"Inventari apocrifi", Edizioni Bastogi, 2009Presentazione:
E’ noto a tutti il ritrovamento dell’ultimo vangelo gnostico di Giuda, che va ad aggiungersi a tutti gli altri vangeli apocrifi, cioè non considerati canonici dalla Chiesa. Per antonomasia, il termine apocrifo, letteralmente “ciò che è tenuto nascosto”, sta ad indicare tutto ciò che esula dall’”ufficialità” in una qualsiasi documentazione. Uno scritto apocrifo è dunque qualcosa di misterioso, o che ispira e suscita mistero e sconcerto proprio perché è al di fuori della storia normalmente e universalmente stabilita e accettata. E’ in altri termini una documentazione parallela ma non riconosciuta veritiera, autentica e coerente alle norme e ai principi sui quali è invece basata la documentazione “ufficiale”.
Possiamo dunque costruire delle storie “apocrife”? In realtà, come afferma anche un mio caro amico e collega poeta, in poesia è permesso esprimere liberamente le proprie idee e i propri sentimenti, oserei dire “paralleli”, e cioè da manifestare eventualmente accanto a quelli che, più o meno ufficialmente, si esprimono nel normale “menage” della quotidianità, ma che sono forse più superficiali o più legati agli eventi, belli o brutti, del vivere giornaliero. Ogni poeta si costruisce dunque un proprio palinsesto segreto, su cui andare di volta in volta a iscrivere il proprio moto segreto, il proprio arcano irrisolvibile e intraducibile con parole, proposizioni e ragionamenti alla luce del sole, ma che può manifestarsi ed emergere proprio con la poesia.
Non accetteremmo in via “ufficiale” ragionamenti e filosofie di peculiare importanza sulla vita e sulla morte, sull’amore, su Dio, sul nostro divenire, sul nostro essere, se non ci venisse, almeno un poco, in aiuto la poesia. Poesia che possa in qualche modo ammorbidire, diluire, mitigare, raccordare e depurare i grandi temi della nostra esistenza: per poi trasfigurarli e innalzarli ai ranghi artistici.
I miei “Inventari apocrifi” costituiscono un personalissimo, recente tentativo di raccogliere e in qualche modo riconoscere, catalogare e intabellare schemi di domande sul se e sul forse, sul dove e sul perché, squarci e dubbi, speranze, orizzonti e quant’altro contribuisca al fermento intimo, profondo, che sommuove il mio esistere: un algoritmo segreto insomma, che possa risolvere il mistero di sempre, o che perlomeno aiuti a imboccare la strada di una possibile risoluzione. Il canto non è ufficiale, è appunto apocrifo, nel senso che ho cercato di esporre prima, e cioè proveniente da sorgenti assai remote e non riconoscibili nell’immediatezza e nella praticità superficiale del quotidiano andamento omologato. Un canto apocrifo perché rinvenuto quasi di soppiatto, alla luce di un mondo cosiddetto normale anche nella sua anormalità, nelle sue esagerazioni e sovente nelle sue deviazioni verso l’obbrobrio e l’orrore, verso l’annichilazione; un canto apocrifo perché emerso quasi inatteso alla superficie di un cuore troppo impegnato a dare un senso razionale al mondo anche quando ciò non è possibile.
Ho utilizzato una struttura poetica a mio giudizio consona e aderente alla ricerca della mia sorgente segreta: un verso a volte lungo e scarno, parole asciutte e distanziate, come ad indicare la fatica del ritrovamento, la difficoltà di emergere in superficie.
Un inventario complicato e forse, alla fine, inconcludente e inservibile, perché: “ho enumerato granelli d’aria e gocce di sole: è il vago bagaglio di mondo che mi porto appresso. Il resto o anima o illusione o colore del vuoto”.
Ma un inventario necessario, almeno per tentare di capire dove potrebbero stare le mie vere cose nascoste sotto la polvere del mondo.
Possiamo dunque costruire delle storie “apocrife”? In realtà, come afferma anche un mio caro amico e collega poeta, in poesia è permesso esprimere liberamente le proprie idee e i propri sentimenti, oserei dire “paralleli”, e cioè da manifestare eventualmente accanto a quelli che, più o meno ufficialmente, si esprimono nel normale “menage” della quotidianità, ma che sono forse più superficiali o più legati agli eventi, belli o brutti, del vivere giornaliero. Ogni poeta si costruisce dunque un proprio palinsesto segreto, su cui andare di volta in volta a iscrivere il proprio moto segreto, il proprio arcano irrisolvibile e intraducibile con parole, proposizioni e ragionamenti alla luce del sole, ma che può manifestarsi ed emergere proprio con la poesia.
Non accetteremmo in via “ufficiale” ragionamenti e filosofie di peculiare importanza sulla vita e sulla morte, sull’amore, su Dio, sul nostro divenire, sul nostro essere, se non ci venisse, almeno un poco, in aiuto la poesia. Poesia che possa in qualche modo ammorbidire, diluire, mitigare, raccordare e depurare i grandi temi della nostra esistenza: per poi trasfigurarli e innalzarli ai ranghi artistici.
I miei “Inventari apocrifi” costituiscono un personalissimo, recente tentativo di raccogliere e in qualche modo riconoscere, catalogare e intabellare schemi di domande sul se e sul forse, sul dove e sul perché, squarci e dubbi, speranze, orizzonti e quant’altro contribuisca al fermento intimo, profondo, che sommuove il mio esistere: un algoritmo segreto insomma, che possa risolvere il mistero di sempre, o che perlomeno aiuti a imboccare la strada di una possibile risoluzione. Il canto non è ufficiale, è appunto apocrifo, nel senso che ho cercato di esporre prima, e cioè proveniente da sorgenti assai remote e non riconoscibili nell’immediatezza e nella praticità superficiale del quotidiano andamento omologato. Un canto apocrifo perché rinvenuto quasi di soppiatto, alla luce di un mondo cosiddetto normale anche nella sua anormalità, nelle sue esagerazioni e sovente nelle sue deviazioni verso l’obbrobrio e l’orrore, verso l’annichilazione; un canto apocrifo perché emerso quasi inatteso alla superficie di un cuore troppo impegnato a dare un senso razionale al mondo anche quando ciò non è possibile.
Ho utilizzato una struttura poetica a mio giudizio consona e aderente alla ricerca della mia sorgente segreta: un verso a volte lungo e scarno, parole asciutte e distanziate, come ad indicare la fatica del ritrovamento, la difficoltà di emergere in superficie.
Un inventario complicato e forse, alla fine, inconcludente e inservibile, perché: “ho enumerato granelli d’aria e gocce di sole: è il vago bagaglio di mondo che mi porto appresso. Il resto o anima o illusione o colore del vuoto”.
Ma un inventario necessario, almeno per tentare di capire dove potrebbero stare le mie vere cose nascoste sotto la polvere del mondo.
Note critiche:
Il verso di Giuseppe Vetromile si tende sempre più, fino a lacerarsi, per accogliere, raccogliere quanto più possibile della ridondanza del mondo che il poeta continua a investigare, a interrogare intrecciando la propria esistenza con quella della realtà che lo circonda e, in uno slancio disperatamente panico, dell’universo stesso. Qui come nelle altre raccolte lo vediamo muoversi fra il “grigio condominiale”, “il popolo dei supermercati” e “la leccornia appena vista alla tivvù”, nell’habitat proprio del “beneamato consumatore”. Ma, rispetto alle raccolte precedenti, l’atmosfera sembra diventare più rarefatta, nello sforzo di cogliere l’essenza, l’universale nel concreto, aprendosi ad atmosfere metafisiche alla Dalì: il “silenzio degli orologi deglutisce pure la luna / e i sogni reinventano antiche nenie sprimacciate”. La nausea per questo mondo spinge a veder sollevarsi il sole da un parco cementificato e a cercare nella fine il nuovo inizio, chiedendosi: “Ma come puoi tu rinascere da questo groviglio di rumori”? La domanda rimane aperta, né la parola può dare risposte definitive (“Non chiedermi dunque significanti”, scrive Vetromile aggiornando semiologicamente l’esclamazione montaliana), né tantomeno modificare la realtà (“ma nessuna mia voce àltera / le pietre del pianeta”). Né il nostro approdo appare garantito: su Dio, e sul nostro andare verso di lui, grava un “immane dubbio”. Qui e ora, comunque, dice il poeta alla persona cui costantemente si rivolge, tocca giocare i propri destini in una concentrazione nell’attimo dell’universo intero. Di fronte al grigiore d’asfalto e cemento che ci circonda si riapre la speranza d’una rinnovata natura: “Gusterai il dolce del sole sulle labbra arse / e l’amaro della luna sulla pelle bianca / e sentirai l’odore dell’amore”. Questo, per un “di/sperato bene”. E anche la scrittura non si rassegna al codice ristretto della chiacchiera quotidiana, ma si arrampica sul ventaglio aperto delle possibilità date o ne conia altre, in un furore linguistico “tuttofago”.
Enzo Rega
Enzo Rega
Questa raccolta di versi di Giuseppe Vetromile, Inventari apocrifi, si svolge intorno ad un’indagine sul senso del mondo e della vita, e quindi anche sul senso di sé, sulle curve di un cammino che si snoda tra “soste”, “voglie” e “speranze di partenza”. Quindi dialettica tra un io che sta e un io che si sente proiettato verso avventure dello spirito e dell’anima. Ma anche dialettica tra l’io e il mondo, tra l’io e la società, tra l’io che rivendica il proprio essere libero come condizione inalienabile per la piena realizzazione del progetto di sé, e la società che tende ad operare condizionamenti insopportabili.
La struttura artistico-formale è caratterizzata da testi che presentano, nella loro totalità, versi piuttosto estesi, il che, da un lato, significa che Vetromile considera – e usa – la poesia come un’operazione conoscitiva che gli permette di scandagliare nel proprio animo e nei propri sentimenti, ed anche di cogliere il senso vero della realtà e delle risonanze che essa esercita in lui, e dall’altro è segno di chiara volontà del poeta di esplicitare compiutamente il proprio pensiero confessivo. Tuttavia, però, essi sono connotati da una interna armonia fonica e ritmica. E si succedono con fresca continuità, quasi frutto di una germinazione spontanea, cosa che sembrerebbe dar ragione al poeta quando afferma che le parole “ vengono così d’improvviso sulla punta della penna sconfinata / a dirci com’è il mondo come lo sentiamo nascosto / dietro una volta di stelle inespresse indicibili, ma in realtà le cose non stanno propriamente così. Infatti, ad un occhio critico attento non può sfuggire l’intelligente lavoro di selezione e combinazione dei segni che denotano, oltre ad una vasta ricchezza lessicale, una indubbia forza espressiva.
Voglio dire che il linguaggio presenta una energia semantica di indubbio fascino sia quando il poeta si abbandona ad un lirismo descrittivo sempre coinvolgente, sia quando è chiamato ad esprimere concetti che richiedono un linguaggio più vigoroso e fonicamente duro.
Raffaele Urraro
La struttura artistico-formale è caratterizzata da testi che presentano, nella loro totalità, versi piuttosto estesi, il che, da un lato, significa che Vetromile considera – e usa – la poesia come un’operazione conoscitiva che gli permette di scandagliare nel proprio animo e nei propri sentimenti, ed anche di cogliere il senso vero della realtà e delle risonanze che essa esercita in lui, e dall’altro è segno di chiara volontà del poeta di esplicitare compiutamente il proprio pensiero confessivo. Tuttavia, però, essi sono connotati da una interna armonia fonica e ritmica. E si succedono con fresca continuità, quasi frutto di una germinazione spontanea, cosa che sembrerebbe dar ragione al poeta quando afferma che le parole “ vengono così d’improvviso sulla punta della penna sconfinata / a dirci com’è il mondo come lo sentiamo nascosto / dietro una volta di stelle inespresse indicibili, ma in realtà le cose non stanno propriamente così. Infatti, ad un occhio critico attento non può sfuggire l’intelligente lavoro di selezione e combinazione dei segni che denotano, oltre ad una vasta ricchezza lessicale, una indubbia forza espressiva.
Voglio dire che il linguaggio presenta una energia semantica di indubbio fascino sia quando il poeta si abbandona ad un lirismo descrittivo sempre coinvolgente, sia quando è chiamato ad esprimere concetti che richiedono un linguaggio più vigoroso e fonicamente duro.
Raffaele Urraro

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