
Giuseppe Vetromile, "COM'E' LONTANA GERUSALEMME" (Fuga da Omega), Edizioni Ripostes, Salerno, 1996. Prefazione di Francesco D'Episcopo.
Giuseppe Vetromile conferma e sviluppa in questa nuova raccolta i motivi ispiratori di un'avventura poetica, carica di rabbia per un mondo decomposto da assillanti veleni e avida d'amore per un universo capace realmente di ricomporre l'armonia umana. Il grido si leva alto e tocca i vertici della coscienza per poi inabissarsi nei sussulti di una confidenza cosmica. Tornare ad essere totalmente uomo, liberando i fardelli di un'omologazione sempre all'erta; rivivere la totalità di una vicenda assetata di infinito; recuperare le latitudini incommensurabili del nostro destino oltre i simulacri delle finzioni, sono, queste, solo alcune delle molteplici pulsioni di una parola, che rivendica un ruolo non periferico nell'indicare una via di salvezza e non di sopravvivenza.
(Dalla Prefazione di Francesco D'Episcopo)
Primo Tratto
Dalla Città Omega è un infinito ovattato vegetare.
Frammentarsi in così poco tempo !
Dilagare in uno sperperio uniforme !
E’ dispersa la mia polvere inerte
indefinitamente...
La mia unità è perduta.
Misericordia Padre per le mie quotidiane pochezze.
Barcamenarsi sopra un indistinto mondo di luce !...
Lasciami ancora vedere la terra
racchiusa in un calice di sole
si’ che possa ricompormi
bevendone gocce d’amore
e richiamare dal buio infruttuoso
tutti i miei brandelli di vita...
Dalla Città Omega è un infinito ovattato vegetare.
Frammentarsi in così poco tempo !
Dilagare in uno sperperio uniforme !
E’ dispersa la mia polvere inerte
indefinitamente...
La mia unità è perduta.
Misericordia Padre per le mie quotidiane pochezze.
Barcamenarsi sopra un indistinto mondo di luce !...
Lasciami ancora vedere la terra
racchiusa in un calice di sole
si’ che possa ricompormi
bevendone gocce d’amore
e richiamare dal buio infruttuoso
tutti i miei brandelli di vita...
------
Solo una grande polvere il nostro parlare aperto
qui nella Città industre.
Nessuno ha un minimo di cuore
per capire dove va questo residuo soffio d’amore.
Più non apriamo né varchi né momenti
per raggomitolarci giù, nel cuore della terra.
Si farà certo un gran fuoco
del nostro dire sottomesso dei nostri scritti
rimasti attorcigliati ai fili di speranza
qui alla luce regina fioca periferia
di questo remoto banco di poeta.
Siamo così rimasti buoni compagni
né più né tanto avvinghiati al paradigma della passione
(una volta era felicità eterna l’attenderti
non appena sbarcato il lunario,
un’evasione da petit enfant...)
Ma io ho ancora pareti da racchiuderne pianeti
e mi rifugio in questa antica casa
e accendo lumi
solerte ad un impero che mi viene da dentro
qui nella Città industre.
Nessuno ha un minimo di cuore
per capire dove va questo residuo soffio d’amore.
Più non apriamo né varchi né momenti
per raggomitolarci giù, nel cuore della terra.
Si farà certo un gran fuoco
del nostro dire sottomesso dei nostri scritti
rimasti attorcigliati ai fili di speranza
qui alla luce regina fioca periferia
di questo remoto banco di poeta.
Siamo così rimasti buoni compagni
né più né tanto avvinghiati al paradigma della passione
(una volta era felicità eterna l’attenderti
non appena sbarcato il lunario,
un’evasione da petit enfant...)
Ma io ho ancora pareti da racchiuderne pianeti
e mi rifugio in questa antica casa
e accendo lumi
solerte ad un impero che mi viene da dentro
(ricordi la squinternata conturbante serata
al tepore dei lampioni : la nostra
unica Ville Lumière ?...)
C’è rimasto questo Rosamaria e non è poco.
Non sono che un nostalgico rivisitatore di anticaglie :
ricorda mia cara di chiudere sempre le porte ai poeti
costringerli a soffrire per l’impegno d’un fiore
che non si è mai potuto dare...
al tepore dei lampioni : la nostra
unica Ville Lumière ?...)
C’è rimasto questo Rosamaria e non è poco.
Non sono che un nostalgico rivisitatore di anticaglie :
ricorda mia cara di chiudere sempre le porte ai poeti
costringerli a soffrire per l’impegno d’un fiore
che non si è mai potuto dare...
Secondo Tratto
Abbondante trabocca la Città
oltre i cristalli riciclati dei vuoti a perdere
al di là del fetore di guttaperca bruciacchiata
ai crocicchi di rottami
Cresce a dismisura sibila sferraglia e si dirama
E noi amalgamati
senza più padri né figli
- oh, esuli in labirintiche contrade senza ritorno ! -
noi vi siamo indirizzi qualunque
vi siamo piatti e blandi
siamo bagarre unanime ! Noi
molecole ormai di questo enorme gonfiore
siamo più niente
più niente !...
Esplodi o Signore dell’antica Gomorra,
mostraci il fuoco dell’alba
che nuovi giorni possa finalmente ricostruirci
vivificanti !
Abbondante trabocca la Città
oltre i cristalli riciclati dei vuoti a perdere
al di là del fetore di guttaperca bruciacchiata
ai crocicchi di rottami
Cresce a dismisura sibila sferraglia e si dirama
E noi amalgamati
senza più padri né figli
- oh, esuli in labirintiche contrade senza ritorno ! -
noi vi siamo indirizzi qualunque
vi siamo piatti e blandi
siamo bagarre unanime ! Noi
molecole ormai di questo enorme gonfiore
siamo più niente
più niente !...
Esplodi o Signore dell’antica Gomorra,
mostraci il fuoco dell’alba
che nuovi giorni possa finalmente ricostruirci
vivificanti !
Terzo Tratto
Un surplus mortale è precipitato dall’alba
mentre avanzavamo a mezz’aria verso l’orizzonte
(ma è ancora lontana Gerusalemme...)
Eppure non è stato improvviso dalle tenebre
il fragore lo stupore e l’immensa acidità
di questo nostro sdoppiamento così umano
delle molecole più basse : sconvolgente
onnipossente ares dio della brutalità
dio della fretta e della virilità corazzata,
oscuro emblema esorcizzato da millenni
ma sempre nostra ombra assidua
acquattata in litanie progenitrici...
Oh, com’è lontana ancora Gerusalemme !
Ora che abbiamo calpestato la vigna
(da sempre abbiamo calunniato la vita
nutrendoci del sangue di Abele
e sacrificando ingiustamente l’agnello...)
Dovevamo rispettare epifanie e attendere
sull’orlo del baratro la fede
che altra infima materia rovinasse
fino a riempirne per sempre l’inferno.
Poi saremmo ridiventati finalmente angeli.
Un surplus mortale è precipitato dall’alba
mentre avanzavamo a mezz’aria verso l’orizzonte
(ma è ancora lontana Gerusalemme...)
Eppure non è stato improvviso dalle tenebre
il fragore lo stupore e l’immensa acidità
di questo nostro sdoppiamento così umano
delle molecole più basse : sconvolgente
onnipossente ares dio della brutalità
dio della fretta e della virilità corazzata,
oscuro emblema esorcizzato da millenni
ma sempre nostra ombra assidua
acquattata in litanie progenitrici...
Oh, com’è lontana ancora Gerusalemme !
Ora che abbiamo calpestato la vigna
(da sempre abbiamo calunniato la vita
nutrendoci del sangue di Abele
e sacrificando ingiustamente l’agnello...)
Dovevamo rispettare epifanie e attendere
sull’orlo del baratro la fede
che altra infima materia rovinasse
fino a riempirne per sempre l’inferno.
Poi saremmo ridiventati finalmente angeli.
Ma questa guerra / lavoro / madre
del nostro stesso parlare e agire
ci rende ancora piccoli agli occhi del creato.
Com’è lontana Gerusalemme !
Pulsano astri e si espandono universi.
L’uomo tornerà - come è scritto -
polvere tra inorganici conflitti.
Forse solo allora il fiato
che più non terrà strette a sé
queste nostre contaminate molecole
(ognuno di noi potrebbe risorgere
a rinnovata entropia), vedrà aprirsi
del nostro stesso parlare e agire
ci rende ancora piccoli agli occhi del creato.
Com’è lontana Gerusalemme !
Pulsano astri e si espandono universi.
L’uomo tornerà - come è scritto -
polvere tra inorganici conflitti.
Forse solo allora il fiato
che più non terrà strette a sé
queste nostre contaminate molecole
(ognuno di noi potrebbe risorgere
a rinnovata entropia), vedrà aprirsi
le lontane celesti eteree soglie...
e più non saremo né vivi né morti
ma angeli in concrete dimensioni,
fuori da questo bigbang
non a caso per noi generato !
e più non saremo né vivi né morti
ma angeli in concrete dimensioni,
fuori da questo bigbang
non a caso per noi generato !
Quarto Tratto
Bisogna capire questa nuova gente.
Loro sanno che la luna è un torpore di luce
e i suoni del mondo hanno per tutti
note di parallattiche melodie.
Perseguono astrali poteri
e mitragliano a vista i buoni.
Bisogna capire questa nuova gente.
Loro sanno che la luna è un torpore di luce
e i suoni del mondo hanno per tutti
note di parallattiche melodie.
Perseguono astrali poteri
e mitragliano a vista i buoni.
Tuttavia o mio Signore
perdona stasera i loro desiderata :
domani non sapranno morire
perché indecorosamente si cibano del pianeta.
Ma per noi che restiamo quaggiù
poveri agnelli ammassati
in attesa del tepore del giudizio,
qual è più la via
o Dio dell’antico sicomoro ?
Qual è più il chicco di grano
che germoglia categorico
nel nostro cuore disperato ?...
Hanno consumato tutto della vita
hanno indossato raggi di sole
ed ora volano al Tuo paradiso.
Misericordia per loro !
O Signore,
sfamaci con le briciole
del Tuo infinito amore !
Quinto Tratto
Il nostro moto continuo impedisce ai ciliegi di farsi sentire.
Nonostante primavera sia già in ora legale.
Ed alle rondini di farsi notare : inanellano voli
che nessuno sa più osservare.
Il nostro moto continuo impedisce ai ciliegi di farsi sentire.
Nonostante primavera sia già in ora legale.
Ed alle rondini di farsi notare : inanellano voli
che nessuno sa più osservare.
Se mai alcuno alzasse gli occhi al cielo
vedrebbe solo aerei
e perfezioni di metallici congegni.
Se mai alcuno chiedesse alla Città :
<<>>
le strutture gli risponderebbero :
< enumerandoti le vie da seguire...>>
E andrebbe via felice e convinto.
In tutto questo, Padre,
prega per noi non visto,
al di là delle tetre nubi di smog.
vedrebbe solo aerei
e perfezioni di metallici congegni.
Se mai alcuno chiedesse alla Città :
<<>>
le strutture gli risponderebbero :
<
E andrebbe via felice e convinto.
In tutto questo, Padre,
prega per noi non visto,
al di là delle tetre nubi di smog.
------
Dagli archi del ventunesimo spira un vento di futuro.
Lambicca tra dita di alto cristallo cemento
e mormora reliquie a venire.
Ancora insiste.
Ma noi siamo già finiti in esagoni concentrici
in periferie scialbe succursali di solitudine.
Abbiamo qui un alito di benessere espanso
tra i rettilinei perfetti di luci e di vulcani
(a destra a sinistra restano portali di chiese sbarrati)
noi cattedrali di assoluto silenzio :
siamo già terminati in pantani d’oro riflesso.
Su di noi giace la coltre della storia
un’infinita pace risolta computerizzata
equilibrata su sbieche occhiate
allo scacchiere mondiale.
O Dio chi sei,
che dall’incerto oltre il ventunesimo
nonostante la nebbia nel cuore,
giunge ancora il Tuo palpito misericordioso ?
Che tempo c’è ancora fra Te
e questo continuo automatico svuotato andare ?...
Lambicca tra dita di alto cristallo cemento
e mormora reliquie a venire.
Ancora insiste.
Ma noi siamo già finiti in esagoni concentrici
in periferie scialbe succursali di solitudine.
Abbiamo qui un alito di benessere espanso
tra i rettilinei perfetti di luci e di vulcani
(a destra a sinistra restano portali di chiese sbarrati)
noi cattedrali di assoluto silenzio :
siamo già terminati in pantani d’oro riflesso.
Su di noi giace la coltre della storia
un’infinita pace risolta computerizzata
equilibrata su sbieche occhiate
allo scacchiere mondiale.
O Dio chi sei,
che dall’incerto oltre il ventunesimo
nonostante la nebbia nel cuore,
giunge ancora il Tuo palpito misericordioso ?
Che tempo c’è ancora fra Te
e questo continuo automatico svuotato andare ?...
Sesto Tratto
Acco Tracco belligerante
strapazza la terra
mentre il silenzio serra
ognuno di noi dolorante
E quello continua a tuonare
nei fulmini il mondo tace
nelle piccole cose non c’è più pace
alle origini vogliamo tornare
Il dormire in attesa perenne
non lascia mai nessuno indenne
Acco Tracco belligerante
strapazza la terra
mentre il silenzio serra
ognuno di noi dolorante
E quello continua a tuonare
nei fulmini il mondo tace
nelle piccole cose non c’è più pace
alle origini vogliamo tornare
Il dormire in attesa perenne
non lascia mai nessuno indenne
Tutto questo inferno apparecchiato sulla nostra storia
signor mio non è questa gloria a darti ragione :
se la vittoria ti sorride
guerra o cos’altro che sia
da Vercingetorige a Caporetto
da Termopili a Sarajevo
da Cartagine a Hiroshima
non ha mai ripagato nessuno a lungo
E i figli non piangono mai i padri morti
né la fame né la miseria : i figli
imparano in fretta la giustizia sommaria
occhio per occhio dente per dente e basta
e così da cronaca a cronaca l’unica idea :
continuare l’opera dei padri !
Perduti nel buio della terra violenta
perduti nel buio della terra ancora lontana.
signor mio non è questa gloria a darti ragione :
se la vittoria ti sorride
guerra o cos’altro che sia
da Vercingetorige a Caporetto
da Termopili a Sarajevo
da Cartagine a Hiroshima
non ha mai ripagato nessuno a lungo
E i figli non piangono mai i padri morti
né la fame né la miseria : i figli
imparano in fretta la giustizia sommaria
occhio per occhio dente per dente e basta
e così da cronaca a cronaca l’unica idea :
continuare l’opera dei padri !
Perduti nel buio della terra violenta
perduti nel buio della terra ancora lontana.
Settimo Tratto
Il silenzio non è d’oro ci racchiude
in tetraedriche dimore di blandizie
metalliche e cementi a isolarci l’un l’altro
noi papaveri di prati incolti
tutto il cielo ci sovrasta libero
l’altro rumore del mare lontano
ci coglie impreparati : o Dio
siamo appena numeri al vento mille semi
inutilmente dispersi
Radunaci al Tuo Edificio
colorato d’amore perenne
e vivo di sussurri rincuoranti
Il silenzio non è d’oro ci racchiude
in tetraedriche dimore di blandizie
metalliche e cementi a isolarci l’un l’altro
noi papaveri di prati incolti
tutto il cielo ci sovrasta libero
l’altro rumore del mare lontano
ci coglie impreparati : o Dio
siamo appena numeri al vento mille semi
inutilmente dispersi
Radunaci al Tuo Edificio
colorato d’amore perenne
e vivo di sussurri rincuoranti
Del posto vennero angeli ad indicarci il setticlavio del cielo.
Noi non liberi da antiche follie (pezze tratte da armadi grigi
a proteggere pelle e polvere) non intuimmo
e non vedemmo.
Questa la bufera di ciascuno :
improvvisa la luce e il furto del cuore
al gioco del sole suddiviso al tramonto sul mare.
Che ne sarà dei nostri gridi di cicale provvisorie ?
Locali, resteremo stupidi imprimenti :
calcare la terra il nostro mestiere d’uomini pesanti incatenati
rarefatta solo quella libertà di rondini
che mai potremo desiderare.
A noi che non sappiamo amare diranno il modo e i tempi.
Ma confusi tra pubblicità e inumani silenzi
andremo persi tra mille granelli di sabbia
a vedere senza capire come fa la tartaruga
a deporre le sue uova
sotto un infinito letto di stelle...
Noi non liberi da antiche follie (pezze tratte da armadi grigi
a proteggere pelle e polvere) non intuimmo
e non vedemmo.
Questa la bufera di ciascuno :
improvvisa la luce e il furto del cuore
al gioco del sole suddiviso al tramonto sul mare.
Che ne sarà dei nostri gridi di cicale provvisorie ?
Locali, resteremo stupidi imprimenti :
calcare la terra il nostro mestiere d’uomini pesanti incatenati
rarefatta solo quella libertà di rondini
che mai potremo desiderare.
A noi che non sappiamo amare diranno il modo e i tempi.
Ma confusi tra pubblicità e inumani silenzi
andremo persi tra mille granelli di sabbia
a vedere senza capire come fa la tartaruga
a deporre le sue uova
sotto un infinito letto di stelle...
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Inutile mano di poeta sconosciuto
puoi forse toccare Dio e poi morire
dall’altra parte del pianto
di questo dolore così terrestre
da legarci le ossa ai pilastri dei garages
al di là di questo nostro ostinato
oscuro silenzioso annaspare
all’ombra di meticolosi robot superiori ?
Ci darai tanto amore come
questa terra enorme sotterranea
dove ho ancora tutti i miei sogni
legati a zattere sfasciate
e invano canterai alle stelle
felicità represse,
poeta dal cuore librante,
ancora disperatamente librante ?...
Punto d’arrivo
Ora sfaldo i tremori della notte
dal pallore dell’anima
e mi getto tra le vie del giorno
alla ricerca di te, amore,
mio lontano asintoto di luce !
Potrebbe essere l’inizio della vita
Celeste mia carissima memoria
Ma questo volo a primavera
dura il tempo d’un sogno
e poi precipito :
orma sulla terra buia
incatenato al nocciolo del giorno !
Sfiorato amore dunque addio !
Non t’ho lambito che
allo zenith del mio grigiore
quando primavera apriva
le porte del paradiso
attraendomi lassù
nel campo dei poeti
dove ogni morte è utile alla vita
se trasmette un piccolo grano almeno
di sorriso
Terminerò nel tempo dei glicini
alla luna solo un breve sguardo
intenso desiderio di bere silenzi
tra un canto di cicala e l’altro
Terminerò col dirti addio
sull’orlo della notte
mi ritroverò al di là
di questa poesia
(tristezza tutta mia)
senza più una minima parola
d’amore
Ora sfaldo i tremori della notte
dal pallore dell’anima
e mi getto tra le vie del giorno
alla ricerca di te, amore,
mio lontano asintoto di luce !
Potrebbe essere l’inizio della vita
Celeste mia carissima memoria
Ma questo volo a primavera
dura il tempo d’un sogno
e poi precipito :
orma sulla terra buia
incatenato al nocciolo del giorno !
Sfiorato amore dunque addio !
Non t’ho lambito che
allo zenith del mio grigiore
quando primavera apriva
le porte del paradiso
attraendomi lassù
nel campo dei poeti
dove ogni morte è utile alla vita
se trasmette un piccolo grano almeno
di sorriso
Terminerò nel tempo dei glicini
alla luna solo un breve sguardo
intenso desiderio di bere silenzi
tra un canto di cicala e l’altro
Terminerò col dirti addio
sull’orlo della notte
mi ritroverò al di là
di questa poesia
(tristezza tutta mia)
senza più una minima parola
d’amore
Sopra questa casa quadrata
ti ho amata
mia Celeste primavera.
E ancora t’amo
ogni ritorno di rondine
a questo tetto d’attese
disperate !
ti ho amata
mia Celeste primavera.
E ancora t’amo
ogni ritorno di rondine
a questo tetto d’attese
disperate !

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