
Giuseppe Vetromile, NAPOLI CORE 'NGRATO,
pubblicato in Cofanetto "Riscossione degli accenti", Scuderi Editrice, Avellino, 2003,
insieme a: Antonio Masilotti ("S'attarder dans le cirage"); Gerardo Pepe ("Rosso percussivo"); Enzo Rega ("Ishtar").
Prefazioni di Armando Saveriano.
Nonostante tutto, debbo molto alla mia città, se non altro per avermi dato i natali e per avermi impresso nel cuore le prime indissolubili emozioni, sentimenti che fanno di un uomo un uomo sensibile e quindi attento. Ho dunque dentro di me questa napoletanità. Ma cos’è una napoletanità se non la quintessenza di un fervore di vita che affonda le sue origini negli abissi del tempo greco–bizantino, e che si prolunga fino ai giorni nostri? Quella creatività, quel modo di sentire la natura, di parteciparvi con tutto l’essere, quel modo di avvertire il senso estetico delle cose, la bellezza, la gaiezza, la spensieratezza, la nostalgia, la passione, l’amore!: è tutta dentro la teca preziosa di questa napoletanità. Che è anche, invero, l’espressione sintetica di valori eterni che cerchiamo in modo quasi disperato di conservare e di riconsegnare a tutti, testimoniandone la profonda e densa verità di vita. E se inconsapevolmente applichiamo la regola del tirare avanti come meglio si può, meglio un uovo oggi che una gallina domani, nella segreta speranza che le cose cambino a nostro favore, è vero tuttavia che in cuor nostro ci riferiamo sempre a quei valori accumulati nelle anse del tempo, tesoro insostituibile del nostro patrimonio genetico.
E noi che facciamo poesia stando in vetta al monte, in modo che per primi possiamo osservare quello che accade giù (abbiamo questo privilegio ed è nostro dovere onorarlo), nel groviglio di questo mondo arabescato, ci agitiamo malamente dando segnali di allarme, o richiamando i buoni sentimenti e i buoni costumi ad “incasellarsi” con giustezza nei meandri del nostro cuore, e fornire così un modello di vita esemplare.
Perché dunque Napoli core ‘ngrato. Ma perché Napoli è tutto questo “cuore” che ci ha lasciato con l’amaro in bocca, con la rabbia dentro, con la disillusione negli occhi. Napoli traditrice, ora, di quei valori che rappresentano il nostro tesoro, la nostra vita. Napoli core ‘ngrato perché non è più la stessa di prima, pur rimanendo il nostro punto fermo, il nostro riferimento, la nostra scaturigine di vita segretamente amata e difesa fin nelle nostre più recondite cellule del cuore e dell’anima.
Ecco dunque come penso questa napoletanità: dieci quadri visti dal “di dentro”, cercando di far emergere il segreto sentimento e tutta la densità di vita che sta in ciascuno di essi racchiusa: uno spessore di vissuto che si origina nella notte dei tempi, quadri che sembrano statici nel loro immutevole dramma di vita ma che in realtà narrano di questo lungo sofferto, prezioso, magistrale itinerario di retaggi tipicamente napoletani.
Ma Napoli è in fondo questo mondo intero, questa età, con tutto quello che ne consegue: male di vivere, ansia, fretta, economia, fredda tecnologia, benessere di mercato. Per questo non mi sono espresso nella lingua napoletana direttamente, come forse avrei dovuto. La poesia deve seguire le cose del mondo, deve capirle per poi meglio tradurle e renderle al pubblico: deve usare, in fondo, le stesse “armi” della quotidianità. I miei ricordi, nel riportare i vari “prospetti”, sono forse eccessivamente nostalgici e duri, forse troppo asciutti per poter essere resi nella solare e sorridente espressività napoletana. Però ho ritenuto opportuno inserire qua e là alcune parole, alcuni termini che sono propriamente napoletani (vascio, vrenzola, appiccecata…), “italianizzandoli”, per non elidere del tutto il legame con l’antica e nobile parlata nostra.
Non cerco di attuare in questa sede un nuovo sperimentalismo linguistico; se mai si tratta di un tentativo di legare il vecchio al nuovo, sempre nello spirito di tenere alta questa nostra benedetta napoletanità, che è luce di vita e di sentimento appassionato da mostrare a tutto il mondo.
Giuseppe Vetromile (dall'"introduzione")
Rettifilo
Inguaiato di smog il Rettifilo delle facciate antiche
canta rauco dai Quattropalazzi alla Ferrovia
il suo bailamme marocchino. E in noi
– ciurma oppressa alle vetrine dei saldi –
improvvisi s’aprono varchi
agli scalpiccii dei più frettolosi, mentre
un senegalese alto e notturno
dispone chincaglie sul suo metroquadro
preso ad usucapione. Mediamente
un grumo di folla ondula, si spande,
si dissolve, si rapprende, si sventaglia
e poi rifluisce lungo le corsie. Membri estremi
circumnavigano auto in brutta sosta.
S’incastrano a frequenza regolare gli andanti
con i ritornanti, come nodi inestricabili
al grande pettine stradale.
Al banco degli sfizi ristà indeciso
un paio di guaglioni di periferia:
con le millecinquecentolire sarà
una margherita fritta
o un sacchetto di dieci zeppoline?
Questo è oggi il mondo, il cuore della terra:
core ‘ngrato, affumicato, affamato di fretta, furia
e noncettèmpo per pensà.
Appiccecata
Di Napoli milionaria ne è piena l’aria del vicolo
e il largo di cemento – interruzione alla fretta di case
accalcate nel cuore della spagnoleria. Ora
è un viavai di odori e di lembi di volti smargiassi,
di spicchi di sole e d’ombra – striature galere
di vita e di morte sul tessuto raggrinzito
della città antica.
Io vedo
– oltrepassando chioschi e barbacani di supponta –
un improvviso teatro sul ciglio del vascio:
le donne stanno in resta con gli artigli laccati
e la bocca grave di parole panoramiche,
pronte a colpirsi d’immagini blasfeme
per un tozzo di soldi, di contrabbando
o d’amore tradito.
L’appiccecata
dura un attimo lungo una vita: questo
è tutto il motore che tiene bene in viaggio
il carro prezioso dei sentimenti.
E quanto vale l’esistere
senza sentirsi ogni giorno la pelle tremare di dubbio
e di paura, nei rifugi più profondi del cuore
e della città ingrata?…
Il numero quattro
Giù a via Marina ansima, provoca sibili e clangori
discendendo la lieve china verso il porto
il numero quattro glorioso (non ancora è pronto
per il museo dei trasporti).
Lascia l’alba a San Giovanni e nel silenzio scivola
dirimpetto alla Vigliena, antica porta di mare
consumata da transiti e arrembaggi.
E’ grave sui basoli, trema la terra sotto le rotaie,
cannuccia al vento la flemma del vecchio trolley,
fende la farragine l’eroe metallico enorme e solo
tra i trabiccoli, le mezze scarpe a ridosso dei porcili
– scogli di spazzatura sull’argine sinistro dell’andare –
Va’, vecchio numero quattro, infrequente e scanzonato, va’:
prima del tunnel della Vittoria, sotto gli avvizziti giardini litoranei,
diremo requiem di deposito – se approderemo
al breve capolinea – per i tuoi cinquant’anni di giri,
un bislacco pesante tintinnare sui binari, qualche volta
vestito di verde, così, tanto per sberleffare!
Alla fermata del tram
Capa ‘e fierro avanza stridendo ballonzolando
sul suo enorme addome a ottoruote.
– Che numero è?–
La vecchia piegata sulla sua borsa della spesa
ha da raggiungere Barra, ma non ha occhi sufficienti.
– E’ ll’uno, ‘a zì’: va a Poggioreale! –
Il vecchio dal volto bianco ha occhiali d’aquila
e corpo di coyote digiuno da tre mesi.
Commenta così chiudendo la serata
nel suo impermeabile marrò slacciato.
– No, non è buono pe mmè… Chi sa
quando passa ‘o quattro! E’ già mezzora c’ aspetto.–
Sera d’ottobre che accende luci in via Marina
ancora tiepida di smog e di salmastro. Dal fondo
una di quelle luci aumenta, avanza.
– Che numero è? –
La vecchia, stanca, ancora più reclina, ancora
più perduta, non ha occhi né orecchie ormai
che per il suo caminetto.
– E’ ll’uno, ‘a zì’: va ‘o cimitero! –
Il giovanotto spiritoso vive d’ironia e di sarcasmo.
Scherza fumando la sigaretta
appoggiato al palo della fermata.
Non conosce pietà.
– E mmò me piglio chisto.–
Non tutti i caminetti stanno a Barra.
Non tutti i giovani lo sanno.
E non tutti i vecchi possono prendere il tram
senza l’aiuto di un’anima buona: core ‘ngrato!
In città spesso si muore con una parola storta.
Borgo marinaro
Tiene le quattro barche ancora buone
raccolte a grappolo nell’ovile di mare
sotto alla Ziteresa. Picchia ‘o sole mio
arroventando il molo grigio, l’acqua salsa
e il volto raggrinzito dell’antico marinaio:
don Luigi l’affittabarche ancora vive, sorride
con i remi in pugno e battaglia coi giovani clienti
il prezzo d’un giro dietro al Castello.
Narra favole aragonesi il vecchio scoglio
abitato da Megaride, ora è un’ansa di cemento
con finte vele al vento di ponente.
Come pure le sue cozze: scomparse
dall’allegro ondulio dei bidoni allineati
al di là dell’Eldorado. Ma ancora vi sarà
una storia d’amanti ritornanti
alla vecchia trattoria sotto il pontile,
o il dipinto d’un artista senza quadri
o il canto d’un poeta senza ali:
vi sarà la vita che alligna da millenni
nei ricordi più tenaci dell’infanzia.
Posteggiatori alla Ziteresa
Si scatena ‘o sole mio dalle mandole tzigane
e dalle viole ondule dei quattro posteggiatori
giù alla Ziteresa. Pilastri di musica maestra
in giro per i tavoli affollati di souté, vongole,
cozze, gamberi e vermicelli sciué sciué.
Maestri d’allegra compagnia volano discreti
tra piatti e calici fumé, cantando Napoli
e ‘o sole a scacciar miserie, angherie
(chisto è ‘o paese addò tutt’ ‘e guaie
s’affogano dint’ all’ ammore!…)
Ma dolcetriste è la nota che vola sui contorni,
torna a Surriento, famme campa’
non commuove né s’attacca
alla pelle dei distratti commensali. Uno solo
langue in fondo all’accumulo di scorze:
ha il basco capovolto sul palmo della mano
e niente dentro, se non le quattro note
dell’antico munasterio ‘e Santa Chiara.
Pignasecca
Pignasecca sghimbescia affoga ogni metrocubo d’aria
ai passanti scartocciati dal fagotto di Natale: a iosa
le facce variopinte cosmopolite a lungo andare
si mischiano si rimettono in fila. Stentano macchine
reclamando un varco di diritto clacsonando intermittenti
insistenti come la voce querula di Fortunato ‘o tarallaro
che passa e spassa davanti ai Pellegrini (di tanto in tanto
uno strazio di sirena che scotenna di brividi la pelle
e recita automatici rosari di rinforzo
in superficie di labbra alle vecchiette della spesa…)
Più in là – tenebrosa – la ruvida funicolare risale
nel suo antro oscuro, un biancore a malapena
s’intravede lassù alla fine del lungo budello,
sarà una vita che salescende, una vita che
arriva e riparte, nasce e muore. Infatti
se una sta giù l’altra sta su per forza,
e come ogni cosa ha il suo contrario,
anche noi che stiamo qui a Montesanto
abbiamo i nostri fantasmi su al Vomero, gente
appena leggera, vaporosa, appena dolce e lieve:
come angeli d’aria nel paradiso dei terrestri.
Fortunato ‘o tarallaro
Spunta all’angolo del vico la sua voce
mentre ancora si stiracchia don Nicola
alla prima vrenzola ‘e sole. Per tre volte
ripete la cantata Fortunato ‘o tarallaro
ricamando la sua robba chiena ‘e ‘nzogna
nel carretto che staziona speranzoso
ogni venti basoli di strada. Qui
è tutta Napoli che canta, racchiusa
in un tarallo chino ‘e pepe,
dove le disgrazie volano sulle ali
di regginelle liberate da cajole
e l’ammore s’affaccia alla finestra
nell’argento della luna a Marechiaro.
Qui nasce il cuore della terra,
il suo fuoco, il suo vigore.
Sono nato da quest’aria antica,
da questo mare gaio. Aspiro nelle vene
le note d’un sassofono prezioso,
– lontano nei ricordi – d’un ambulante
senza cieli e senza stanze: puntuale,
come il richiamo di Fortunato ‘o tarallaro.
Assunta acquafrescaia
Dimmi che hai sete, sete di passione,
d’acqua e di vita, tu che precipiti di corsa
sui lati della strada: fermati!
Io non sto nel tempo, immersa
in questo anacronismo duro ancora
nonostante lo spiccio frettoloso
di aranciate e cocacola dal sapore
costruito a tavolino.
Sono Assunta l’acquafrescaia
pasciuta e rubiconda all’angolo
del Chiatamone, dimoro qui
nel vecchio chiosco restaurato,
monaca dell’antica acqua suffregna.
Ancora sogno la bella Napoli
limpida e fresca, improvvisa
come le bibite che preparavo.
Core ‘ngrato: m’ha tradito
la città nuova e confezionata.
Resto qui nell’angolo di marmo
a guardare chi passa e beve ora
con gli occhi del passato
il ricordo saporoso e frizzante
d’un bicchiere d’amore
che solo io sapevo dare!
Piazza Vittoria
Ciò di cui nacqui appartiene ora ad altre realtà
e il tempo è forse un parallelo mai più contabile
dalle mie labbra attuali. Trascorso è un movimento
indefinito, che mentre accarezzi la pelle dell’amore
è già memoria l’emozione. Il ricordo
non è fatto di materia eppure s’incarna qui
– è possibile! – se m’affaccio al cuore balaustrato
rivedo la scogliera e il mare di Partenope
ricco di salmastro e di nafta proprio sotto
la Rotonda. Ondula ancora la barca scalmanata
di Totonno ‘o piscatore, ribelle al doppio nodo
marinaro, e più su odora la Ziteresa di frittura.
Sguscia il vento in agguato dietro il Castello,
scompiglia le vele le sparpaglia per la rada.
O mio amore migratorio, transito ora per altri
porti, nuovi e precisi come d’accademie, ma
non resta niente attaccato alla mia carne. Se
l’aldilà è ancora da venire, mi sarà bagaglio
confortevole quel cantico fantasma e parallelo
che sempre s’agita nella mia sera progressiva.
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Note di critica:
Silvio Aman su "Sinestesie":
Con Napoli core ’ngrato, Giuseppe Vetromile si rivolge al mondo esterno della sua Napoli, di cui ci mostra diverse inquadrature; un esterno molto diverso da quello che potrebbe offrirci una ingessata città del Nord, e che trova rispondenza nello spirito della napoletanità. In cosa consista, questa, ce lo spiega lui stesso così: “… la quintessenza di un fervore di vita che affonda le sue origini negli abissi del tempo greco-bizantino, e che si prolunga fino ai giorni nostri”; fervore che riguarda la “creatività”, il “modo di sentire la natura, di parteciparvi con tutto l’essere”, “di avvertire il senso estetico delle cose”, assieme a bellezza, gaiezza, spensieratezza, nostalgia, passione e amore… Tutte caratteristiche presenti, nella “teca preziosa di questa napoletanità”, come valori eterni che cerchiamo disperatamente di conservare, e che la Napoli d’oggi tradisce, perché anche lei assorbita dal consumismo, dai processi economici e tecnologici; ecco perché, spiega il poeta nella prefazione, la chiama core ’ngrato, e credo non si possa certo mancare di essere d’accordo con lui e di aderire alla sua stessa “rabbia”. Egli parla di Napoli, ma il suo discorso è estensibile a tutte le civiltà degli antichi centri, e Oswald Spengler fu chiaro, al riguardo: è un destino che le grandi civiltà volgano al tramonto, trasformandosi in musei all’aperto, mentre dalla Kultur si è già passati alla Civilisation; e l’affannoso tentativo di salvare le differenze indica in maniera inequivocabile come il globale appiattimento sia già penetrato ovunque. Anche nei luoghi un tempo selvaggi, noi troviamo la differenza (tanto più disturbante ogni genere di pianificazione, quanto più è marcata), ma appunto residuale e spesso unicamente nelle forme di un folklore da agenzia di viaggi, scisso dalla vita, quindi falso. Rimane la memoria, e il poeta può avere l’incarico di informare e testimoniare ciò che ha visto e sentito. Anche nel Nord Italia c’è chi ricorda la canzone Brianza bella, sì, perché tanta bellezza di boschi, prati, fontanili, coltivi e armoniosi centri rurali fu spazzata via da un altro modo di produzione e da ben poco commendevoli sviluppi: il tessuto sociale è ora molto diverso da un tempo, centinaia di fabbriche hanno invaso i fondi agricoli, né si coltiva più il baco da seta, occasione di sostentamento per molte famiglie; anche i vecchi gelsi sono scomparsi, e con loro il paesaggio, bene prezioso riconosciuto come valore culturale e artistico a tutti gli effetti, e attorno al quale già da anni si discute nelle università, nei convegni e in centinaia di opere, specie allo scopo di identificare i più opportuni criteri di recupero e conservazione, evitando il rischio di una sua trasformazione nell’opera morta del museo all’aperto.
Le poesie di Vetromile sono la testimonianza del disagio, di esistenze e professioni che resistono, come quella di Fortunato ’o tarallaro, nella cui canzone “è tutta Napoli che canta”, di Assunta, l’acquafrescaia tradita dalle moderne bibite (molto bella, questa poesia in cui l’acquafrescaia sogna la bella Napoli e ricorda “il bicchiere d’amore” che solo lei sapeva dare), di chi “Tiene le quattro barche ancora buone / raccolte a grappolo nell’ovile di mare / sotto alla Ziteresa”, mentre “Narra favole aragonesi il vecchio scoglio / abitato da Megaride…”. Lo spirito di Napoli resiste, l’allegria, l’arte di arrangiarsi, l’inventività: “Maestri d’allegra compagnia volano discreti / tra piatti e calici fumé, cantando Napoli / e ’o sole a scacciar miserie, angherie (chisto è ’o paese addò tutt’ ’e guaie / s’affogano dint’all’ammore!…)”, ma “torna a Surriento” non commuove più.
Silvio Aman (su "Sinestesie", maggio 2006)
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Una nota del prof. Giuseppe d'Errico:
pubblicato in Cofanetto "Riscossione degli accenti", Scuderi Editrice, Avellino, 2003,
insieme a: Antonio Masilotti ("S'attarder dans le cirage"); Gerardo Pepe ("Rosso percussivo"); Enzo Rega ("Ishtar").
Prefazioni di Armando Saveriano.
Nonostante tutto, debbo molto alla mia città, se non altro per avermi dato i natali e per avermi impresso nel cuore le prime indissolubili emozioni, sentimenti che fanno di un uomo un uomo sensibile e quindi attento. Ho dunque dentro di me questa napoletanità. Ma cos’è una napoletanità se non la quintessenza di un fervore di vita che affonda le sue origini negli abissi del tempo greco–bizantino, e che si prolunga fino ai giorni nostri? Quella creatività, quel modo di sentire la natura, di parteciparvi con tutto l’essere, quel modo di avvertire il senso estetico delle cose, la bellezza, la gaiezza, la spensieratezza, la nostalgia, la passione, l’amore!: è tutta dentro la teca preziosa di questa napoletanità. Che è anche, invero, l’espressione sintetica di valori eterni che cerchiamo in modo quasi disperato di conservare e di riconsegnare a tutti, testimoniandone la profonda e densa verità di vita. E se inconsapevolmente applichiamo la regola del tirare avanti come meglio si può, meglio un uovo oggi che una gallina domani, nella segreta speranza che le cose cambino a nostro favore, è vero tuttavia che in cuor nostro ci riferiamo sempre a quei valori accumulati nelle anse del tempo, tesoro insostituibile del nostro patrimonio genetico.
E noi che facciamo poesia stando in vetta al monte, in modo che per primi possiamo osservare quello che accade giù (abbiamo questo privilegio ed è nostro dovere onorarlo), nel groviglio di questo mondo arabescato, ci agitiamo malamente dando segnali di allarme, o richiamando i buoni sentimenti e i buoni costumi ad “incasellarsi” con giustezza nei meandri del nostro cuore, e fornire così un modello di vita esemplare.
Perché dunque Napoli core ‘ngrato. Ma perché Napoli è tutto questo “cuore” che ci ha lasciato con l’amaro in bocca, con la rabbia dentro, con la disillusione negli occhi. Napoli traditrice, ora, di quei valori che rappresentano il nostro tesoro, la nostra vita. Napoli core ‘ngrato perché non è più la stessa di prima, pur rimanendo il nostro punto fermo, il nostro riferimento, la nostra scaturigine di vita segretamente amata e difesa fin nelle nostre più recondite cellule del cuore e dell’anima.
Ecco dunque come penso questa napoletanità: dieci quadri visti dal “di dentro”, cercando di far emergere il segreto sentimento e tutta la densità di vita che sta in ciascuno di essi racchiusa: uno spessore di vissuto che si origina nella notte dei tempi, quadri che sembrano statici nel loro immutevole dramma di vita ma che in realtà narrano di questo lungo sofferto, prezioso, magistrale itinerario di retaggi tipicamente napoletani.
Ma Napoli è in fondo questo mondo intero, questa età, con tutto quello che ne consegue: male di vivere, ansia, fretta, economia, fredda tecnologia, benessere di mercato. Per questo non mi sono espresso nella lingua napoletana direttamente, come forse avrei dovuto. La poesia deve seguire le cose del mondo, deve capirle per poi meglio tradurle e renderle al pubblico: deve usare, in fondo, le stesse “armi” della quotidianità. I miei ricordi, nel riportare i vari “prospetti”, sono forse eccessivamente nostalgici e duri, forse troppo asciutti per poter essere resi nella solare e sorridente espressività napoletana. Però ho ritenuto opportuno inserire qua e là alcune parole, alcuni termini che sono propriamente napoletani (vascio, vrenzola, appiccecata…), “italianizzandoli”, per non elidere del tutto il legame con l’antica e nobile parlata nostra.
Non cerco di attuare in questa sede un nuovo sperimentalismo linguistico; se mai si tratta di un tentativo di legare il vecchio al nuovo, sempre nello spirito di tenere alta questa nostra benedetta napoletanità, che è luce di vita e di sentimento appassionato da mostrare a tutto il mondo.
Giuseppe Vetromile (dall'"introduzione")
Rettifilo
Inguaiato di smog il Rettifilo delle facciate antiche
canta rauco dai Quattropalazzi alla Ferrovia
il suo bailamme marocchino. E in noi
– ciurma oppressa alle vetrine dei saldi –
improvvisi s’aprono varchi
agli scalpiccii dei più frettolosi, mentre
un senegalese alto e notturno
dispone chincaglie sul suo metroquadro
preso ad usucapione. Mediamente
un grumo di folla ondula, si spande,
si dissolve, si rapprende, si sventaglia
e poi rifluisce lungo le corsie. Membri estremi
circumnavigano auto in brutta sosta.
S’incastrano a frequenza regolare gli andanti
con i ritornanti, come nodi inestricabili
al grande pettine stradale.
Al banco degli sfizi ristà indeciso
un paio di guaglioni di periferia:
con le millecinquecentolire sarà
una margherita fritta
o un sacchetto di dieci zeppoline?
Questo è oggi il mondo, il cuore della terra:
core ‘ngrato, affumicato, affamato di fretta, furia
e noncettèmpo per pensà.
Appiccecata
Di Napoli milionaria ne è piena l’aria del vicolo
e il largo di cemento – interruzione alla fretta di case
accalcate nel cuore della spagnoleria. Ora
è un viavai di odori e di lembi di volti smargiassi,
di spicchi di sole e d’ombra – striature galere
di vita e di morte sul tessuto raggrinzito
della città antica.
Io vedo
– oltrepassando chioschi e barbacani di supponta –
un improvviso teatro sul ciglio del vascio:
le donne stanno in resta con gli artigli laccati
e la bocca grave di parole panoramiche,
pronte a colpirsi d’immagini blasfeme
per un tozzo di soldi, di contrabbando
o d’amore tradito.
L’appiccecata
dura un attimo lungo una vita: questo
è tutto il motore che tiene bene in viaggio
il carro prezioso dei sentimenti.
E quanto vale l’esistere
senza sentirsi ogni giorno la pelle tremare di dubbio
e di paura, nei rifugi più profondi del cuore
e della città ingrata?…
Il numero quattro
Giù a via Marina ansima, provoca sibili e clangori
discendendo la lieve china verso il porto
il numero quattro glorioso (non ancora è pronto
per il museo dei trasporti).
Lascia l’alba a San Giovanni e nel silenzio scivola
dirimpetto alla Vigliena, antica porta di mare
consumata da transiti e arrembaggi.
E’ grave sui basoli, trema la terra sotto le rotaie,
cannuccia al vento la flemma del vecchio trolley,
fende la farragine l’eroe metallico enorme e solo
tra i trabiccoli, le mezze scarpe a ridosso dei porcili
– scogli di spazzatura sull’argine sinistro dell’andare –
Va’, vecchio numero quattro, infrequente e scanzonato, va’:
prima del tunnel della Vittoria, sotto gli avvizziti giardini litoranei,
diremo requiem di deposito – se approderemo
al breve capolinea – per i tuoi cinquant’anni di giri,
un bislacco pesante tintinnare sui binari, qualche volta
vestito di verde, così, tanto per sberleffare!
Alla fermata del tram
Capa ‘e fierro avanza stridendo ballonzolando
sul suo enorme addome a ottoruote.
– Che numero è?–
La vecchia piegata sulla sua borsa della spesa
ha da raggiungere Barra, ma non ha occhi sufficienti.
– E’ ll’uno, ‘a zì’: va a Poggioreale! –
Il vecchio dal volto bianco ha occhiali d’aquila
e corpo di coyote digiuno da tre mesi.
Commenta così chiudendo la serata
nel suo impermeabile marrò slacciato.
– No, non è buono pe mmè… Chi sa
quando passa ‘o quattro! E’ già mezzora c’ aspetto.–
Sera d’ottobre che accende luci in via Marina
ancora tiepida di smog e di salmastro. Dal fondo
una di quelle luci aumenta, avanza.
– Che numero è? –
La vecchia, stanca, ancora più reclina, ancora
più perduta, non ha occhi né orecchie ormai
che per il suo caminetto.
– E’ ll’uno, ‘a zì’: va ‘o cimitero! –
Il giovanotto spiritoso vive d’ironia e di sarcasmo.
Scherza fumando la sigaretta
appoggiato al palo della fermata.
Non conosce pietà.
– E mmò me piglio chisto.–
Non tutti i caminetti stanno a Barra.
Non tutti i giovani lo sanno.
E non tutti i vecchi possono prendere il tram
senza l’aiuto di un’anima buona: core ‘ngrato!
In città spesso si muore con una parola storta.
Borgo marinaro
Tiene le quattro barche ancora buone
raccolte a grappolo nell’ovile di mare
sotto alla Ziteresa. Picchia ‘o sole mio
arroventando il molo grigio, l’acqua salsa
e il volto raggrinzito dell’antico marinaio:
don Luigi l’affittabarche ancora vive, sorride
con i remi in pugno e battaglia coi giovani clienti
il prezzo d’un giro dietro al Castello.
Narra favole aragonesi il vecchio scoglio
abitato da Megaride, ora è un’ansa di cemento
con finte vele al vento di ponente.
Come pure le sue cozze: scomparse
dall’allegro ondulio dei bidoni allineati
al di là dell’Eldorado. Ma ancora vi sarà
una storia d’amanti ritornanti
alla vecchia trattoria sotto il pontile,
o il dipinto d’un artista senza quadri
o il canto d’un poeta senza ali:
vi sarà la vita che alligna da millenni
nei ricordi più tenaci dell’infanzia.
Posteggiatori alla Ziteresa
Si scatena ‘o sole mio dalle mandole tzigane
e dalle viole ondule dei quattro posteggiatori
giù alla Ziteresa. Pilastri di musica maestra
in giro per i tavoli affollati di souté, vongole,
cozze, gamberi e vermicelli sciué sciué.
Maestri d’allegra compagnia volano discreti
tra piatti e calici fumé, cantando Napoli
e ‘o sole a scacciar miserie, angherie
(chisto è ‘o paese addò tutt’ ‘e guaie
s’affogano dint’ all’ ammore!…)
Ma dolcetriste è la nota che vola sui contorni,
torna a Surriento, famme campa’
non commuove né s’attacca
alla pelle dei distratti commensali. Uno solo
langue in fondo all’accumulo di scorze:
ha il basco capovolto sul palmo della mano
e niente dentro, se non le quattro note
dell’antico munasterio ‘e Santa Chiara.
Pignasecca
Pignasecca sghimbescia affoga ogni metrocubo d’aria
ai passanti scartocciati dal fagotto di Natale: a iosa
le facce variopinte cosmopolite a lungo andare
si mischiano si rimettono in fila. Stentano macchine
reclamando un varco di diritto clacsonando intermittenti
insistenti come la voce querula di Fortunato ‘o tarallaro
che passa e spassa davanti ai Pellegrini (di tanto in tanto
uno strazio di sirena che scotenna di brividi la pelle
e recita automatici rosari di rinforzo
in superficie di labbra alle vecchiette della spesa…)
Più in là – tenebrosa – la ruvida funicolare risale
nel suo antro oscuro, un biancore a malapena
s’intravede lassù alla fine del lungo budello,
sarà una vita che salescende, una vita che
arriva e riparte, nasce e muore. Infatti
se una sta giù l’altra sta su per forza,
e come ogni cosa ha il suo contrario,
anche noi che stiamo qui a Montesanto
abbiamo i nostri fantasmi su al Vomero, gente
appena leggera, vaporosa, appena dolce e lieve:
come angeli d’aria nel paradiso dei terrestri.
Fortunato ‘o tarallaro
Spunta all’angolo del vico la sua voce
mentre ancora si stiracchia don Nicola
alla prima vrenzola ‘e sole. Per tre volte
ripete la cantata Fortunato ‘o tarallaro
ricamando la sua robba chiena ‘e ‘nzogna
nel carretto che staziona speranzoso
ogni venti basoli di strada. Qui
è tutta Napoli che canta, racchiusa
in un tarallo chino ‘e pepe,
dove le disgrazie volano sulle ali
di regginelle liberate da cajole
e l’ammore s’affaccia alla finestra
nell’argento della luna a Marechiaro.
Qui nasce il cuore della terra,
il suo fuoco, il suo vigore.
Sono nato da quest’aria antica,
da questo mare gaio. Aspiro nelle vene
le note d’un sassofono prezioso,
– lontano nei ricordi – d’un ambulante
senza cieli e senza stanze: puntuale,
come il richiamo di Fortunato ‘o tarallaro.
Assunta acquafrescaia
Dimmi che hai sete, sete di passione,
d’acqua e di vita, tu che precipiti di corsa
sui lati della strada: fermati!
Io non sto nel tempo, immersa
in questo anacronismo duro ancora
nonostante lo spiccio frettoloso
di aranciate e cocacola dal sapore
costruito a tavolino.
Sono Assunta l’acquafrescaia
pasciuta e rubiconda all’angolo
del Chiatamone, dimoro qui
nel vecchio chiosco restaurato,
monaca dell’antica acqua suffregna.
Ancora sogno la bella Napoli
limpida e fresca, improvvisa
come le bibite che preparavo.
Core ‘ngrato: m’ha tradito
la città nuova e confezionata.
Resto qui nell’angolo di marmo
a guardare chi passa e beve ora
con gli occhi del passato
il ricordo saporoso e frizzante
d’un bicchiere d’amore
che solo io sapevo dare!
Piazza Vittoria
Ciò di cui nacqui appartiene ora ad altre realtà
e il tempo è forse un parallelo mai più contabile
dalle mie labbra attuali. Trascorso è un movimento
indefinito, che mentre accarezzi la pelle dell’amore
è già memoria l’emozione. Il ricordo
non è fatto di materia eppure s’incarna qui
– è possibile! – se m’affaccio al cuore balaustrato
rivedo la scogliera e il mare di Partenope
ricco di salmastro e di nafta proprio sotto
la Rotonda. Ondula ancora la barca scalmanata
di Totonno ‘o piscatore, ribelle al doppio nodo
marinaro, e più su odora la Ziteresa di frittura.
Sguscia il vento in agguato dietro il Castello,
scompiglia le vele le sparpaglia per la rada.
O mio amore migratorio, transito ora per altri
porti, nuovi e precisi come d’accademie, ma
non resta niente attaccato alla mia carne. Se
l’aldilà è ancora da venire, mi sarà bagaglio
confortevole quel cantico fantasma e parallelo
che sempre s’agita nella mia sera progressiva.
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Note di critica:
Silvio Aman su "Sinestesie":
Con Napoli core ’ngrato, Giuseppe Vetromile si rivolge al mondo esterno della sua Napoli, di cui ci mostra diverse inquadrature; un esterno molto diverso da quello che potrebbe offrirci una ingessata città del Nord, e che trova rispondenza nello spirito della napoletanità. In cosa consista, questa, ce lo spiega lui stesso così: “… la quintessenza di un fervore di vita che affonda le sue origini negli abissi del tempo greco-bizantino, e che si prolunga fino ai giorni nostri”; fervore che riguarda la “creatività”, il “modo di sentire la natura, di parteciparvi con tutto l’essere”, “di avvertire il senso estetico delle cose”, assieme a bellezza, gaiezza, spensieratezza, nostalgia, passione e amore… Tutte caratteristiche presenti, nella “teca preziosa di questa napoletanità”, come valori eterni che cerchiamo disperatamente di conservare, e che la Napoli d’oggi tradisce, perché anche lei assorbita dal consumismo, dai processi economici e tecnologici; ecco perché, spiega il poeta nella prefazione, la chiama core ’ngrato, e credo non si possa certo mancare di essere d’accordo con lui e di aderire alla sua stessa “rabbia”. Egli parla di Napoli, ma il suo discorso è estensibile a tutte le civiltà degli antichi centri, e Oswald Spengler fu chiaro, al riguardo: è un destino che le grandi civiltà volgano al tramonto, trasformandosi in musei all’aperto, mentre dalla Kultur si è già passati alla Civilisation; e l’affannoso tentativo di salvare le differenze indica in maniera inequivocabile come il globale appiattimento sia già penetrato ovunque. Anche nei luoghi un tempo selvaggi, noi troviamo la differenza (tanto più disturbante ogni genere di pianificazione, quanto più è marcata), ma appunto residuale e spesso unicamente nelle forme di un folklore da agenzia di viaggi, scisso dalla vita, quindi falso. Rimane la memoria, e il poeta può avere l’incarico di informare e testimoniare ciò che ha visto e sentito. Anche nel Nord Italia c’è chi ricorda la canzone Brianza bella, sì, perché tanta bellezza di boschi, prati, fontanili, coltivi e armoniosi centri rurali fu spazzata via da un altro modo di produzione e da ben poco commendevoli sviluppi: il tessuto sociale è ora molto diverso da un tempo, centinaia di fabbriche hanno invaso i fondi agricoli, né si coltiva più il baco da seta, occasione di sostentamento per molte famiglie; anche i vecchi gelsi sono scomparsi, e con loro il paesaggio, bene prezioso riconosciuto come valore culturale e artistico a tutti gli effetti, e attorno al quale già da anni si discute nelle università, nei convegni e in centinaia di opere, specie allo scopo di identificare i più opportuni criteri di recupero e conservazione, evitando il rischio di una sua trasformazione nell’opera morta del museo all’aperto.
Le poesie di Vetromile sono la testimonianza del disagio, di esistenze e professioni che resistono, come quella di Fortunato ’o tarallaro, nella cui canzone “è tutta Napoli che canta”, di Assunta, l’acquafrescaia tradita dalle moderne bibite (molto bella, questa poesia in cui l’acquafrescaia sogna la bella Napoli e ricorda “il bicchiere d’amore” che solo lei sapeva dare), di chi “Tiene le quattro barche ancora buone / raccolte a grappolo nell’ovile di mare / sotto alla Ziteresa”, mentre “Narra favole aragonesi il vecchio scoglio / abitato da Megaride…”. Lo spirito di Napoli resiste, l’allegria, l’arte di arrangiarsi, l’inventività: “Maestri d’allegra compagnia volano discreti / tra piatti e calici fumé, cantando Napoli / e ’o sole a scacciar miserie, angherie (chisto è ’o paese addò tutt’ ’e guaie / s’affogano dint’all’ammore!…)”, ma “torna a Surriento” non commuove più.
Silvio Aman (su "Sinestesie", maggio 2006)
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Una nota del prof. Giuseppe d'Errico:
Le dodici liriche che compongono questo volumetto sono dodici quadretti di vita, non hanno nulla di oleografico e si offrono come cartoline poetiche di Napoli, vibranti di vita e di luce. Il poeta ama la sua città e la ritrae, vedendola così com'è ma con gli occhi del cuore che non falsano né velano ma scrutano e scorgono.
Le persone ritratte hanno la stessa vita delle cose che sono a loro vicine, ne sono gli interpreti e la voce. Ne deriva un coro dissonante eppure armonioso, articolato eppure unitario, colorato ed aereo, intessuto non solo di immagini ma di valori e di affetti. Il poeta lo intende ed ama anche se, riflettendoci su, conclude, con una sua sofferta amarezza, "questo è oggi il mondo, il cuore della terra: / core 'ngrato, affumicato, affamato di fretta, furia / e noncettèmpo per pensa' (pag. 11)".
Il mondo che il coro delinea, si anima e vive: il dolore e la gioia, la pace e la guerra, il sorriso e lo sberleffo intessono una sola trama in cui tutto ha un senso in quanto tutto è coessenziale, "è tutto il motore che tiene bene il viaggio / il carro prezioso dei sentimenti (pag. 12)".
Di questo viaggio fa parte il tempo che, qui, a Napoli, ha una magica eternità.
Sferraglia come ieri "il numero quattro (pag. 13", "è grave sui basoli, trema la terra sotto le rotaie, / cannuccia al vento la flemma del vecchio trolley". Non è una vettura ma una persona amica e, come tale, il poeta la sente così che può dirle: "Va' vecchio numero quattro, / infrequente e scanzonato, va': (...) un bislacco pesante tintinnare sui binari, qualche volta / vestito di verde, così, tanto per sberleffare! //" (ibi).
A Napoli la filosofia non è tanto la ricerca teoretica della verità quanto l'ascolto e l'accettazione di quella che si crede sia la sua voce che si fa saggezza. Una saggezza che coglie il limite del dolore come della gioia così che non c'è pianto che ignori il riso, e non c'è riso che non abbia la sua malinconia, a volte struggente.
"In città spesso si muore con una parola storta." (pag. 15) o si accetta di vivere ancora, per un sorriso.
Tutto questo si coglie dovunque a Napoli, ma in modo più chiaro e più facile nei quartieri storici. Nel Borgo Marinaro "vi sarà la vita che alligna da millenni / nei ricordi più tenaci dell'infanzia." (pag. 16), tra i posteggiatori alla Ziteresa c'è chi "ha il basco capovolto sul palmo della mano / e niente dentro, se non le quattro note dell'antico munasterio 'e Santa Chiara./" (pag. 17).
Queste figure hanno un so che di ieratico, sono immagini con un loro spazio, fuori del tempo.
Ed i quartieri della città parlano, anzi direi cantano perché a Napoli ogni parola è innanzitutto musica ed ogni voce ha una sua segreta melodia. "Come la voce querula / di Fortunato 'o tarallaro / che passa e spassa davanti ai Pellegrini /" (pag. 18), come quella della gente di Montesanto, alla Pignasecca, che nel vedere che "la ruvida funicolare risale / nel suo antro oscuro..." / (ibi) pensa che "sarà una vita che salescende, una vita che / arriva e riparte, nasce e muore... /" (ibi) e confessa: "Anche noi che stiamo qui a Montesanto / abbiamo i nostri fantasmi su al Vomero, gente / appena leggera, vaporosa, appena dolce e lieve: / come angeli d'aria nel Paradiso dei terrestri./" (ibi).
"Qui / è tutta Napoli che canta, racchiusa / in un tarallo chino 'e pepe, / dove le disgrazie volano sulle ali di regginelle liberate da cajole / e l'ammore si affaccia alla finestra / nell'argento della luna a Marechiaro. / Qui nasce il cuore della terra, / il suo fuoco, il suo vigore./" (pag.19).
E in questa musica si specifica ed invera la vita del poeta, come quella di Assunta acquafrescaia che confessa: "Io non sto nel tempo /" (pag. 20) e "Ancora sogno la bella Napoli / limpida e fresca, improvvisa / come le bibite che preparavo./" (ibi). Il "core 'ngrato" della città l'ha tradita ma ella ripete: "Resto qui nell'angolo di marmo / a guardare chi passa e beve ora / con gli occhi del passato / il ricordo saporoso e frizzante / d'un bicchiere d'amore / che solo io sapevo dare!"/ (ibi).
Il poeta rivede e rivive questo mondo e lo ama sulle ali del ricordo che gli si fa sogno, ed accoglie e culla segrete speranze di rinascita: "Se / l'aldilà è ancora da venire, mi sarà bagaglio / confortevole quel cantico fantasma e parallelo / che sempre s'agita nella mia sera progressiva.//" (pag. 21).
Ma non c'è sera che non nutra in sé almeno il presagio, se non l'annunzio, dell'aurora. Alla sua Napoli il poeta dice "core 'ngrato" ma nel rimprovero c'è amarezza e non biasimo, confessione di amore e non di condanna o rifiuto.
Napoli è per il poeta una creatura di volta in volta malata e stanca, capricciosa e spensierata, tiranna e serva, sfacciata e pudica, ma sempre bella, antica e nuova, saggia e folle come lo è sempre la vita dell'uomo per le vie del mondo, sotto le stelle.
A questa sua città il poeta dona il suo canto di figlio, un canto di struggente intensità, pietà e amore.
Giuseppe d'Errico

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