Il libro è stato pubblicato gratuitamente, avendo l'autore vinto il 1° premio sez. poesia inedita, al Concorso Letterario "Olinto Dini", Castelnuovo di Garfagnana (Lu), edizione 2003.
Note di critica:
La poesia di Vetromile ha una sua cifra stilistica ben riconoscibile: una tensione narrativa che non sovrasta però l'assunto lirico, anzi, lo arricchisce di una venatura meditativa. In questo "Vaso di Pandora" la riflessione raggiunge livelli di alta intensità, nello snodo di domande fondamentali, calibrate nei versi con intento morale. Lo sguardo dell'autore si allarga a un orizzonte vasto, la società umana vista nel suo deterioramento di valori, nel suo dissestarsi quasi programmato, e la ribellione del poeta è più amara che severa, non c'è rimprovero ma interrogazione costante sul senso dell'accadere, sul perché delle scissioni e delle solitudini. Un domandare costante che dà ai versi un tono interlocutorio, diretto a un "tu" umano e divino. Questo carattere "relazionale" della poesia di Vetromile, insieme alla linfa religiosa che la sostanzia, colora i versi, distesi nell'orizzontalità discorsiva, di calda colloquialità. Non cè dunque rassegnazione nell'autore, né cupa constatazione della distorsione generale, ma tenace fedeltà ad una prospettiva interiore, di intensità e profondità del vivere. Più che lo sgomento, domina il senso del mistero, e in questa sospensione di giudizio verso i fenomeni umani sta tutta la bellezza di una poesia appassionata e vera.
Daniela Monreale
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Un volumetto compatto, nel quale si esprime una voce poetica ben connotata, capace di interessanti invenzioni lessicali e aperta anche all'uso di termini scientifici, questa raccolta di versi di Giuseppe Vetromile, "Il vaso di Pandora". In questi componimenti ampi, dal verso lungo, talvolta dal tono crepuscolare, Vetromile riesce a reimpastare qualche risonanza ungarettiana, con echi pavesiani, rimanendo fedele a sé stesso.
Da questo vaso di Pandora escono, contaminandoci irrimediabilmente, i mali della nostra tarda modernità, tra alienazione lavorativa, cittadina e televisiva, a cui si può tentare di sfuggire nel dialogo con la persona amata, con la poesia, o infine nel colloquio con Dio, unica possibilità di senso per quella inutile fatica di Sisifo che è la nostra vita, sterile ripetizione di atti quotidiani e superficiali. Centrale il riferimento alla metropoli odierna, in particolare ad una Napoli sommersa da spazzatura e traffico (efficace la descrizione di un autobus, "enorme pachiderma a quattro ruote", battezzato Locomotorius) si contrappone il ricordo della "campagna vesuviana" che fu e dei piccoli oggetti quotidiani di una volta.
Enzo Rega
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Di Giuseppe Vetromile abbiamo già letto e detto tanto, fin dalle sue prime opere, apparendoci, immediatamente, uno dei pochi poeti attuali rappresentativi del nostro tempo, con tutte le carte in regola per accedere alla storia della letteratura. La sua produzione letteraria, anche in prosa, è notevole.
La poesia conserva una sua peculiarità di protesta e di scontento per una vita che diventa sempre più meccanicistica e che costringe l'uomo alla stregua di un robot, pur subendo, nel tempo, un graduale mutamento: essa si è ammorbidita assumendo colorazioni sempre più suggestive e liriche.
È la delusione di tutta una vita, come quella della gente che gli ruota intorno, a fornire ali ai suoi pensieri in una catartica liberazione. Correnti inesauribili di versi, come fiume in piena, continuano a sgorgare dalla sua anima dolente. Il suo lamento si modifica e si sublima pur restando gli stessi i motivi ispiratori: la città è malata, la società è malata, il lavoro ai computers terribile; siamo tutti costretti ad una vita insopportabile, una "consumata brutta storia".
Deprimente, ma altrettanto vera, l'immagine vetromiliana della città che "ci ha esiliato in uno spazio cianotico / tra nafte e lattine, / copertoni bruciacchiati in mezzo ai crocevia." E continua il poeta, nella medesima composizione, "La città ci ha abbandonato. / Come pensare all'amore, amore, / mio ideale, dove più cercarti: / in quel cimitero d'auto sfasciate? / O dietro il rombo arrogante di quell'autocarro?" (pag. 10), una immagine cittadina che, in una Napoli piena di sole, fa a pugni con il cielo "d'un azzurro procace", una città in cui non c'è tempo nemmeno per un'opera di carità, sciupando essa la bontà nel disordine, nella fretta, nella calpestata pazienza.
A vincere sono l'egoismo, la voglia di possesso, di procurarsi "il presunto necessario", sentimenti che fanno soggiacere l'uomo alla realtà di "automi salariati". Ciò che scrive il poeta è, purtroppo, amara realtà di una vita che diventa sempre più consumistica, egoistica, edonistica. Come andare avanti? Come porre un freno a questa smania incontenibile del correre attuale?
Vetromile ci offre spunti di riflessione proponendoci, a lettere chiare, una realtà e un sistema di vita che decadono sempre più e in cui molto difficile diventa trovare un freno a questo precipitare talmente in basso da trasformare solidarietà e amore in smania di arrivismo e potere.
Anna Aita
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Getulio Baldazzi su "Il vaso di Pandora" di Giuseppe Vetromile
1° premio al Concorso Nazionale di Poesia "Padre Raffaele Melis"
Roma, giugno 2004
Nessun poeta sa evocare come Giuseppe Vetromile il caos snervato della città moderna; le assurde corse verso l'inutilità, la nevrosi, l'amarezza dell'azzeramento delle speranze di questa povera società umana che si attendeva chissà cosa dalla rivoluzione industriale; nessuno meglio del poeta napoletano sa intrecciare musiche con le sferraglianti tecnologie che avanzano con la delicatezza di un cingolato; eppure ancora l'attività dell'uomo, come ieri, come sempre, produce il pane, altro elemento simbolo del poetare vetromiliano, che un superficiale lettore potrebbe tacciare di passatismo, soprattutto nel suo linguaggio classico, pur nel verso libero, immune da vuoti sperimentalismi e da oscurità linguistiche e sintattiche.
È l'accusa che venne formulata già al poeta triestino, prima che italiano, Umberto Saba, incurante dell'allora sbocciante ermetismo; abbiamo detto triestino prima che italiano per Saba, diciamo napoletano prima ancora che italiano per Vetromile, e ci sia concesso, in un impeto di entusiasmo e di ammirazione, il grande Vetromile, perché in lui la terra natia anche se caotica, prostrata, raffazzottata, gode di tutto il suo affetto e non si vende facilmente al primo vocabolo straniero che la televisione esterofila, oggi ridotta a mero rango di organo pubblicitario, spaccia per modernità e dettato di moda. Giuseppe parte dalla lingua dei nostri padri e la rinnova.
Ebbene, il poemetto "Il vaso di Pandora", sa il fatto suo e con il chiarissimo, musicale, limpido linguaggio italiano, tiene a freno l'imbastardimento della nostra lingua. E tutto su una materia fortemente attuale, anzi già con i piedi nel futuro, in quel futuro che solo il poeta potrebbe salvare. Potrebbe; perché egli non obbliga all'assunzione dell'aedo per confortare o vivificare esseri amorfi o di gomma, di gomma televisiva, semplicemente propone, rispettoso di quella libertà che ha sempre guidato la sua scienza e la sua coscienza.
A volte l'ironia taglia come una lama affilata, ma ricostruisce, addita e al caos propone leggi che producano armonia. La storia dell'uomo poeta, o del poeta uomo, si accora, si fa pentimento, si impone rinascita, ricerca la vita, l'amore, molla unica a sanare le ferite, ad indicare la strada maestra, grande, immensa, che solo i piccoli piedi del poeta sembrano imboccare nel senso giusto.
Nell'ampia frase di Vetromile, ricca di respiri e sonorità, di accorgimenti tecnici e trovate artistiche, si cela quella che è la sua assoluta novità e che sembra un ossimoro: civiltà modernissima / linguaggio classico; a legger bene scopriamo il suggerimento del poeta, l'abilità di coniugare il nuovo con il vecchio, in un abbraccio fraterno, perché l'uno ha bisogno dell'altro e questo la poesia lo sa, e meglio ancora lo propone il suo grande alfiere Giuseppe Vetromile.
A lui, come ai veri poeti, sta a cuore l'uomo, con il suo attuale, troppo lungo, sbandamento, privo di punti di riferimento, senza un Dio da pregare, e con l'incapacità di conoscere la fonte delle sue difficoltà psicofisiche, che l'inconscio invece intuisce bene.
"La notte tu mi sei accanto, amore, ma / nel sogno dei numeri intravedo libertà / da non so quali catene". Ed è un numero il codice genetico dell'uomo; in questa presunta umiliazione del decaduto figlio dell'uomo, sprizza, in un solo vocabolo, il mezzo di redenzione: l'Amore, come svelano i citati versi del poeta. Nel disorientamento una bussola, robusta, sicura, difficile da leggere, ma bussola; una volta adottata la sua chiave, tutto si semplificherà. Forse. Il mare ci riporta al largo, e dal largo le bracciate poetiche di Giuseppe puntano all'approdo.
La città, la metropoli, l'ostentato modo di essere avanti, il traguardo millantato dell'uomo sradicato dalla sua terra, nel senso vero e terragno del termine, non è che miraggio, nebbia, anzi fumo, venefico fumo: "...Dentro i fumi di cìodue / ai quattro lati della periferia grigissima? / La città non è più quella, / ci ha esiliato in uno spazio cianotico / tra nafte e lattine, / copertoni bruciacchiati in mezzo ai crocevia".
Potremmo continuare, nel citare specimini del metro creativo di questo poeta, che attira e convince ad ogni sua nuova opera, i cui messaggi intrigano e soddisfano, ma andremmo per le lunghe; diciamo solo che questa poesia è alta, molto alta; e se l'altezza dà vertigini ai più, non è così per Giuseppe Vetromile, un privilegiato dalla natura, un amante delle vette, quelle della letteratura, che la sua penna restituisce alla vera poesia italiana contemporanea.
Getulio Baldazzi

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