
Giuseppe Vetromile, "CANTICO DELL'UOMO BASSO", Edizioni "Presenza", Striano (Na), 1999
1° premio al Concorso "Omaggio a Pompei", ottobre 1999
Note critiche:
Anche qui Vetromile non si discosta dalla sua tematica che è quella di una complessa antropologia che guarda razionalmente allo sviluppo dello spirito, alla ricerca del vero, all'affermazione dell'essere. Si tratta di grande poesia, nutrita di semi diversi e cresciuta su inquietudine che cerca risposte là dove l'uomo spesso è vittima di una regolamentazione meccanicistica.
Luigi Pumpo.
1. – S’apre l’alba1° premio al Concorso "Omaggio a Pompei", ottobre 1999
Note critiche:
Anche qui Vetromile non si discosta dalla sua tematica che è quella di una complessa antropologia che guarda razionalmente allo sviluppo dello spirito, alla ricerca del vero, all'affermazione dell'essere. Si tratta di grande poesia, nutrita di semi diversi e cresciuta su inquietudine che cerca risposte là dove l'uomo spesso è vittima di una regolamentazione meccanicistica.
Luigi Pumpo.
S’apre l’alba come una rubrica usata.
Il tempo di rotolare sulle pantofole
fino al fornello
per un attimo di caffè
che a malapena s’intasca.
Degrada poi nei grigiori mormoranti
rasente il caseggiato
l’uomo basso
andando ad incepparsi nei rigidi congegni
della sua catena di montaggio.
2. – Il nuovo bar al Santuario
La poca gloria che viene ad allargargli il cuore,
questa defaillance mattutina
dal solito itinerario scarno:
un porto nella bufera delle abitudini
il nuovo bar al Santuario
ammicca coi suoi mogani e i suoi specchi
e il sentore di caffè che si dirama
da un punto esatto
dove sgocciola schiumoso l’espresso
nella tazzina sotto il beccuccio.
3. – Il mio compagno Salemme
E Salemme il mio compagno svalutato
ricco di grassi e di peccati mortali
smangiucchia cioccolatini omaggio
soprappensiero e in ansia,
un occhio al banco delle paste e l’altro
all’immenso orario sulla mensoletta
appena dietro la cassa.
E’ l’ora di recedere nell’ombra del tragitto
riprendersi le mani e i calli
sentirsi riabbassati
fino all’orlo della terra
e poi svanire come nebbia delicata
fino al margine del sole.
Tutto uguale stamattina
anche il numero fortunato
estratto dal paniere della zingara
in agguato malandrino.
4. – Non avere porti
Morire nel mattino?
perdendo le mille cosucce di valore
la macchina la casa e qualche spicciolo
lasciando lettere incompiute
abbandonando sogni alla deriva
nel dubbio degli approdi.
Non è vero che il morire fa paura,
questa mancanza d’un territorio
dove poggiare i piedi e il cuore
quando è l’ora di sfumare:
è il non avere porti né destinazioni
lo sgomento
o perché è troppa la distanza
tra il cielo
e la bassezza della terra.
5. – Inseguendo un’illusione di vetro
Vigorito Enzo l’altro ieri:
ho saputo di lui che è ora
nell’improvvisa fragile campana
dei ricordi.
Ma non è stata la sua morte
ad addolorarmi:
è questo terrore
che mi si possa spezzare d’improvviso l’ombra
la domanda mai risolta
l’inutile patema
mentre cammino in circolo
sempre in circolo
inseguendo un’illusione di vetro
con una preghiera di vetro ben stretta fra le mani.
6. – Babà al rum
Babà al rum per colazione:
questa improvvisa gioia o vendetta una tantum
il trasgredire piacevolmente sgranando il cuore
allargando le braccia dello stomaco
inspirando meditazioni ascetiche
sul divenire prossimo delle molecole disfatte,
il tutto in segreto orgasmo
volgendo le spalle all’ingresso principale
perché il mondo non veda
il mio enorme peccato
racchiuso in un morso di soddisfazione
e di rimpianto.
7. – L’uomo piccolo
Mi cammina dentro l’uomo piccolo dei giochi,
basso,
più basso dell’orlo rastremato del marciapiede.
Sarà per lui una lunga discesa anche stamani
verso il solito incastro:
dagli interstizi in ombra della grande fabbrica
riuscirà a cavare – almeno –
un dente d’ingranaggio
uno spicchio di coraggio
il resto d’un fraseggio
da costruirne segrete fantasie notturne
e zattere di sogni.
8. – L’uomo basso
Pasce l’uomo basso nel tempo scritto dagli altri
in una poesia cristallizzata polita esatta
lungo gli spigoli e i corridoi alieni,
dedalo e dintorni di quadrature di bilancio,
appena appena muovendo il sorriso amaro
da una luna all’altra e non cedono meccanismi
al monotono roteare né folli piangono
davanti alle uscite di sicurezza
al di qua delle barriere tagliafuoco.
Tentano di entrare nella fabbrica a piramide
– antica cuspide di gloria
nel mezzosogno dell’industrializzazione –
angeli fatti di luce e d’amore – strani abbozzi
immaginati nei deliri davanti agli attimi di caffè
presso il distributore automatico dei sogni
– pausa inverosimile durante gli aborti –
Ma anche loro hanno fine
trasfigurati nel getsemani della peculiare
efficienza.
Nasce l’uomo basso dalle ceneri di quegli angeli:
è il momento che torna a farsi ricco di luce
quando la notte tutto il mondo tace.
9. – Le porte del paradiso
Mi ripiego in salamensa possibilmente l’ultimo tavolo
a sinistra
lontano dalle masticazioni e dal brusio
veleggiando oltre i finestroni – poco sale
nei pensieri di categoria,
più tardi al computer imposterò
quanto richiestomi dall’obiettivo
(sempre chiara è la linea da seguire
non c’è anima nei moduli e gli occhi dei colleghi
son sempre spenti e le cellule da ingrassare
ogni mezzodì).
Purché il recinto rimanga sottoterra e ogni via d’uscita
impedita dal bisogno.
Noi amiamo la tetragonia la falsa importanza
il teatro del da farsi – ognuno è un poco guitto
lungo il corridoio s’agita e si lambicca –
verrà giorno che l’ombra amara della terra
coprirà l’incanto della lingua,
i pensieri fondi covati nell’angolo del cuore
a lungo trascurati
saranno inutili preghiere postulanti:
le porte del paradiso si aprono solo
a coloro che da sempre
hanno vissuto nei pantani della fabbrica
con un no spuntato dietro le labbra
e un sì estirpato per usucapione.
10. – Avere un gruzzolo onesto
Ho ascoltato a lungo l’ombra della vita:
mi diceva di immensità che potevo raggiungere
sul confine della sera
addormentandomi dinanzi al grande albero del parco
ricco di richiami antichi.
Ho sognato aromi
nella pianura dell’uomo basso
frugando tra i barattoli e il banale grigiore delle strade
in facile discesa
verso il fatuo paese di cuccagna.
Ho sperato novità e meraviglie
lungo le ore senza confine.
Ho trovato corridoi e un andirivieni
senza pace
perché si compia il miraggio insperato,
il luminoso emblema:
avere un gruzzolo onesto
da star quieti e basta
senza più alcuna domanda.
11. – Anima mia
Anima mia – staccata dalla bocca
e dal cuore – se pure esiste
sta appesa subito dietro il cancello principale,
la porta d’ingresso.
Mi attende semmai all’uscita
quando m’accompagno a quelle stelle
pregando invano
o troppo in un sussurro
perché possa raccogliermi
il centro del creato.
12. – Fine di un beone
La pioggia cade dal cielo insieme ai castighi
dilavando lapidi antiche
resistenti ad ogni nuovo rito
e i lamenti e il pianto dei superstiti
ungono le ruote del vecchio carro funebre.
Lungo il funerale di campagna
serpeggia il sentitodire delle comari – certo
la colpa è tutta della vedova
che lo lasciava tracannare coi compagni
al buio dello stantio bartabacchi del paese.
L’urgenza del prete – il re nero di cinque chiese –
è in quel requiescat mormorato in tutta fretta
sotto l’occhio del ciclone mentre
già si scioglie la tristezza rassegnata da quei volti
nel primo tentativo di sole
dell’infausta giornata.
Resta la terra bagnata e non più di lacrime
con quel po’ di groviglio di ricordi
e nell’aria la lieve tiritera scanzonata
del beone tremolante
a modo suo ricco di semplici
e sfaccendati giorni.
L’allegria tintinna ancora
nei vecchi appannati bicchieri della credenza:
sembrava non avesse tanta importanza
ma l’uomo basso è pur sempre
un figlio in carne e cuore
anche se di patrie assai lontane
e perduto nell’intercapedine dei giorni,
abbattuto dal primo goccio di rosolio
o dall’ultimo rimorso.
13. – Non datemi niente
Non datemi niente.
Lungo il cammino perderò anche questo surplus
fino a rimanere scarna parola
breve sussurro di vento
un’ombra nella notte leggera
vagante da un raggio di luna
all’altro.
Non datemi corsie né scrivanie:
m’appiattirò sul selciato del cortile
per non essere notato
da quelli che segnano il passo
nel tempo d’oro della vita.
14. – Nella terra dell’uomo basso
Nella terra dell’uomo basso vige l’abbandono
come avanzi di pane casalingo
frantumato sulla mensa
disperso in mille briciole minute
– frammenti inconsistenti
d’un’unica antica speranza.
Nella terra dell’uomo basso non penetra mai il sole,
filtrato in abbondanza dalle visiere rovesciate
perché non abbiano a disturbarsi gli occhi
dall’enorme ridondanza di luce.
E’ bene stare chiusi nella penombra,
carpire la scintilla lontana e misteriosa
proveniente dal centro del nulla.
Altrimenti finire aspettando.
Riuscirò a leggere mio padre dietro i sorrisi
nelle fotografie sbiadite dell’album di famiglia
solo all’ombra dei raminghi
in contumacia,
lontano dagli incastri quotidiani
e dalla superficie del mondo.
La terra dell’uomo basso è reliquia di ricordi,
un fermento che nessuno ascolta
e può essere l’inizio d’un lungo triste racconto.
15. – Maria la segretaria
Maria è così urbana!
Corre inseguendo la coda del mondo
lasciandosi alle spalle il canto della luna
e delle stelle.
Maria è la mia compagna di lavoro
di corridoio di inutili parole
di computer di fax.
Racimola percorsi a memoria fra gli anditi vetrati
anodizzati
e tra la hall e l’ufficio del direttore
sublima lettere modello
in un rimedio di sorriso.
Maria è così persa.
Maria è così bassa.
La sera piange poco e un poco sogna,
non appena l’azzurro sconfinato
cede il suo mistero
alle mani del cuore.
Ancora non sa Maria dormendo
quanta poesia può esservi
nel dolce cuore d’una donna.
16. – Un bene senza valore
Nel mattino ho venduto ai mercanti
l’ultima speranza.
Trattandosi d’un bene senza valore
ne ho ricavato pochi spiccioli da spendere
al nuovo bar del Santuario
in compagnia d’un sogno atroce
lontano una vita dal mio cuore:
lo smembrarsi della memoria
nella nebbia buia dell’indifferenza.
17. – La morte sarà giudice
Questa stanza è il mio alimento oscuro
da nutrirne solo il cuore
avido d’amore.
I miei compagni non intendono che alcuni segni
mentre urtano le loro navi alla deriva
contro gli scogli dell’abisso.
Si campa così in superficie blanda
per l’estremo terrore della sincerità:
che possa dare frutti amari
e macigni troppo gravi
da spostare lungo il percorso.
Ma poi la morte sarà giudice di noi stessi
e non saremo più
né imputati né accusatori.
18. – Poesia poesia…
Poesia poesia…
Alza una formica le sue antenne al cielo:
non muta d’un millimetro
la sua distanza dall’amore
lassù al centro delle stelle.
Per quanto ricchi possa rendere
ogni diagramma sulla carta
e felici gli obiettivi recuperati,
resterà sempre irraggiungibile
il cuore del creato.
Mi diranno i miei compagni:
bevi e mangia,
resta ormai così poco al tramonto.
Hai concluso qui bene o male
la tua mansione,
ora marca il tempo sull’agenda padronale
e va’ a riposare.
Sciacqua l’ansia nel fiume del cordoglio
che accumula rifiuti
degradando verso il tutto – verso il niente.
Guarda le stelle lontane con un occhio solo
– l’altro ti serve a sbirciare l’etichetta –
Dormi
sognando vie piane e diritte,
che altro aspetto può avere questa materia?…
Poesia poesia:
mattutino inganno
o solamente
sconsolatamente
punto d’arrivo:
quando ormai troppo tardi la verità
avrò letto
nel cuore d’una piccola formica
ricercante.
19. – Si chiude la sera
Si chiude la sera nei tremolii dell’afa d’agosto
o negli umidi cristalli di metà gennaio,
comunque è sempre uguale
la conta delle ore quotidiane
rattrappite nel poco spazio d’una tasca.
E se ne va lontano il pensiero
d’un migratore audace
oltre le barriere d’un possibile sogno
(il sentiero che s’inoltra
nella terra dell’uomo basso
è attiguo alla grande via del cielo
nascosta da una perenne nebbia d’illusioni
e di speranze sconsolate).
20. – L’ultimo caos
L’ultimo caos è quest’ordine preciso:
ogni cosa a suo posto
ogni evento alla sua ora.
Il tempo batte il ritmo sull’invisibile
e una mano accarezza carte sulla scrivania
come fossero petali di rose / poesie.
Un canto è il guizzare dei robot
lungo lo spazio dovuto ai fratelli inermi
– nessuno sa ancora quando comincia
l’avventura della vita –
Ed io
sto ancora ad attendermi invano, qui,
sotto la pensilina
di questa infinita inutile fermata.

Il disegno originale di Antonio Labriola per la copertina del libro

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