
Giuseppe Vetromile, I NAUFRAGHI,
(Versi di Mare, di Cielo e di Terra)
Tommaso Marotta Editore, Napoli, 1984 . Copertina di Enzo Marino
Sono immagini suggerite da Giuseppe Vetromile con uno stile ora denso, ma scabro e stringato, ora vivace e levigato, talvolta provocatorio e vibrante, sempre sobrio ed efficace nel rendere l'immediatezza delle emozioni che affiorano dal profondo e si materializzano davanti ai nostri occhi in quell'itinerario di libertà chiamato Poesia. Certo, spesso è una poesia che sembra tenersi in disparte, quella del Vetromile, quasi uno stratagemma per potersi scegliere finalmente e liberamente le forme della propria anima, la dimensione più adatta a riconoscersi, a raccogliersi per trovare il contatto con la verità del cuore. In realtà, solo allora, e con trasparenza comunicativa sorprendente in una natura così schiva ed introversa, egli realizza la sua intesa con gli altri. E' allora che l'addensarsi di soluzioni espressive supera la parola e, nel trepido lirismo soggettivo, si indovina una vera e propria esplosione di sentimenti, di stati d'animo dal respiro universale...
Tommaso Marotta Editore, Napoli, 1984 . Copertina di Enzo Marino
Sono immagini suggerite da Giuseppe Vetromile con uno stile ora denso, ma scabro e stringato, ora vivace e levigato, talvolta provocatorio e vibrante, sempre sobrio ed efficace nel rendere l'immediatezza delle emozioni che affiorano dal profondo e si materializzano davanti ai nostri occhi in quell'itinerario di libertà chiamato Poesia. Certo, spesso è una poesia che sembra tenersi in disparte, quella del Vetromile, quasi uno stratagemma per potersi scegliere finalmente e liberamente le forme della propria anima, la dimensione più adatta a riconoscersi, a raccogliersi per trovare il contatto con la verità del cuore. In realtà, solo allora, e con trasparenza comunicativa sorprendente in una natura così schiva ed introversa, egli realizza la sua intesa con gli altri. E' allora che l'addensarsi di soluzioni espressive supera la parola e, nel trepido lirismo soggettivo, si indovina una vera e propria esplosione di sentimenti, di stati d'animo dal respiro universale...
(Dalla Prefazione, di Erminia Romano)
Da "I Naufraghi":
Una striscia di spiaggia
separa due mondi.
Naufrago,
supino come in croce
sul letto di sabbia
sotto il sole di mezzodì,
in equilibrio
fra la terra e il mare,
vivrai di dubbi.
***
Il mare è solitudine sacra:
lontane terre sono
barbagli di speranza.
Noi naufraghi
sulle nostre zattere
fatte di dio
con le nostre reliquie
fatte di dio
cercheremo il giorno.
Ogni alba
sarà un segno dell'eternità.
Il tramonto
la nostra sconfitta.
***
I gabbiani volteggiano sul mare e stridono.
La loro vita è un volo biancogrigio
un planare dolce graffiando l'acqua
un rincorrersi tra le onde.
Ancora stridono.
Noi abbiamo voli sui relitti delle nostre croci
e stridiamo violenti
la nostra pace.
Mare
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Ma poi l'eterno vola via nel tempo.
Se ne va, lasciando un acre senso d'inquietudine.
A sera, alzeremo al cielo preghiere di speranza:
si sa che le stagioni tornano,
ogni anno una clessidra muore
e si rigenera. Così torniamo a risalire
questa china ispida,
rabboccando l'anima di fede...
Chissà poi se la vita ha pure un'altra luce.
Fosse tutto piatto,
aspettare zitti nel silenzio
che ci cada dio tra le braccia...
E poi cosa fare senza gioie e senza affanni,
inutili pietre del mondo?
La felicità ce la portiamo addosso
come una croce,
mai vedremo il suo volto radioso
sorriderci la meta:
offriremo proprio qui il nostro olocausto,
nel nostro tempo e con le nostre mani
desiderose di vita...
Rifluiremo tutte le angosce.
Cielo
---
Sentirsi preciso robot
all'ombra d'una vita squadrata,
pignolo ad ogni atto del giorno:
arido cristo industriale.
Distrussi la linearità delle cose
quando m'accorsi della varietà dei colori
e dell'armonia delle luci.
Cancellai una progressione di bit
quando vidi che natura
ha un continuo nel cuore
e non pesa quantità definite.
Questo tempo specializzato
non fa per l'uomo:
con il suo corteo di sì e di no
uccide la libertà del mondo.
Non può essere che Dio
racchiuso in elettroni di filo
giochi col bene e col male
al monitor del minicalcolatore.
Terra
(Disegni interni del Maestro Enzo Marino)
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Una recensione di Antonio Iaccarino:
C'è un porto sepolto della coscienza, dove la nave approda in ricorrenti occasioni d'inventario per reinventare il gioco e stornare l'incudine fredda della solitudine e dei silenzi e tessere la tela di ragno della speranza. È un tempo di filo spinato e linee di confine, di porte sprangate e stanze vuote di voci e di parole. E sono giorni di cuori di latta ed aquiloni alla fonda, di passi stretti nel perimetro angusto del rancore, votati ai teoremi di guerra, alle geometrie delle opposte fazioni, del nemico e della frode, delle trappole dell'odio, degli agguati dell'indifferenza, nel segno della trasgressione e della decadenza umana, della bufera e del naufragio.
Siamo naufraghi nel mare dell'alienazione e del tradimento, della ricerca del potere e nella frequentazione diuturna della sopraffazione e del sopruso; siamo naufraghi nella perdita delle radici e dei valori, nella dimenticanza dei vivi e dei morti: soli, col bagaglio d'incertezze e sconfitte, restii alle ricorrenti burrasche del vivere.
Alla condizione di naufrago dell'uomo del nostro tempo è, per l'appunto, dedicata la presente raccolta di versi di Giuseppe Vetromile "I naufraghi" - versi di Mare, di Cielo e di Terra - apparsa per i tipi dell'editore Tommaso Marotta di Napoli.
L'uomo e le dicotomiche opposizioni esistenziali che ne costellano la giornata terrena sono al centro della riflessione del giovane poeta napoletano che approda alla presente silloge dopo aver già dato ampia prova di sé ed essersi posto all'attenzione della critica con precedenti pubblicazioni che ne hanno rivelato l'assoluto valore, l'intensa cifra d'artista ed il messaggio.
Già ne "Il deserto" (Edizioni Presenza, 1979) e "Panorama interno" (Edizioni Presenza, 1984), l'Autore aveva delineato le coordinate della sua mappa senziente, evidenziato la consentaneità con l'uomo del proprio tempo, calandosi, da testimone clandestino, cartina la tornasole, nelle pieghe del vivere quotidiano per coglierne con pudore, eppure ansia civile, dubbi e contrasti, lacerazioni e conflitti. Sul filo di un diarismo privato, microcosmo simbolico d'una condizione umana universale, egli già tracciava una sorta di inventario interiore che si faceva specchio dei tempi. Ne "I naufraghi" si accentua l'afflato cosmico che trasuda dai suoi versi ed il riverbero, non dell'occasione, ma del poema, da leggere ed interpretare nell'unitarietà dei significati e della scrittura.
"Una striscia di spiaggia / separa due mondi. / Naufrago, / supino come in croce / sul letto di sabbia / sotto il sole di mezzodì, / in equilibrio / fra la terra e il mare, / vivrai di dubbi." Pochi versi per ricavare una chiara chiave di lettura e cogliere il filo conduttore d'un dissenso che si fa, col trascorrere delle pagine, ansia di palingenesi, seme di speranza in un ritorno alle origini dell'uomo, all'attuazione del suo destino teleologico, all'affermazione di un iter che sappia determinarsi nella vita, oltre la vita.
Il cuore e la ragione, la vita e la morte, l'affermazione e la negazione si incontrano e si scontrano ad ogni verso, mentre tutto tende a Dio. Un Dio perduto e ritrovato, sempre cercato pur nel livore dei giorni, nell'incendio degli opposti sentimenti, nella furia degli accadimenti, oltre la patina degli alibi e delle ragioni. Si rivela una sete d'infinito nell'Autore che ne pervade le corde più intime, fino a divenirne tratto distintivo, segno d'una sua personalissima poetica. Così nel severo equilibrio della natura, nel miraggio del mare è la luce di Dio che ci guida e sorregge, anche quando crediamo di camminare da soli.
"I bambini giocano / con l'odio dei padri, / hanno trastulli violenti. / E le dannate bombe / non ci fanno paura: abbiamo già perso / il paradiso. Questo / nostro ultimo Dio, / non ancora...". Così egli vive la vertigine dell'infinito, il contrasto tra contingente e trascendente: egli ha già scelto tra l'essere e l'avere, per dirla con Fromm, ma vuole indicarci la strada, farsi luce sul nostro cammino. Spietato tempo di frontiera il nostro, dove solo i poeti hanno parole di pace e di speranza, dove ogni giorno incateniamo l'angelo che è in noi, ogni giorno voltiamo il viso alle sofferenze degli altri, alle nostre stesse lecite istanze d'uomini, calati in un disegno che ci sovrasta e travalica.
Il verso del Vetromile si dispiega piano e lineare e sottende l'ordito fino a divenire parte del detto, inscindibile dalla trama e dalla narrazione.
Un cenno particolare merita la composizione "Il ciottolo esenziale" che, tra lirismo e prosa, offre la misura della tensione poetica dell'Autore, sul doppio registro dei contenuti e degli strumenti espressivi. Nella storia minima che se ne ricava vi è la chiave di volta per la comprensione della poetica di Giuseppe Vetromile, del suo rovello, della sua sincera vocazione all'arte.
"I naufraghi" è storia di vita e della vita che guarda all'infinito, pur nella consapevolezza delle cadute e delle disillusioni del quotidiano, è ponte di speranza costruito con amore e con coraggio. A noi attraversarlo o restare dall'altra parte... per sempre.
Antonio Iaccarino
10 maggio 1985




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