In fondo siamo tutti legati al mistero nostro individuale, che diviene un interrogarsi e un perscrutare in crescita da se stesso. E dalla grotta privata è inevitabile cacciarsi nella strettoia che conduce alla caverna universale originaria da cui il cominciamento ha avuto origine, per noi, per gli altri. Scaliamo senza sosta il versante della conoscenza interiore illudendoci che ci sia una vetta ove ogni domanda e ogni dubbio troveranno risposta, aspettandoci un pianoro ove sostare, in quiete, con la soluzione del senso di vivere stretta nel pugno. Ma l’Unbekannte è impraticabile, il Mysterium solùto contraddirebbe la sua essenza; nessuno agirebbe, estinta ogni spinta; il pulsionale non avrebbe né scintilla né miccia; l’intelligenza denutrita imploderebbe. L’ipotesi generale di un mondo privato del rovello di sapere e di capire suggerisce immediatamente la visione di una sterpaia. L’invalicabilità del perché e l’inestinguibilità dello stimolo a penetrare, a analizzare, a capire, a risolvere conchiudono un cerchio perfetto. C’è pertanto chi si affida alla scienza, chi alla fede, chi alla filosofia. E c’è chi procede spedito nell’involucro delle sue certezze, consultando il breviario o il ricettario del proprio catechismo; chi, viceversa, muove i suoi passi fra le persistenti nebbie del dubbio, socialmente penalizzato a causa dei suoi tormenti, delle sue esitazioni, dei suoi scrupoli.
Il viatico di Giuseppe Vetromile è la poesia: ma, attenzione, la poesia non fornisce alcuna risposta, né l’autore ne cerca in essa. La funzione della poesia è piuttosto quella di far risalire sul pelo dell’acqua quel che dalle profondità abissali si annida quasi impercetto/impercepibile fra la mota, fra l’inconscio verheimlichen (sempre considerando la teoria della relatività). Da buon socratico, Vetromile ha rispetto per i quesiti, asseconda la ricerca, anela allo scioglimento, eppure contemporaneamente è consapevole che la verità è uno spettro metafisico.
Allora la poesia assume il valore di catalizzante del pensiero emotivo, è di fatto un percorso analitico suppletivo, rende merito al potenziale traènte dei tessuti intimi individuali con connotazioni collettive. Se le proprietà dell’uomo sono la capacità, l’energìa e la fantasia di procedere per simboli e metafore, e dato per certo che maggiore è il metalinguaggio, più genuina, formidabile è la poesia, ecco che strade, viottoli e mulattiere del verso contengono e nutrono l’humus ideale, primèvo, ancestrale per sussumere e qualificare il cogito attivo e reattivo: non trascurando l’intrinsecità di metafora e di simbolo del linguaggio.
Gli Inventari apocrifi, contenendo essi stessi nell’etimologia (dal greco apókryphos) il significato puro di nascosto, segreto, marciano per apparente contraddizione contro le dissimulate/occultate contraffazioni e le deformazioni del fantasma della verità, la quale, tra gli inesauribili aggettivi prevaricatòrii e particolaristici che di volta in volta le si affiancano, ne rigetta il più assurdo per antonomasia: assoluto. Cancelliamo dal nostro dizionario privato il concetto (arrogante) inesprimibile di: verità assoluta.
Il Vetromile degli Inventari si lascia andare a una poesia strumentale che faccia (o possa tentare di fare in embrione) luce su presenza e sostanza del mistero negato o censurato o rimosso o inconosciuto (e non già sull’impossibile scioglimento), e da buon intelletto, fa leva sulla collaborazione titillata di un lettore disposto a confrontare particolarismo a universalismo, pronto a rispecchiarsi in un’identità non dissimile dalla sua, vis-à-vis con inquietudini, spasimi, crucci e puzzle esistenziali improvvisamente riemersi, con una implacabilità che ha del fatale.
Parallelamente gli Inventari affermano, ri-evidenziano il codice etico del compositore e la sua dichiarazione di poetica, che coincidono, mentre non coincidono affatto, poiché sinonimici ma divergenti per non trascurabili sfumature, i concetti di verità, di veracità, di inveramento laico, quando fanno capolino dalle pagine.
Potrebbe sembrare che la lezione della poesia di Vetromile voglia indurre il fruitore a rassegnarsi a considerare inaccessibile il mistero, insondabile la verità, con buona pace di ogni sforzo, con le dimissioni di ogni tentativo di scardinare la serratura inviolabile. Al contrario: quantunque la verità oltre il mistero fosse irraggiungibile, come è, nessuno di noi dovrebbe/deve rinunciare né a priori né in itinere a esercitare lo strumento euristico, ovviamente senza accomodamenti sleali, scorretti, manipolatòrii, in offesa alla coscienza.
Partitura psicanalitica, connessioni antropologiche, epistola sociale, quotidiana confessione dello sgomento, burrasche interiori orto ed eterodosse, psellismo morale, scrupoli arrancanti, confusioni teoretiche, intuizioni rasentate, introspezione che porta alla ribellione e che deplora, lontano dalla solennità della requisitoria: l’ultimo parto letterario di Giuseppe Vetromile è una sorta di taccuino lucido e teso, che non si sottrae a una lieve indulgenza ma non allarga spazio a astrazioni molto al di là dell’umana Sehnsucht di “superare” il proprio essere. Un’opera complessa sui conflitti e sulla Spannung ad ammetterne la radioattività e a scongiurarne gli effetti, tenendo conto che umanamente siamo così disumani.
Giuseppe Vetromile è uno dei pochi poeti che indulge a colloquiare con il suo lettore, senza farsi di lato per lasciar parlare esclusivamente il critico pre o postfatore; e si espone senza tergiversare. Inoltre il suo dire/dirsi non si ripete, non incappa in una monotematicità, che quando in altri (e tanti) esempi anche illustri e ‘intoccabili’ eccede, indispettisce, appiattisce il testo, denuclea l’opera, dequalifica l’autore.
Vetromile non fornisce (né può farlo: anzi, se ne guarda bene) chiavi; lascia intatta la difficoltà interpretativa per lettore e critico: ogni sua parola è centro semantico, e come tale va trattata. Ogni sua raccolta è una sfida a sé, con se stesso e l’altro da sé, anche nei tratti palilogici/palinodici.
Quanto alla vita, essa si scompone e si ridistribuisce nelle tessere del verso: e preme, palpita, respira nell’inframondo di detto e sottotraccia, di dichiarato e suggerito, di cutaneo e subcutaneo: nascondere l’impronunciabile dietro i righi della biro/ o sotto la lingua come se fosse una pillola indeglutibile.
Il viatico di Giuseppe Vetromile è la poesia: ma, attenzione, la poesia non fornisce alcuna risposta, né l’autore ne cerca in essa. La funzione della poesia è piuttosto quella di far risalire sul pelo dell’acqua quel che dalle profondità abissali si annida quasi impercetto/impercepibile fra la mota, fra l’inconscio verheimlichen (sempre considerando la teoria della relatività). Da buon socratico, Vetromile ha rispetto per i quesiti, asseconda la ricerca, anela allo scioglimento, eppure contemporaneamente è consapevole che la verità è uno spettro metafisico.
Allora la poesia assume il valore di catalizzante del pensiero emotivo, è di fatto un percorso analitico suppletivo, rende merito al potenziale traènte dei tessuti intimi individuali con connotazioni collettive. Se le proprietà dell’uomo sono la capacità, l’energìa e la fantasia di procedere per simboli e metafore, e dato per certo che maggiore è il metalinguaggio, più genuina, formidabile è la poesia, ecco che strade, viottoli e mulattiere del verso contengono e nutrono l’humus ideale, primèvo, ancestrale per sussumere e qualificare il cogito attivo e reattivo: non trascurando l’intrinsecità di metafora e di simbolo del linguaggio.
Gli Inventari apocrifi, contenendo essi stessi nell’etimologia (dal greco apókryphos) il significato puro di nascosto, segreto, marciano per apparente contraddizione contro le dissimulate/occultate contraffazioni e le deformazioni del fantasma della verità, la quale, tra gli inesauribili aggettivi prevaricatòrii e particolaristici che di volta in volta le si affiancano, ne rigetta il più assurdo per antonomasia: assoluto. Cancelliamo dal nostro dizionario privato il concetto (arrogante) inesprimibile di: verità assoluta.
Il Vetromile degli Inventari si lascia andare a una poesia strumentale che faccia (o possa tentare di fare in embrione) luce su presenza e sostanza del mistero negato o censurato o rimosso o inconosciuto (e non già sull’impossibile scioglimento), e da buon intelletto, fa leva sulla collaborazione titillata di un lettore disposto a confrontare particolarismo a universalismo, pronto a rispecchiarsi in un’identità non dissimile dalla sua, vis-à-vis con inquietudini, spasimi, crucci e puzzle esistenziali improvvisamente riemersi, con una implacabilità che ha del fatale.
Parallelamente gli Inventari affermano, ri-evidenziano il codice etico del compositore e la sua dichiarazione di poetica, che coincidono, mentre non coincidono affatto, poiché sinonimici ma divergenti per non trascurabili sfumature, i concetti di verità, di veracità, di inveramento laico, quando fanno capolino dalle pagine.
Potrebbe sembrare che la lezione della poesia di Vetromile voglia indurre il fruitore a rassegnarsi a considerare inaccessibile il mistero, insondabile la verità, con buona pace di ogni sforzo, con le dimissioni di ogni tentativo di scardinare la serratura inviolabile. Al contrario: quantunque la verità oltre il mistero fosse irraggiungibile, come è, nessuno di noi dovrebbe/deve rinunciare né a priori né in itinere a esercitare lo strumento euristico, ovviamente senza accomodamenti sleali, scorretti, manipolatòrii, in offesa alla coscienza.
Partitura psicanalitica, connessioni antropologiche, epistola sociale, quotidiana confessione dello sgomento, burrasche interiori orto ed eterodosse, psellismo morale, scrupoli arrancanti, confusioni teoretiche, intuizioni rasentate, introspezione che porta alla ribellione e che deplora, lontano dalla solennità della requisitoria: l’ultimo parto letterario di Giuseppe Vetromile è una sorta di taccuino lucido e teso, che non si sottrae a una lieve indulgenza ma non allarga spazio a astrazioni molto al di là dell’umana Sehnsucht di “superare” il proprio essere. Un’opera complessa sui conflitti e sulla Spannung ad ammetterne la radioattività e a scongiurarne gli effetti, tenendo conto che umanamente siamo così disumani.
Giuseppe Vetromile è uno dei pochi poeti che indulge a colloquiare con il suo lettore, senza farsi di lato per lasciar parlare esclusivamente il critico pre o postfatore; e si espone senza tergiversare. Inoltre il suo dire/dirsi non si ripete, non incappa in una monotematicità, che quando in altri (e tanti) esempi anche illustri e ‘intoccabili’ eccede, indispettisce, appiattisce il testo, denuclea l’opera, dequalifica l’autore.
Vetromile non fornisce (né può farlo: anzi, se ne guarda bene) chiavi; lascia intatta la difficoltà interpretativa per lettore e critico: ogni sua parola è centro semantico, e come tale va trattata. Ogni sua raccolta è una sfida a sé, con se stesso e l’altro da sé, anche nei tratti palilogici/palinodici.
Quanto alla vita, essa si scompone e si ridistribuisce nelle tessere del verso: e preme, palpita, respira nell’inframondo di detto e sottotraccia, di dichiarato e suggerito, di cutaneo e subcutaneo: nascondere l’impronunciabile dietro i righi della biro/ o sotto la lingua come se fosse una pillola indeglutibile.
Armando Saveriano

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