martedì 11 novembre 2008

IL DESERTO


Giuseppe Vetromile, "IL DESERTO", Ediz. Presenza, Striano (Na), 1979
Con questa silloge poetica, che è anche l'opera prima, dal titolo fortemente emblematico, Giuseppe Vetromile ha vinto il 2° premio ex-aequo al "Città di Pompei" 1979. Il riconoscimento costituisce un atto testimoniale di fede verso il poeta meridionale, il quale continua ad accostarsi al mondo della poesia in punta di piedi, con una sorta di leggerezza interiore, fino a riversare in essa - alieno da falsi pudori - la grandezza della sua anima spesso intristita dalla delusione della contemporaneità, ma sempre soleggiata dall'alone della speranza che ci sorregge nella vita di tutti i giorni.
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(Dalla Prefazione di Luigi Pumpo)
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LO SCAVO
Solitario, in silenzio,
sotto questa remota terra dell'universo
a cercare oasi di pace
una volta perduta
e di tranquillità,
scavo.
Ma la sabbia fine
come acqua
scivola
granello su granello
e ricopre la terra,
irrimediabilmente...

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Una nota critica di Giovanni Coiro:

La linfa ne "Il deserto" di Giuseppe Vetromile


Nelle poesie della raccolta "Il deserto" (Edizioni Presenza, 1979) dominano le immense distese di sabbia, rese spettrali dall'allucinante mancanza di qualsiasi forma di vita, da una piatta arida uniformità, talora sconvolta dall'impetuoso, torrido vento che solleva la minutissima sabbia in vorticosi mulinelli. Il "ghibli", vento sciroccale del deserto, soffoca, acceca, trasforma quel mondo desolato in una bolgia che rende ancora più angosciosa la fragilità umana, espressa dal Vetromile con una immagine emblematica, pur nella sua scarna semplicità: "Qui / l'uomo è nudo" ("Mondo deserto"). Il vento travalica i confini dei deserti, solca i mari e stende "Rutilanti ghirigori di sabbia / sul disegno del mondo" ("Viaggio").
La ricerca, sempre più disperata della sorgente capace di dissetare, di trasformare il deserto in serra di fiori e verdi cespi, non può essere che condotta in unica direzione: "Dio". "Ma la zappa è persa" ("Amore nascosto"). Questo può essere motivo di sconforto, ma la speranza riaffiora; scavando, anche con le mani, in un tentativo dettato da una perseverante tenacia, è possibile ancora trovare "qualche gioiello / di verità..." ("Sabbia"). La stessa speranza riemerge in "Carovana", nella quale lo smarrimento pone un drammatico interrogativo: "È persa la strada dell'orizzonte. / Si attende la fine della tempesta di polvere. / Tutti insieme / intorno al fuoco del bivacco / con l'ansia nel corpo / e un dubbio nel cuore: / rivedremo le stelle?".
La linfa può compiere il miracolo di riportare la vita là dove "gli anni della confusione / appianarono le montagne, / succhiarono il mare, / bruciarono le ossa dei vivi / e dei morti" ("Il deserto"): è l'"amore", che riesce a tenere insieme perfino i granelli di sabbia.
Nella ricerca interpretativa di queste liriche il mondo assume la configurazione del "deserto", pervaso da un'aridità sempre più sconvolgente che si identifica in un immanentismo incapace di trascendere la individuale coscienza o che, addirittura, sconfina in un determinismo materialistico, negatore di ogni spiritualità.
"L'ombra spinosa" del cactus rende ancora più desolata l'aridità che si tinge di squallida miseria in "Dune": "Ai crocicchi del deserto / tanta gente chiede il pane". Il dramma silenzioso e oscuro di questa gente si riflette nel ramingare affamato del vecchio nomade, il quale, alla luce di una sofferta saggezza, raggiunta nel corso di un lungo, faticoso viaggio, osserva: "Ora voi pure andate, / nessun'oasi vi calmerà la fame: / la sapienza / è in cima alle colline di sabbia".
Al fondo di questa lirica è un senso di vana attesa di un nuovo evangelico miracolo della moltiplicazione dei pani; ma lo straordinario evento non si verificherà perché ne mancano i presupposti: la fede e la carità.
Il ciclo delle poesie ispirate dal deserto sembra chiudersi con un diffuso senso di amaro sconforto perché la vicenda umana, interamente scritta sulla sabbia, sarà spazzata via dal "caldo turbine del deserto" ("L'ultimo tramonto"), ma una luce, sia pure incerta, rischiara ancora il cammino dell'uomo: l'arsura e la siccità finiranno "quando Dio pietoso / pioverà dal cielo, / sulla terra ormai sgombra / delle tue macerie, / i nuovi doni / di bene e di male" ("Pietraia").
La chiave di volta per una migliore interpretazione della poesia del Vetromile si può forse scoprire nella coesistenza in lui del tecnicismo proprio della sua attività di lavoro nel campo della progettazione elettronica di una grande fabbrica di automobili, e di quella vena poetica caratteristica di tanti uomini del Sud, inclini al costante impegno nel lavoro e, al tempo stesso, ad una creatività varia, originale e, talvolta, bizzarra, nella quale fanno da lievito una profonda umanità e una Fede che si può definire atavica.
Sintesi particolarmente significativa di questa interpretazione appare una lirica inedita dal singolare titolo: "Effetto fotoelettrico": "Dio / piove fotoni d'amore / sul tessuto dello spirito". Nulla poteva rendere più espressiva l'intensità radiante dell'amore divino, del "fotone", particella di energia luminosa, dotata di una velocità di 300.000 km. al secondo. "Ne strappa elettroni di bene". Questo amore riesce a liberare particelle di bene simili agli "elettroni", che ruotano intorno al nucleo (uno o più "protoni"), con il quale formano l'"atomo". La lirica conclude: "Restano / atomi pregni di malvagità". Ciò vuol dire che la forza dell'amore divino non riesce a scindere quegli atomi nei quali la carica negativa di malvagità è prevalente. È questo il grave fardello che l'umanità dovrà trascinarsi ancora per secoli come estremo retaggio del peccato delle origini? Non sappiamo; nella storia dell'uomo perdura la contrapposizione perenne del bene al male in una alternanza che ha segnato momenti di luminosa elevazione ed altri di oscura barbarie.
Il "deserto" del Vetromile non si identifica nel lucido razionalismo delle "tecniche più avanzate", nelle quali egli indubbiamente crede come indice di progresso, ma nell'aridità delle coscienze incapaci di superare lo sfrenato egocentrismo e di trovare una collocazione più universale, vivificata da una Fede, che, nel trascendere l'uomo, dà, al tempo stesso, ragione della sua esistenza e della sopravvivenza al limitato arco della sua vita.
La poesia del Vetromile, nel soffermarsi con una vena di sottile malinconia sui limiti dell'uomo, pone, in prospettiva, con la fede del neofita, la visione del loro superamento.

Dott. Giovanni Coiro
Roma, 3 gennaio 1980

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Una recensione di Vincenzo Napolillo su "Nuova Comunità":

"Il deserto" di G. Vetromile


Nella Campania - ed ora anche in Calabria - Luigi Pumpo continua l'ardua impresa di valorizzare la poesia soprattutto presso i giovani e di organizzare seriamente i principianti cultori delle Muse.
Con finezza di gusto e con acume, egli presenta un progettista elettronico, Giuseppe Vetromile, che si accosta, per la prima volta, in punta di piedi, alla poesia intristita dalla delusione, "ma sempre soleggiata dall'alone della speranza che ci sorregge nella vita di tutti i giorni".
Negli spazi del tempo libero Vetromile ha, infatti, raccolto le sue liriche e dato alle stampe "Il deserto" (Ediz. Presenza), dove semplice è la struttura e le immagini vorticano in una girandola di smarrimento, di bisogni, di violenza, di polvere, d'icasticità.
I sentimenti, i gesti, le idee, le emozioni, gli stati d'animo si snodano secondo lo stile di eloquenza, spinosa come cactus ed esausta, avverso alle contraddizioni del mondo contemporaneo ed incline ai motivi dell'approdo ("Altri hanno con sé / egoistiche vele al vento. / Ho solo / un salvagente di speranza") e della certezza della fede ("Voglia d'amare / oggi / è nascosta / profondamente giù, / sotto il cuore del mondo. / Bisogna scavare / per trovare Dio").
Nell'esercizio della poesia, straziante e patetica diventa la metafora del "dirupo" del dubbio, dal quale si attingono rebi luminosi di tensione e soprattutto si coglie il palpito della vita: "Scosceso / come le difficoltà dell'amore, / intricato / come un labirinto d'edera, / alto / come la torre dell'orgoglio, / scarno / come la faccia della verità, / brullo / come la terra dell'odio, / ventoso / come la valle degli istinti impetuosi... / Ma da quassù / si vede la vita".
È la fiducia che offre il superamento d'uno sfaldamento civile, il rifugio apertamente sentimentale dell'autore della silloge, il quale ritrova, nel parco sorriso della vita, la sua voce più comprensibile, il suo canto aperto e levigato.

Vincenzo Napolillo, su "Nuova Comunità", gennaio 1980, nr. 37

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Una recensione di Antonio Iaccarino:


Si può morire di solitudine nel rutilante carnevale di vernice fresca. Si può gridare nel bugno chiuso delle nostre prigioni metropolitane e vedere il dolore aggrumito alle pareti, senza risposta, nell'eco sorda del silenzio. Si può incontrare la folla ai crocicchi passare indifferente e nutrire il tarlo del disamore, unico compagno dei nostri giorni. E si può bussare a porte chiuse che restano ottuse, fredde incudini di rancore. Così si insugherisce il cuore e ciascuno resta dalla sua parte ad inchiodare nell'aria parole che non verranno mai dette.
Quante parole non ci sono state mai dette e quante ne avremmo voluto o dovuto pronunciare: per trattenere i giorni, per stornare un addio. Ci affrettiamo per strade che non conosciamo; indossiamo abiti che non sono i nostri; accettiamo idee che non condividiamo e troppo tardi scopriamo il deserto in cui ci siamo confinati, esuli nostro malgrado. E quando la giostra ha smesso il vestito dell'allegria, ci assaltano i fantasmi del timore, i pugnali dell'ansia.
L'uomo e il suo incontro / scontro con i totem effimeri della realtà costituiscono il semenzaio poetico di Giuseppe Vetromile, giovane poeta napoletano, che ne "Il deserto", apparso nella collana "Testimonianze" delle Edizioni Presenza, ha condensato i temi dell'affanno e della fatica del vivere, offrendo, con esiti di altissima liricità e consapevolezza, immagini del silenzio e della parola, della vita e della morte ("Punge, / lo stelo della rosa. / Non è facile / scoprire il mondo / dietro i rovi. / Strappare i cuori, / sì.").
Traspare dal significato come dal significante, emerge dal non detto lo spessore del vissuto, trasferito, in forza dell'esperienza del poeta, nella scrittura e nella poesia.
Il deserto è il luogo emblematico dell'esilio e della ricerca d'identità, il viaggio che il poeta compie da testimone clandestino nell'uomo e tra gli uomini per cogliere, attraverso la lente della propria introspezione, i motivi della frattura tra l'uomo e il suo tempo.
Giuseppe Vetromile scava con coraggio sotto il labile strato di vernice che colora la nostra immagine che, depurata delle brevi allegrie e delle volatili certezze, ci viene restituita in tutta la sua nudità morale, nell'inerzia di giorni sgranati come un rosario, senza coraggio e senza amore.
Il deserto è nei cuori di latta e nelle coscienze di cellophan; è in chi crocifigge l'amico, che ha sete e fame di parole, con chiodi affilati di silenzio. Il deserto è nelle città dai polmoni avvelenati dai gas e dall'anidride: è in ciascuno di noi, quando dimentichiamo Dio.
Versi acuminati, quelli del Vetromile, che traggono spunto dal quotidiano aggirarsi tra le cose del mondo e che sanno di pietà e coraggio, di umiltà e di dolore. "Il deserto" è libro della vita, canone d'una età svilita dall'avere e che ha trasgredito l'essere. Esso è breviario delle nostre contraddizioni e dicotomie: campionario dei mali che affliggono il nostro tempo e lo rendono decadente e distorto.
Il registro poetico del Vetromile svaria tra una scansione epigrammatica del metro ed un taglio discorsivo. Il verso ossuto e levigato, vive d'una sua interna liricità che rafforza la trama. "Deserta la strada / di ogni presenza viva. / Manca la luna / dell'antica poesia. / Frantumato / il profumo dei fiori. / Muti / i sussurri della notte..."
Crescono i muri, si rinforzano e si sbarrano porte e finestre. Ciascuno si arrocca nel chiuso delle stanze, lasciando il mondo dietro le soglie e i davanzali. Non restano i ragazzi a battere il tempo della sera nelle strade e non ci sono aquiloni che rompano l'arrocco del cemento, né vecchi ossuti che al riverbero della luna nuova raccontino storie di antiche donne, né gatti senza padrone in galleria.
Opera compiuta, scrigno prezioso di gemme, la raccolta di versi di Giuseppe Vetromile si attesta tra le espressioni poetiche contemporanee di maggiore valenza.
Solo i poeti, rabdomanti o profeti, hanno parole che strappano la cartapesta dei sorrisi fatui, la scorza multicolore delle nsotre miserie.
Solo i poeti tra le macerie del vivere non hanno issato una bandiera di resa.

Antonio Iaccarino
30 ottobre 1983


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Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti

Si tratta di una raccolta omogenea di 15 racconti: "15 storie di perdenti e delle loro ossessioni. Come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali..."

La galleria di personaggi che anima questa raccolta sfila davanti a noi come foto segnaletiche dell’assurda lotteria del vivere. Siamo tutti un po’ pendolari, e l’abitudine ci è di conforto. I soliti passi. Le solite cose. Ma poi ecco che il destino, per analogia o per contrappasso, squaderna le sue carte, e d’un tratto ogni certezza si dissolve. Chi sono i perdenti protagonisti di questa raccolta? Forse l’altra faccia di un’unica medaglia che rimanda al generale nonsense della vita. Tutto è pura illusione. E nel nostro percepire il mondo basterebbe un nulla per essere vincenti o sconfitti. Nello sguardo limitato di esseri imperfetti nelle anse di un oscuro fiume che tutto trasporta, e del cui definitivo approdo nulla sappiamo. Ma è anche questo il fascino dell’inganno. E questi racconti sono lo specchio infedele del paradosso, unica verità possibile in una realtà inafferrabile e sfuggente. (Dalla quarta di copertina, di Nando Vitali).



"Come già nella variegata e complessa poesia di fabbrica, anche nei racconti il Vetromile si approccia ad un’umanità che passa sul palcoscenico del vissuto senza lasciare orma di sé. L’intento è far convergere l’attenzione del lettore su una particolare categoria di perdenti, vittime delle loro fisime, schiacciati dall’asocialità, spersonalizzati dall’autoemarginazione che azzera finanche l’affetto per i propri cari, costretti ad una sudditanza da alienati. La paranoia della precisione meticolosa, delle giornate scandite sul battito dei minuti secondi, della raccolta dei punti che omaggiano con prodotti di qualità, sono proiezioni di un contesto situazionale scialbo, incolore, senza riflettori e luci di ribalte. Da esso non si estranea il panorama letterario, pulsione del mito della Sehnsucht e degli aspetti più sconcertanti di una realtà sotterranea, impalpabile, impercettibile come quella personificata dai perdenti vetromiliani, sicuri e a loro agio nella bambagia della casa."



(Dalla prefazione di Anna Gertrude Pessina).



E' possibile ordinare il libro direttamente all'editore o tramite internet (per esempio su: http://www.ibs.it/code/9788895233468/vetromile-giuseppe/signor-cindramo-e-altri.html)

Aldo Gioia legge "Divieto di sosta a mezzocammino"

Notte di lettura a Sant'Anastasia

"Cultura a colori", trasmissione del 19/10/12. Tra gli ospiti: G. Vetromile

Cultura a Colori, 9a. puntata

Le traduzioni in spagnolo dei libri "Cantico del possibile approdo" e "Ritratti in lavorazione", eseguite dalla poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.

La traduzione in spagnolo del libro "Cantico del possibile approdo"

La traduzione in spagnolo del libro "Ritratti in lavorazione"

Liberi in Poesia. L'attore Aldo Spina egge un testo di G. Vetromile

Il video della presentazione del libro "Il signor Attilio Cindramo" alla Treves



Napolitano e Vetromile nella Libreria di Margherita a Formia, il 6 maggio 2010

"La Rocciapoesia 2", Pratella, 27 ottobre 2012

Pontremoli 17/10/2010: Cerimonia di premiazione "Poetica dei muri"

Ceccano, 18 giugno 2010: Premio di Poesia Carmelina Spada

Ceccano, 18 giugno 2010. Liceo scientifico della città ciociara. Lettura e critica della poesia terza classificata, di Giuseppe Vetromile, alla cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia "Carmelina Spada" - III° Edizione ANNO 2010 - organizzato dall'associazione culturale "Fabraterni" di Ceccano.



Premio di Poesia "Carmelina Spada", Ceccano, 18 giugno 2010

La recensione di Anna Gertrude Pessina per "Inventari apocrifi", su Literary 9/09

I risultati della IV Edizione del Premio "Coniugi Boccaccio", di Grillano, Ovada (AL)

PRIMI TRE CLASSIFICATI:

1) "Ho romanzi ancora chiusi a Cadenabbia", di Giuseppe Vetromile, Madonna dell' Arco (NA)
2) "La mia terra", di Bruno Bianco, Montegrosso d' Asti (AT)
3) "La mia Lunigiana" di Paolo Pietrini, La Spezia.
Dal 4 al 20° posto ad ex aequo:
"Vechia Calabria" di De Rosa Antonio, Morano Calabro (CS);
"Una passeggiata in fortezza prima di cena", di Claudio Marini, Grotte di Castro (VT);
"Resurrezione" di Moreno Marani, Torgiano (PG);
"Preghiera" di Giuseppina Fazio, Lanciano(CH);
"Risonanze" di Roberto Borghetti, Ancona;
"Prova a volare" di Fabiola Ballini, Verona;
"Il Cortile" di Federica Galli, Reggio Emilia;
"L' ippocastano della bambina" di Tiziana Monari, Prato;
"Tracce (S.Maria Staffora) " di Claudio Bianchi, Torrazza Coste (PV);
"Treccia degli elfi nel fuoco dei camini" di Paolo Ottaviani , Perugia;
"All' amato fiume" d Ludovica Mazzuccato, S.Martino di Venezze (RO);
"E torna il pensiero a una terra" di Loriana Capecchi, Quarrata (PT);
"Sino al tramonto" di Manuela Capri, Crevalcore (BO);
"La solitudine dai silenzi sbagliati" di Gloria Venturini, Lendinara (RO);
"Fragole con panna" di Leonardi Simona, Seravezza (LU);
"Paese" di Francesca Desirello De Rossi , Serravalle Scrivia (AL);
"Rondini sull' altopiano: a Mario Rigoni Stern" di Giorgio Baro, Torino.

La cerimonia di premiazione si è svolta a Grillano, frazione di Ovada (Al), venerdì 7 agosto 2009

L'intervista pubblicata su "Il mediano"

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Da Napoli / Verso

“DA NAPOLI / VERSO”, Edizioni Kairòs, Napoli, 2007

Una nuova e interessante antologia di poeti napoletani.

Si è svolta il 31 maggio 2007, presso la rinomata Saletta Rossa della Libreria Guida a Port’Alba di Napoli, la presentazione di una interessante antologia poetica, dal titolo veramente indovinato: “Da Napoli, Verso”, edita da Kairòs Editore di Napoli. Il titolo, dicevamo, è appropriato, in quanto si tratta di un “Almanacco” di poesia contemporanea, più che di un’antologia, che però ha il pregio di “partire” da un gruppo di poeti, per lo più napoletani (da Napoli…), tra i quali alcuni di comprovata levatura letteraria e poetica nazionale, e di “andare” verso (e qui il termine “verso”, come ha affermato in apertura uno dei relatori, Ciro Vitiello, può essere inteso sia come sostantivo, indicante il verso delle poesie, sia come avverbio, indicante la ricerca e l’apertura “verso” altri e nuovi spazi poetici, specialmente giovanili).
L’iniziativa, progettata dal noto poeta e medico napoletano Antonio Spagnuolo, e dal poeta Stelvio Di Spigno, dottore in ricerca di Letteratura italiana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, è stata alla fine realizzata con successo dall’Editore Kairòs di Napoli, che ha iniziato così una nuova collana di poesia, “Lo schermo d’ingegno”, bene inserita nella sua già vasta produzione editoriale di saggistica e di narrativa (si consultino a questo proposito i siti www.edizionikairos.com e www.napoliontheroad.it). In effetti tutti i meriti vanno agli ideatori del progetto e all’editore, in quanto pubblicare un libro antologico di poesie è un’impresa alquanto coraggiosa, in questi tempi in cui molto si scrive di poesia (e spesso di dubbia qualità), ed inoltre pochissimo si legge, e molto di meno si legge poesia. Ma l’iniziativa è senz’altro encomiabile, dicevamo, se vuole essere davvero “un punto di partenza” e di aggregazione, magari un confronto generazionale tra poeti bravi ed affermati e poeti giovani e giovanissimi dotati di ottimo talento poetico, e che quindi vanno senz’altro seguiti ed incoraggiati.
L’Antologia è stata divisa in due parti, anche se organicamente essa si presenta compatta e coerente agli obiettivi di originalità e di impegno al rinnovamento da parte degli Autori partecipanti. Nella prima parte, curata dall’ottimo Antonio Spagnuolo ed intitolata “L’antefatto”, quasi a voler porre un sostanziale punto fermo sulla attuale poesia napoletana, punto dal quale poi “partirà” tutta una ricerca successiva, figurano i poeti: Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, lo stesso Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello. Nella seconda parte, intitolata “La scena del presente e del possibile”, curata con una precisa selezione di autori dal poeta Stelvio Di Spigno, sono compresi giovani poeti ma anche nomi già affermati e validi, come Domenico Cipriano, Carlangelo Mauro e lo stesso Stelvio Di Spigno. Accanto a loro troviamo Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Prisco De Vivo, Francesco Filia, Mario Fresa, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Perciaccante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni e Francesco Maria Tipaldi.
Ciascun poeta ha avuto il suo spazio congruo, mediamente 6, 7 pagine, con breve nota biobibliografica alla fine.
Una mappa generazionale piuttosto completa e di qualità, un lavoro che merita la giusta diffusione non solo negli ambienti già usi alla particolare fruizione poetica, ma anche negli ambiti scolastici e della cultura letteraria nazionale.

Giuseppe Vetromile
1/6/2007

Le foto di "M'illumino di meno / M'illumino d'immneso: Libreria Treves, 13 febbraio 2010