
Giuseppe Vetromile, "IL DESERTO", Ediz. Presenza, Striano (Na), 1979
Con questa silloge poetica, che è anche l'opera prima, dal titolo fortemente emblematico, Giuseppe Vetromile ha vinto il 2° premio ex-aequo al "Città di Pompei" 1979. Il riconoscimento costituisce un atto testimoniale di fede verso il poeta meridionale, il quale continua ad accostarsi al mondo della poesia in punta di piedi, con una sorta di leggerezza interiore, fino a riversare in essa - alieno da falsi pudori - la grandezza della sua anima spesso intristita dalla delusione della contemporaneità, ma sempre soleggiata dall'alone della speranza che ci sorregge nella vita di tutti i giorni.
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(Dalla Prefazione di Luigi Pumpo)
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LO SCAVO
Solitario, in silenzio,
sotto questa remota terra dell'universo
a cercare oasi di pace
una volta perduta
e di tranquillità,
scavo.
Ma la sabbia fine
come acqua
scivola
granello su granello
e ricopre la terra,
irrimediabilmente...
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Una nota critica di Giovanni Coiro:
La linfa ne "Il deserto" di Giuseppe Vetromile
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Una recensione di Vincenzo Napolillo su "Nuova Comunità":
"Il deserto" di G. Vetromile
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Una recensione di Antonio Iaccarino:
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Una nota critica di Giovanni Coiro:
La linfa ne "Il deserto" di Giuseppe Vetromile
Nelle poesie della raccolta "Il deserto" (Edizioni Presenza, 1979) dominano le immense distese di sabbia, rese spettrali dall'allucinante mancanza di qualsiasi forma di vita, da una piatta arida uniformità, talora sconvolta dall'impetuoso, torrido vento che solleva la minutissima sabbia in vorticosi mulinelli. Il "ghibli", vento sciroccale del deserto, soffoca, acceca, trasforma quel mondo desolato in una bolgia che rende ancora più angosciosa la fragilità umana, espressa dal Vetromile con una immagine emblematica, pur nella sua scarna semplicità: "Qui / l'uomo è nudo" ("Mondo deserto"). Il vento travalica i confini dei deserti, solca i mari e stende "Rutilanti ghirigori di sabbia / sul disegno del mondo" ("Viaggio").
La ricerca, sempre più disperata della sorgente capace di dissetare, di trasformare il deserto in serra di fiori e verdi cespi, non può essere che condotta in unica direzione: "Dio". "Ma la zappa è persa" ("Amore nascosto"). Questo può essere motivo di sconforto, ma la speranza riaffiora; scavando, anche con le mani, in un tentativo dettato da una perseverante tenacia, è possibile ancora trovare "qualche gioiello / di verità..." ("Sabbia"). La stessa speranza riemerge in "Carovana", nella quale lo smarrimento pone un drammatico interrogativo: "È persa la strada dell'orizzonte. / Si attende la fine della tempesta di polvere. / Tutti insieme / intorno al fuoco del bivacco / con l'ansia nel corpo / e un dubbio nel cuore: / rivedremo le stelle?".
La linfa può compiere il miracolo di riportare la vita là dove "gli anni della confusione / appianarono le montagne, / succhiarono il mare, / bruciarono le ossa dei vivi / e dei morti" ("Il deserto"): è l'"amore", che riesce a tenere insieme perfino i granelli di sabbia.
Nella ricerca interpretativa di queste liriche il mondo assume la configurazione del "deserto", pervaso da un'aridità sempre più sconvolgente che si identifica in un immanentismo incapace di trascendere la individuale coscienza o che, addirittura, sconfina in un determinismo materialistico, negatore di ogni spiritualità.
"L'ombra spinosa" del cactus rende ancora più desolata l'aridità che si tinge di squallida miseria in "Dune": "Ai crocicchi del deserto / tanta gente chiede il pane". Il dramma silenzioso e oscuro di questa gente si riflette nel ramingare affamato del vecchio nomade, il quale, alla luce di una sofferta saggezza, raggiunta nel corso di un lungo, faticoso viaggio, osserva: "Ora voi pure andate, / nessun'oasi vi calmerà la fame: / la sapienza / è in cima alle colline di sabbia".
Al fondo di questa lirica è un senso di vana attesa di un nuovo evangelico miracolo della moltiplicazione dei pani; ma lo straordinario evento non si verificherà perché ne mancano i presupposti: la fede e la carità.
Il ciclo delle poesie ispirate dal deserto sembra chiudersi con un diffuso senso di amaro sconforto perché la vicenda umana, interamente scritta sulla sabbia, sarà spazzata via dal "caldo turbine del deserto" ("L'ultimo tramonto"), ma una luce, sia pure incerta, rischiara ancora il cammino dell'uomo: l'arsura e la siccità finiranno "quando Dio pietoso / pioverà dal cielo, / sulla terra ormai sgombra / delle tue macerie, / i nuovi doni / di bene e di male" ("Pietraia").
La chiave di volta per una migliore interpretazione della poesia del Vetromile si può forse scoprire nella coesistenza in lui del tecnicismo proprio della sua attività di lavoro nel campo della progettazione elettronica di una grande fabbrica di automobili, e di quella vena poetica caratteristica di tanti uomini del Sud, inclini al costante impegno nel lavoro e, al tempo stesso, ad una creatività varia, originale e, talvolta, bizzarra, nella quale fanno da lievito una profonda umanità e una Fede che si può definire atavica.
Sintesi particolarmente significativa di questa interpretazione appare una lirica inedita dal singolare titolo: "Effetto fotoelettrico": "Dio / piove fotoni d'amore / sul tessuto dello spirito". Nulla poteva rendere più espressiva l'intensità radiante dell'amore divino, del "fotone", particella di energia luminosa, dotata di una velocità di 300.000 km. al secondo. "Ne strappa elettroni di bene". Questo amore riesce a liberare particelle di bene simili agli "elettroni", che ruotano intorno al nucleo (uno o più "protoni"), con il quale formano l'"atomo". La lirica conclude: "Restano / atomi pregni di malvagità". Ciò vuol dire che la forza dell'amore divino non riesce a scindere quegli atomi nei quali la carica negativa di malvagità è prevalente. È questo il grave fardello che l'umanità dovrà trascinarsi ancora per secoli come estremo retaggio del peccato delle origini? Non sappiamo; nella storia dell'uomo perdura la contrapposizione perenne del bene al male in una alternanza che ha segnato momenti di luminosa elevazione ed altri di oscura barbarie.
Il "deserto" del Vetromile non si identifica nel lucido razionalismo delle "tecniche più avanzate", nelle quali egli indubbiamente crede come indice di progresso, ma nell'aridità delle coscienze incapaci di superare lo sfrenato egocentrismo e di trovare una collocazione più universale, vivificata da una Fede, che, nel trascendere l'uomo, dà, al tempo stesso, ragione della sua esistenza e della sopravvivenza al limitato arco della sua vita.
La poesia del Vetromile, nel soffermarsi con una vena di sottile malinconia sui limiti dell'uomo, pone, in prospettiva, con la fede del neofita, la visione del loro superamento.
Dott. Giovanni Coiro
Roma, 3 gennaio 1980---------------------
Una recensione di Vincenzo Napolillo su "Nuova Comunità":
"Il deserto" di G. Vetromile
Nella Campania - ed ora anche in Calabria - Luigi Pumpo continua l'ardua impresa di valorizzare la poesia soprattutto presso i giovani e di organizzare seriamente i principianti cultori delle Muse.
Con finezza di gusto e con acume, egli presenta un progettista elettronico, Giuseppe Vetromile, che si accosta, per la prima volta, in punta di piedi, alla poesia intristita dalla delusione, "ma sempre soleggiata dall'alone della speranza che ci sorregge nella vita di tutti i giorni".
Negli spazi del tempo libero Vetromile ha, infatti, raccolto le sue liriche e dato alle stampe "Il deserto" (Ediz. Presenza), dove semplice è la struttura e le immagini vorticano in una girandola di smarrimento, di bisogni, di violenza, di polvere, d'icasticità.
I sentimenti, i gesti, le idee, le emozioni, gli stati d'animo si snodano secondo lo stile di eloquenza, spinosa come cactus ed esausta, avverso alle contraddizioni del mondo contemporaneo ed incline ai motivi dell'approdo ("Altri hanno con sé / egoistiche vele al vento. / Ho solo / un salvagente di speranza") e della certezza della fede ("Voglia d'amare / oggi / è nascosta / profondamente giù, / sotto il cuore del mondo. / Bisogna scavare / per trovare Dio").
Nell'esercizio della poesia, straziante e patetica diventa la metafora del "dirupo" del dubbio, dal quale si attingono rebi luminosi di tensione e soprattutto si coglie il palpito della vita: "Scosceso / come le difficoltà dell'amore, / intricato / come un labirinto d'edera, / alto / come la torre dell'orgoglio, / scarno / come la faccia della verità, / brullo / come la terra dell'odio, / ventoso / come la valle degli istinti impetuosi... / Ma da quassù / si vede la vita".
È la fiducia che offre il superamento d'uno sfaldamento civile, il rifugio apertamente sentimentale dell'autore della silloge, il quale ritrova, nel parco sorriso della vita, la sua voce più comprensibile, il suo canto aperto e levigato.
Vincenzo Napolillo, su "Nuova Comunità", gennaio 1980, nr. 37
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Una recensione di Antonio Iaccarino:
Si può morire di solitudine nel rutilante carnevale di vernice fresca. Si può gridare nel bugno chiuso delle nostre prigioni metropolitane e vedere il dolore aggrumito alle pareti, senza risposta, nell'eco sorda del silenzio. Si può incontrare la folla ai crocicchi passare indifferente e nutrire il tarlo del disamore, unico compagno dei nostri giorni. E si può bussare a porte chiuse che restano ottuse, fredde incudini di rancore. Così si insugherisce il cuore e ciascuno resta dalla sua parte ad inchiodare nell'aria parole che non verranno mai dette.
Quante parole non ci sono state mai dette e quante ne avremmo voluto o dovuto pronunciare: per trattenere i giorni, per stornare un addio. Ci affrettiamo per strade che non conosciamo; indossiamo abiti che non sono i nostri; accettiamo idee che non condividiamo e troppo tardi scopriamo il deserto in cui ci siamo confinati, esuli nostro malgrado. E quando la giostra ha smesso il vestito dell'allegria, ci assaltano i fantasmi del timore, i pugnali dell'ansia.
L'uomo e il suo incontro / scontro con i totem effimeri della realtà costituiscono il semenzaio poetico di Giuseppe Vetromile, giovane poeta napoletano, che ne "Il deserto", apparso nella collana "Testimonianze" delle Edizioni Presenza, ha condensato i temi dell'affanno e della fatica del vivere, offrendo, con esiti di altissima liricità e consapevolezza, immagini del silenzio e della parola, della vita e della morte ("Punge, / lo stelo della rosa. / Non è facile / scoprire il mondo / dietro i rovi. / Strappare i cuori, / sì.").
Traspare dal significato come dal significante, emerge dal non detto lo spessore del vissuto, trasferito, in forza dell'esperienza del poeta, nella scrittura e nella poesia.
Il deserto è il luogo emblematico dell'esilio e della ricerca d'identità, il viaggio che il poeta compie da testimone clandestino nell'uomo e tra gli uomini per cogliere, attraverso la lente della propria introspezione, i motivi della frattura tra l'uomo e il suo tempo.
Giuseppe Vetromile scava con coraggio sotto il labile strato di vernice che colora la nostra immagine che, depurata delle brevi allegrie e delle volatili certezze, ci viene restituita in tutta la sua nudità morale, nell'inerzia di giorni sgranati come un rosario, senza coraggio e senza amore.
Il deserto è nei cuori di latta e nelle coscienze di cellophan; è in chi crocifigge l'amico, che ha sete e fame di parole, con chiodi affilati di silenzio. Il deserto è nelle città dai polmoni avvelenati dai gas e dall'anidride: è in ciascuno di noi, quando dimentichiamo Dio.
Versi acuminati, quelli del Vetromile, che traggono spunto dal quotidiano aggirarsi tra le cose del mondo e che sanno di pietà e coraggio, di umiltà e di dolore. "Il deserto" è libro della vita, canone d'una età svilita dall'avere e che ha trasgredito l'essere. Esso è breviario delle nostre contraddizioni e dicotomie: campionario dei mali che affliggono il nostro tempo e lo rendono decadente e distorto.
Il registro poetico del Vetromile svaria tra una scansione epigrammatica del metro ed un taglio discorsivo. Il verso ossuto e levigato, vive d'una sua interna liricità che rafforza la trama. "Deserta la strada / di ogni presenza viva. / Manca la luna / dell'antica poesia. / Frantumato / il profumo dei fiori. / Muti / i sussurri della notte..."
Crescono i muri, si rinforzano e si sbarrano porte e finestre. Ciascuno si arrocca nel chiuso delle stanze, lasciando il mondo dietro le soglie e i davanzali. Non restano i ragazzi a battere il tempo della sera nelle strade e non ci sono aquiloni che rompano l'arrocco del cemento, né vecchi ossuti che al riverbero della luna nuova raccontino storie di antiche donne, né gatti senza padrone in galleria.
Opera compiuta, scrigno prezioso di gemme, la raccolta di versi di Giuseppe Vetromile si attesta tra le espressioni poetiche contemporanee di maggiore valenza.
Solo i poeti, rabdomanti o profeti, hanno parole che strappano la cartapesta dei sorrisi fatui, la scorza multicolore delle nsotre miserie.
Solo i poeti tra le macerie del vivere non hanno issato una bandiera di resa.
Antonio Iaccarino
30 ottobre 1983

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