giovedì 17 luglio 2008

COM'E' LONTANA GERUSALEMME




Giuseppe Vetromile, "COM'E' LONTANA GERUSALEMME" (Fuga da Omega), Edizioni Ripostes, Salerno, 1996. Prefazione di Francesco D'Episcopo.


Giuseppe Vetromile conferma e sviluppa in questa nuova raccolta i motivi ispiratori di un'avventura poetica, carica di rabbia per un mondo decomposto da assillanti veleni e avida d'amore per un universo capace realmente di ricomporre l'armonia umana. Il grido si leva alto e tocca i vertici della coscienza per poi inabissarsi nei sussulti di una confidenza cosmica. Tornare ad essere totalmente uomo, liberando i fardelli di un'omologazione sempre all'erta; rivivere la totalità di una vicenda assetata di infinito; recuperare le latitudini incommensurabili del nostro destino oltre i simulacri delle finzioni, sono, queste, solo alcune delle molteplici pulsioni di una parola, che rivendica un ruolo non periferico nell'indicare una via di salvezza e non di sopravvivenza.

(Dalla Prefazione di Francesco D'Episcopo)
Primo Tratto

Dalla Città Omega è un infinito ovattato vegetare.

Frammentarsi in così poco tempo !
Dilagare in uno sperperio uniforme !
E’ dispersa la mia polvere inerte
indefinitamente...
La mia unità è perduta.

Misericordia Padre per le mie quotidiane pochezze.
Barcamenarsi sopra un indistinto mondo di luce !...

Lasciami ancora vedere la terra
racchiusa in un calice di sole
si’ che possa ricompormi
bevendone gocce d’amore
e richiamare dal buio infruttuoso
tutti i miei brandelli di vita...
------
Solo una grande polvere il nostro parlare aperto
qui nella Città industre.
Nessuno ha un minimo di cuore
per capire dove va questo residuo soffio d’amore.
Più non apriamo né varchi né momenti
per raggomitolarci giù, nel cuore della terra.

Si farà certo un gran fuoco
del nostro dire sottomesso dei nostri scritti
rimasti attorcigliati ai fili di speranza
qui alla luce regina fioca periferia
di questo remoto banco di poeta.

Siamo così rimasti buoni compagni
né più né tanto avvinghiati al paradigma della passione
(una volta era felicità eterna l’attenderti
non appena sbarcato il lunario,
un’evasione da petit enfant...)

Ma io ho ancora pareti da racchiuderne pianeti
e mi rifugio in questa antica casa
e accendo lumi
solerte ad un impero che mi viene da dentro
(ricordi la squinternata conturbante serata
al tepore dei lampioni : la nostra
unica Ville Lumière ?...)

C’è rimasto questo Rosamaria e non è poco.
Non sono che un nostalgico rivisitatore di anticaglie :
ricorda mia cara di chiudere sempre le porte ai poeti
costringerli a soffrire per l’impegno d’un fiore
che non si è mai potuto dare...
Secondo Tratto

Abbondante trabocca la Città
oltre i cristalli riciclati dei vuoti a perdere
al di là del fetore di guttaperca bruciacchiata
ai crocicchi di rottami

Cresce a dismisura sibila sferraglia e si dirama

E noi amalgamati
senza più padri né figli
- oh, esuli in labirintiche contrade senza ritorno ! -
noi vi siamo indirizzi qualunque
vi siamo piatti e blandi
siamo bagarre unanime ! Noi
molecole ormai di questo enorme gonfiore
siamo più niente
più niente !...

Esplodi o Signore dell’antica Gomorra,
mostraci il fuoco dell’alba
che nuovi giorni possa finalmente ricostruirci
vivificanti !
Terzo Tratto

Un surplus mortale è precipitato dall’alba
mentre avanzavamo a mezz’aria verso l’orizzonte
(ma è ancora lontana Gerusalemme...)

Eppure non è stato improvviso dalle tenebre
il fragore lo stupore e l’immensa acidità
di questo nostro sdoppiamento così umano
delle molecole più basse : sconvolgente
onnipossente ares dio della brutalità
dio della fretta e della virilità corazzata,
oscuro emblema esorcizzato da millenni
ma sempre nostra ombra assidua
acquattata in litanie progenitrici...

Oh, com’è lontana ancora Gerusalemme !
Ora che abbiamo calpestato la vigna
(da sempre abbiamo calunniato la vita
nutrendoci del sangue di Abele
e sacrificando ingiustamente l’agnello...)

Dovevamo rispettare epifanie e attendere
sull’orlo del baratro la fede
che altra infima materia rovinasse
fino a riempirne per sempre l’inferno.
Poi saremmo ridiventati finalmente angeli.
Ma questa guerra / lavoro / madre
del nostro stesso parlare e agire
ci rende ancora piccoli agli occhi del creato.

Com’è lontana Gerusalemme !
Pulsano astri e si espandono universi.
L’uomo tornerà - come è scritto -
polvere tra inorganici conflitti.

Forse solo allora il fiato
che più non terrà strette a sé
queste nostre contaminate molecole
(ognuno di noi potrebbe risorgere
a rinnovata entropia), vedrà aprirsi
le lontane celesti eteree soglie...

e più non saremo né vivi né morti
ma angeli in concrete dimensioni,
fuori da questo bigbang
non a caso per noi generato !
Quarto Tratto

Bisogna capire questa nuova gente.
Loro sanno che la luna è un torpore di luce
e i suoni del mondo hanno per tutti
note di parallattiche melodie.
Perseguono astrali poteri
e mitragliano a vista i buoni.

Tuttavia o mio Signore
perdona stasera i loro desiderata :
domani non sapranno morire
perché indecorosamente si cibano del pianeta.

Ma per noi che restiamo quaggiù
poveri agnelli ammassati
in attesa del tepore del giudizio,
qual è più la via
o Dio dell’antico sicomoro ?
Qual è più il chicco di grano
che germoglia categorico
nel nostro cuore disperato ?...

Hanno consumato tutto della vita
hanno indossato raggi di sole
ed ora volano al Tuo paradiso.

Misericordia per loro !

O Signore,
sfamaci con le briciole
del Tuo infinito amore !
Quinto Tratto


Il nostro moto continuo impedisce ai ciliegi di farsi sentire.
Nonostante primavera sia già in ora legale.
Ed alle rondini di farsi notare : inanellano voli
che nessuno sa più osservare.
Se mai alcuno alzasse gli occhi al cielo
vedrebbe solo aerei
e perfezioni di metallici congegni.

Se mai alcuno chiedesse alla Città :
<<>>
le strutture gli risponderebbero :
<enumerandoti le vie da seguire...>>

E andrebbe via felice e convinto.

In tutto questo, Padre,
prega per noi non visto,
al di là delle tetre nubi di smog.
------
Dagli archi del ventunesimo spira un vento di futuro.
Lambicca tra dita di alto cristallo cemento
e mormora reliquie a venire.

Ancora insiste.

Ma noi siamo già finiti in esagoni concentrici
in periferie scialbe succursali di solitudine.
Abbiamo qui un alito di benessere espanso
tra i rettilinei perfetti di luci e di vulcani

(a destra a sinistra restano portali di chiese sbarrati)

noi cattedrali di assoluto silenzio :
siamo già terminati in pantani d’oro riflesso.
Su di noi giace la coltre della storia
un’infinita pace risolta computerizzata
equilibrata su sbieche occhiate
allo scacchiere mondiale.

O Dio chi sei,
che dall’incerto oltre il ventunesimo
nonostante la nebbia nel cuore,
giunge ancora il Tuo palpito misericordioso ?
Che tempo c’è ancora fra Te
e questo continuo automatico svuotato andare ?...
Sesto Tratto

Acco Tracco belligerante
strapazza la terra
mentre il silenzio serra
ognuno di noi dolorante

E quello continua a tuonare
nei fulmini il mondo tace
nelle piccole cose non c’è più pace
alle origini vogliamo tornare

Il dormire in attesa perenne
non lascia mai nessuno indenne
Tutto questo inferno apparecchiato sulla nostra storia
signor mio non è questa gloria a darti ragione :
se la vittoria ti sorride
guerra o cos’altro che sia
da Vercingetorige a Caporetto
da Termopili a Sarajevo
da Cartagine a Hiroshima
non ha mai ripagato nessuno a lungo

E i figli non piangono mai i padri morti
né la fame né la miseria : i figli
imparano in fretta la giustizia sommaria
occhio per occhio dente per dente e basta
e così da cronaca a cronaca l’unica idea :
continuare l’opera dei padri !

Perduti nel buio della terra violenta
perduti nel buio della terra ancora lontana.
Settimo Tratto

Il silenzio non è d’oro ci racchiude
in tetraedriche dimore di blandizie
metalliche e cementi a isolarci l’un l’altro
noi papaveri di prati incolti
tutto il cielo ci sovrasta libero
l’altro rumore del mare lontano
ci coglie impreparati : o Dio
siamo appena numeri al vento mille semi
inutilmente dispersi
Radunaci al Tuo Edificio
colorato d’amore perenne
e vivo di sussurri rincuoranti
Del posto vennero angeli ad indicarci il setticlavio del cielo.
Noi non liberi da antiche follie (pezze tratte da armadi grigi
a proteggere pelle e polvere) non intuimmo
e non vedemmo.

Questa la bufera di ciascuno :
improvvisa la luce e il furto del cuore
al gioco del sole suddiviso al tramonto sul mare.

Che ne sarà dei nostri gridi di cicale provvisorie ?
Locali, resteremo stupidi imprimenti :
calcare la terra il nostro mestiere d’uomini pesanti incatenati
rarefatta solo quella libertà di rondini
che mai potremo desiderare.

A noi che non sappiamo amare diranno il modo e i tempi.
Ma confusi tra pubblicità e inumani silenzi
andremo persi tra mille granelli di sabbia
a vedere senza capire come fa la tartaruga
a deporre le sue uova
sotto un infinito letto di stelle...
------

Inutile mano di poeta sconosciuto
puoi forse toccare Dio e poi morire
dall’altra parte del pianto
di questo dolore così terrestre
da legarci le ossa ai pilastri dei garages
al di là di questo nostro ostinato
oscuro silenzioso annaspare
all’ombra di meticolosi robot superiori ?

Ci darai tanto amore come
questa terra enorme sotterranea
dove ho ancora tutti i miei sogni
legati a zattere sfasciate
e invano canterai alle stelle
felicità represse,
poeta dal cuore librante,
ancora disperatamente librante ?...
Punto d’arrivo

Ora sfaldo i tremori della notte
dal pallore dell’anima
e mi getto tra le vie del giorno
alla ricerca di te, amore,
mio lontano asintoto di luce !

Potrebbe essere l’inizio della vita
Celeste mia carissima memoria
Ma questo volo a primavera
dura il tempo d’un sogno
e poi precipito :

orma sulla terra buia
incatenato al nocciolo del giorno !

Sfiorato amore dunque addio !
Non t’ho lambito che
allo zenith del mio grigiore
quando primavera apriva
le porte del paradiso
attraendomi lassù
nel campo dei poeti
dove ogni morte è utile alla vita
se trasmette un piccolo grano almeno
di sorriso

Terminerò nel tempo dei glicini
alla luna solo un breve sguardo
intenso desiderio di bere silenzi
tra un canto di cicala e l’altro

Terminerò col dirti addio
sull’orlo della notte
mi ritroverò al di là
di questa poesia
(tristezza tutta mia)
senza più una minima parola
d’amore
Sopra questa casa quadrata
ti ho amata
mia Celeste primavera.
E ancora t’amo
ogni ritorno di rondine
a questo tetto d’attese
disperate
!

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Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti

Si tratta di una raccolta omogenea di 15 racconti: "15 storie di perdenti e delle loro ossessioni. Come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali..."

La galleria di personaggi che anima questa raccolta sfila davanti a noi come foto segnaletiche dell’assurda lotteria del vivere. Siamo tutti un po’ pendolari, e l’abitudine ci è di conforto. I soliti passi. Le solite cose. Ma poi ecco che il destino, per analogia o per contrappasso, squaderna le sue carte, e d’un tratto ogni certezza si dissolve. Chi sono i perdenti protagonisti di questa raccolta? Forse l’altra faccia di un’unica medaglia che rimanda al generale nonsense della vita. Tutto è pura illusione. E nel nostro percepire il mondo basterebbe un nulla per essere vincenti o sconfitti. Nello sguardo limitato di esseri imperfetti nelle anse di un oscuro fiume che tutto trasporta, e del cui definitivo approdo nulla sappiamo. Ma è anche questo il fascino dell’inganno. E questi racconti sono lo specchio infedele del paradosso, unica verità possibile in una realtà inafferrabile e sfuggente. (Dalla quarta di copertina, di Nando Vitali).



"Come già nella variegata e complessa poesia di fabbrica, anche nei racconti il Vetromile si approccia ad un’umanità che passa sul palcoscenico del vissuto senza lasciare orma di sé. L’intento è far convergere l’attenzione del lettore su una particolare categoria di perdenti, vittime delle loro fisime, schiacciati dall’asocialità, spersonalizzati dall’autoemarginazione che azzera finanche l’affetto per i propri cari, costretti ad una sudditanza da alienati. La paranoia della precisione meticolosa, delle giornate scandite sul battito dei minuti secondi, della raccolta dei punti che omaggiano con prodotti di qualità, sono proiezioni di un contesto situazionale scialbo, incolore, senza riflettori e luci di ribalte. Da esso non si estranea il panorama letterario, pulsione del mito della Sehnsucht e degli aspetti più sconcertanti di una realtà sotterranea, impalpabile, impercettibile come quella personificata dai perdenti vetromiliani, sicuri e a loro agio nella bambagia della casa."



(Dalla prefazione di Anna Gertrude Pessina).



E' possibile ordinare il libro direttamente all'editore o tramite internet (per esempio su: http://www.ibs.it/code/9788895233468/vetromile-giuseppe/signor-cindramo-e-altri.html)

Aldo Gioia legge "Divieto di sosta a mezzocammino"

Notte di lettura a Sant'Anastasia

"Cultura a colori", trasmissione del 19/10/12. Tra gli ospiti: G. Vetromile

Cultura a Colori, 9a. puntata

Le traduzioni in spagnolo dei libri "Cantico del possibile approdo" e "Ritratti in lavorazione", eseguite dalla poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.

La traduzione in spagnolo del libro "Cantico del possibile approdo"

La traduzione in spagnolo del libro "Ritratti in lavorazione"

Liberi in Poesia. L'attore Aldo Spina egge un testo di G. Vetromile

Il video della presentazione del libro "Il signor Attilio Cindramo" alla Treves



Napolitano e Vetromile nella Libreria di Margherita a Formia, il 6 maggio 2010

"La Rocciapoesia 2", Pratella, 27 ottobre 2012

Pontremoli 17/10/2010: Cerimonia di premiazione "Poetica dei muri"

Ceccano, 18 giugno 2010: Premio di Poesia Carmelina Spada

Ceccano, 18 giugno 2010. Liceo scientifico della città ciociara. Lettura e critica della poesia terza classificata, di Giuseppe Vetromile, alla cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia "Carmelina Spada" - III° Edizione ANNO 2010 - organizzato dall'associazione culturale "Fabraterni" di Ceccano.



Premio di Poesia "Carmelina Spada", Ceccano, 18 giugno 2010

La recensione di Anna Gertrude Pessina per "Inventari apocrifi", su Literary 9/09

I risultati della IV Edizione del Premio "Coniugi Boccaccio", di Grillano, Ovada (AL)

PRIMI TRE CLASSIFICATI:

1) "Ho romanzi ancora chiusi a Cadenabbia", di Giuseppe Vetromile, Madonna dell' Arco (NA)
2) "La mia terra", di Bruno Bianco, Montegrosso d' Asti (AT)
3) "La mia Lunigiana" di Paolo Pietrini, La Spezia.
Dal 4 al 20° posto ad ex aequo:
"Vechia Calabria" di De Rosa Antonio, Morano Calabro (CS);
"Una passeggiata in fortezza prima di cena", di Claudio Marini, Grotte di Castro (VT);
"Resurrezione" di Moreno Marani, Torgiano (PG);
"Preghiera" di Giuseppina Fazio, Lanciano(CH);
"Risonanze" di Roberto Borghetti, Ancona;
"Prova a volare" di Fabiola Ballini, Verona;
"Il Cortile" di Federica Galli, Reggio Emilia;
"L' ippocastano della bambina" di Tiziana Monari, Prato;
"Tracce (S.Maria Staffora) " di Claudio Bianchi, Torrazza Coste (PV);
"Treccia degli elfi nel fuoco dei camini" di Paolo Ottaviani , Perugia;
"All' amato fiume" d Ludovica Mazzuccato, S.Martino di Venezze (RO);
"E torna il pensiero a una terra" di Loriana Capecchi, Quarrata (PT);
"Sino al tramonto" di Manuela Capri, Crevalcore (BO);
"La solitudine dai silenzi sbagliati" di Gloria Venturini, Lendinara (RO);
"Fragole con panna" di Leonardi Simona, Seravezza (LU);
"Paese" di Francesca Desirello De Rossi , Serravalle Scrivia (AL);
"Rondini sull' altopiano: a Mario Rigoni Stern" di Giorgio Baro, Torino.

La cerimonia di premiazione si è svolta a Grillano, frazione di Ovada (Al), venerdì 7 agosto 2009

L'intervista pubblicata su "Il mediano"

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Da Napoli / Verso

“DA NAPOLI / VERSO”, Edizioni Kairòs, Napoli, 2007

Una nuova e interessante antologia di poeti napoletani.

Si è svolta il 31 maggio 2007, presso la rinomata Saletta Rossa della Libreria Guida a Port’Alba di Napoli, la presentazione di una interessante antologia poetica, dal titolo veramente indovinato: “Da Napoli, Verso”, edita da Kairòs Editore di Napoli. Il titolo, dicevamo, è appropriato, in quanto si tratta di un “Almanacco” di poesia contemporanea, più che di un’antologia, che però ha il pregio di “partire” da un gruppo di poeti, per lo più napoletani (da Napoli…), tra i quali alcuni di comprovata levatura letteraria e poetica nazionale, e di “andare” verso (e qui il termine “verso”, come ha affermato in apertura uno dei relatori, Ciro Vitiello, può essere inteso sia come sostantivo, indicante il verso delle poesie, sia come avverbio, indicante la ricerca e l’apertura “verso” altri e nuovi spazi poetici, specialmente giovanili).
L’iniziativa, progettata dal noto poeta e medico napoletano Antonio Spagnuolo, e dal poeta Stelvio Di Spigno, dottore in ricerca di Letteratura italiana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, è stata alla fine realizzata con successo dall’Editore Kairòs di Napoli, che ha iniziato così una nuova collana di poesia, “Lo schermo d’ingegno”, bene inserita nella sua già vasta produzione editoriale di saggistica e di narrativa (si consultino a questo proposito i siti www.edizionikairos.com e www.napoliontheroad.it). In effetti tutti i meriti vanno agli ideatori del progetto e all’editore, in quanto pubblicare un libro antologico di poesie è un’impresa alquanto coraggiosa, in questi tempi in cui molto si scrive di poesia (e spesso di dubbia qualità), ed inoltre pochissimo si legge, e molto di meno si legge poesia. Ma l’iniziativa è senz’altro encomiabile, dicevamo, se vuole essere davvero “un punto di partenza” e di aggregazione, magari un confronto generazionale tra poeti bravi ed affermati e poeti giovani e giovanissimi dotati di ottimo talento poetico, e che quindi vanno senz’altro seguiti ed incoraggiati.
L’Antologia è stata divisa in due parti, anche se organicamente essa si presenta compatta e coerente agli obiettivi di originalità e di impegno al rinnovamento da parte degli Autori partecipanti. Nella prima parte, curata dall’ottimo Antonio Spagnuolo ed intitolata “L’antefatto”, quasi a voler porre un sostanziale punto fermo sulla attuale poesia napoletana, punto dal quale poi “partirà” tutta una ricerca successiva, figurano i poeti: Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, lo stesso Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello. Nella seconda parte, intitolata “La scena del presente e del possibile”, curata con una precisa selezione di autori dal poeta Stelvio Di Spigno, sono compresi giovani poeti ma anche nomi già affermati e validi, come Domenico Cipriano, Carlangelo Mauro e lo stesso Stelvio Di Spigno. Accanto a loro troviamo Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Prisco De Vivo, Francesco Filia, Mario Fresa, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Perciaccante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni e Francesco Maria Tipaldi.
Ciascun poeta ha avuto il suo spazio congruo, mediamente 6, 7 pagine, con breve nota biobibliografica alla fine.
Una mappa generazionale piuttosto completa e di qualità, un lavoro che merita la giusta diffusione non solo negli ambienti già usi alla particolare fruizione poetica, ma anche negli ambiti scolastici e della cultura letteraria nazionale.

Giuseppe Vetromile
1/6/2007

Le foto di "M'illumino di meno / M'illumino d'immneso: Libreria Treves, 13 febbraio 2010