenti elevati secondo il comandamento di Kant: solennità dell'essere e dell'esistente.
In questo segno, mistica e politica si sovrappongono, grazie alla duplice lettura che l'orizzonte poetico esige, come ben ha intuito Maria Grazia Lenisa in prefazione, accostando le sezioni della raccolta (per altro nel suo insieme assai unitaria) alle stanze del castello di Teresa d'Avila.
Si può perciò dire che questa poesia di Vetromile è singolarissima, originale e originante, e provveduta di un linguaggio personale, frutto di maturazione prima di tutto interiore, che enfatizza quel compendio Umano che tutta la intinge, e che sollecita ancora intelligenza mnestica e immaginante. Un'opera, inoltre, di squisita scrittura.
Selim Tietto

Il disegno originale di Antonio Labriola per la copertina di "Anastasiadi"
Da "Anastasiadi":
Terzo Orizzonte: Ulisse minore, un itinere a vuoto per mari non propri.
1. Avanti ovvero l’irreversibile corridoio di porti
Fosse l’orizzonte luce stella matutina virgo virginis
leggiadra fanciulla modulata scolpita nel sogno ancora
tiepido d’un assiduo mercante d’ore mangerecce
d’un continuo spiralato salariato avvolto dalle nubi del
tramonto. O fosse gerusalemme nuova o senza tempo
stabile e sicura sulle colonne del cielo inviolato da
umani occhi e bocche di ventri grassi: traguarderei
diritto il porto in fondo alle cose fatte incurante
dei contorni e delle false soste lungo il dedalo dei sì
Ma vasto attrattivo è il canto di sirene infauste
raccattatrici di carne e di cuori ridondanti – attraccato
a mezzodì resta l’approdo flautato un consiglio
assai poco valutato.
2. Navigare non dimenticare
Penelope intrisa di latte materno e di quattro stagioni
proprietaria amabile pilastro d’attesa incorrotta regina
sicura più del profeta mare che tra un’onda e l’altra
ci regala morte o cambiamento: tesse le mura di casa
con sorrisi di vestaglia costruendo un castello di parole
pericolanti al primo soffio d’alba.
Prega per lei
perché ritorni il pianerottolo l’androne l’unica spiaggia
ove naufragare dopo la burrasca con tutti i pezzi
del tuo amore sfuso da raccattare sulla rena del
condominio.
Non dimenticarla piccolo ulisse
non dimenticarla mai.
3. Nessun porto è nuova casa
E’ l’antica fame che ti porta a curiosare
sotto la veste del sole cosa ci sia di nuovo
tra i fascini e i miraggi delle isole. Ma non c’è
ogigia né calypso a dare carne alle tue voglie
lungo i corridoi spogli del secolare ricapitolio
grasso d’inutili parole. Il mare è ricco di fortune,
capitomboli per valenti guerrieri e pescatori
d’azzardo: noi piccoli mozzi inconsueti mansueti
ascoltiamo le vele stazzonare all’alito caldo
e arrestante di bonaccia
mai,
in nessun porto troveremo mai pace.
4. Conoscere asintoti di luce
Eolo erompe da cornucopie megagonfie di surplus
e diffonde il seme della cerca in ogni angolo di noi
fino a divenire ammaliati postulanti. Lungo
il cammino di Dio si raccoglie dolore e polvere infinita
rinata a nuova luce solo negli interstizi del cuore,
mentre il maremosso istiga violenze elettriche
sui nostri indici tesi di individuatori ad ogni costo.
A noi minori è data necessità d’atomi redenti
in cieli d’olimpo e avidi del fulmine di zeus,
di solo pane ormai l’uomo precipita illimitato
nella bocca nera di plutone e tace per sempre
ogni asintoto di luce.
5. Navigare non bussare
Sta eterno nella sua dimora a enumerare
molliche di sogni. Appena dietro l’uscio c’è
quel porticciolo da cui svapora tutta la linfa d’avventure
essendo micro l’unico guscio senza vele
impreparato alle burrasche del tragitto. Sovente
origlia dall’intercapedine del cassero il canto del richiamo
ma resta incerto nel silenzio freddo delle stelle e solo
raggruppando solitudine al suo desco.
E dunque tu
lascia polifemo sonnecchiare alla sua pietra
immobile sul tempo, nessun enigma di nuovi cieli
s’offra al suo occhio guardingo e abituato,
velato dal bonario trascorrere dei giorni uguali.
Naviga diritto,
non bussare al grande meccanismo
che vibra di dolore ruvido sotto la pelle del creato,
impotente a riscuotere il vero senso dell’andare.
6. Navigare per mari non propri
Così il devastato mare m’è piattaforma di viaggi non miei
voluti dal caos o capriccio di foschi dèi: tanto
la sensuale bocca chiede materia diuturna
al solo scopo di blaterare né altro che non sia
di regolari atomi da Dio organizzati. E visito
luoghi estranei al mio condominio cercandovi
itaca o forse la ragione del cuore, persa
tra le pagine d’un computer (ultimo veloce
abbecedario del nostro vivere sfilacciato).
Ma verrà
giorno/notte d’addio naufragato per sempre
smembrato da aguzzi scogli: mai approdo sarà
più sanguinolento, come il sapere pronta alla presa
la sgangherata barca che traghetta manovali epicurei
al di là dell’acheronte.
E noi gravi pagheremo
ogni obolo lavorando pietre nella terra di sisifo
lungo la fabbrica insana, il tempo appiattendo
ogni nostra fiera anastasiade.
7. Nella terra dove niente è dato al cuore
Sia come sia l’onda potente del fato ormai
è giorno d’assuefazione e giro ambiguo
nei dintorni del palazzo massimo – dimora
d’ingranaggi – seguendo la spirale delle bocche
e delle orecchie estranee. Chi sa quando emergerà
da questo averno il volto di laerte inteso mille volte
nel prosieguo malandrino e poi dissolto
nel vento digitale degli eventi.
Ed io vedo
in questa gialla terra di tuttòfagi il triturare
dei rapidi giorni di cui vorace si nutre la vecchia
crisalide e poi metamorfizza in creta d’operaio,
ligio al bianco calcinaccio del condominio.
Sono dunque
già passati di qui gli eroi
sull’abbondante carro del letame aureo,
o mio apollo che insegui ingenuo la coda del sole,
sole tu medesimo del lardo cielo. Sson trascorsi
sulle ossa e sulla carne magra ed hanno lasciato
scorie che abbiamo poi sfruttato rimescolandole
col sangue dei perdenti e col sì dei rinunziati.
8. Preparare bagagli di speranza
Dischiude le tenebrose porte di cronos la speranza
e la patria mèta culla al centro dei ricordi più
dell’amata orsa che indica il sentiero ai reduci
nel deserto d’acque e terre, fondamento
dei cammini erranti d’ogni grave cercatore.
Riannoda l’orizzonte
al grembo da cui parte l’odisseo
fino all’esaurirsi dei cubiti d’azzurro sugli occhi del
cuore. Impacchetta o mio pilota speranze d’oro
da tenere nelle tasche a difesa dall’oblio
e i figli tienili pronti al tragitto verso
la fabbrica del pane e poi prepara zattere
ben legate per i compagni: che abbiano memoria
del tuo sfacelo sulle spiagge onde non cadere
essi stessi morti del cibo delle vacche grasse
intoccabili per amore e per rispetto d’infinito credo.
9. Ricordando le mura del vecchio cuore
Ripido il mattino mi tocca come un rancido fiato d’oracolo
dall’antro ripiegato sul giaciglio della notte: è
lo sconto della gloria guadagnata quel giorno
a trafiggere la città col necessario inganno.
Il mio mestiere nella fabbrica scaduta fu questo
gran cavallo d’effimero bagaglio in cui racchiusi
tutti i numeri e le mani appiccicose per salire lungo
gli specchi del mondo.
Ma ora qui navigo
per onde non mie e blasfeme, ricordando
le mura del vecchio cuore casalingo
infrante dalla voglia di materia e di rottami
quotidiani. S’abbandona così la mia
ultima nave ai fari smorti lontani: lanterne
che parlano di silenzio alle disfatte vele
sgualcite dagli scontri con il vento dei vincenti.
10. Rivederti eterna dopo il tragitto
Trema di masticazione l’untuoso refettorio.
Al suo brusio ritroverò licenze per
la mia sostanza in viaggio verso la voragine
della consumazione, e ivi si placherà
ogni desiderio di stazione tra una spirale
e l’altra di mercati ed esodi da carte.
Così
trascorro o mia dolce nausicaa anastasiana
il mio sconforto, imbevendomi d'ambrosia e memorie
fino a triturarmi dentro il mio stesso bolo.
Nessun’ora è più triste di questa, rimpiangendo
le fugaci libere cene d’aria assorbite
ai limiti della luna in fiore o nelle notti
delle pleiadi splendenti.
Terminerò presto
questo ospizio marinaro, laggiù
dove m’attendono le fauci del vuoto a perdere
sarò solo, o mia cara compagna vesuviana che a pietà
muovi occhi bocca e mani verso il mio
massimo compresso amore. Nessuna perla
potrò intascare se non questa tua promessa arcana:
rivederti eterna quando – disfatto in mille gocce
di speranza – di questo mare avrò compiuto
il grande periplo.

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