Questa raccolta di versi di Giuseppe Vetromile (Inventari apocrifi, Bastogi, Foggia 2009) si svolge intorno ad un’indagine sul senso del mondo e della vita, e quindi anche sul senso di sé, sulle curve di un cammino che si snoda tra soste, voglie e speranze di partenza. Quindi dialettica tra un io che sta e un io che si sente proiettato verso avventure dello spirito e dell’anima, ma anche dialettica tra l’io e il mondo, tra l’io e la società, tra l’io che rivendica il proprio essere libero come condizione inalienabile per la piena realizzazione del progetto di sé, e la società che tende ad operare condizionamenti insopportabili.
Intanto è l’io di un poeta che solo di sfuggita riguarda dietro di sé, nella sua storia, anche perché consapevole che il passato non può essere rivissuto se non sul piano della memoria: a volte basta un raggio di luce, un attimo di luna, il conforto delle stelle per riacciuffare un momento o il senso di una storia (p. 2). Ma poi la poesia si raccoglie intorno ad un io che si dibatte sul significato della vita, svelando le trame all’interno delle quali si svolge l’esistenza del poeta.
Analizziamo dapprima quello che potremmo definire l’esistenzialismo di Vetromile, indicando con tale termine non una condizione ontologica dell’essere, ma proprio l’esistenza nel suo farsi, esistenza che pone problemi e condizionamenti concreti, hic et nunc. Ebbene una metafora ricorrente, quella della casa, contiene in sé il senso dello “stare”, e quindi della condizione esistenziale vera del poeta. Essa rappresenta il luogo che, con la sua storia, indietro lo tratterrà (p. 8), salvandolo dai salti nel buio, dalle avventure nel mare dell’ignoto, e lo preserva dal cadere nell’abisso (p. 8). E in questo senso è metafora di una condizione dello spirito assuefatto ad un vivere che non ammette scosse, anche se lo spirito freme e vagheggia altre vite e altri mondi: :qui in questa casa detersa d’ogni avventura lo stare / è ormai giro d’orologio scialbo mentre tramo voli di sghimbescio / sul far dell’alba / verso un’Itaca opportuna (p.13).
Si tratta, ovviamente, di un’Itaca dello spirito, dove ci si possa liberare dalle pastoie incatenanti di un’esistenza scialba e ripetitiva: tutto è ancora acquietato e inerte / e nei bagagli pronti per la solita spesa quotidiana / non c’è ricambio d’abito” (p. 13).
Tutto questo perché la vita è vista come una sorta di condanna che costringe l’uomo a vegetare nei suoi sogni e nelle sue attese senza sbocco: Andremo quindi di nascosto verso un fiore mai sbocciato / senza dire più nulla né ascoltare di traverso / la voce dei loro petali sfoltiti (p. 13).
È una condizione esistenziale che oscilla tra il soggettivismo autobiografico, che è evidente nell’uso di pronomi di prima persona e che costringe il poeta ad auscultare le sue ragioni, e la dimensione universale che s’intravede in tutti i testi di questa raccolta.
In questa dialettica ora scontrosa e ora drammatica, il poeta consuma la sua esistenza costretto a registrare, e facendo registrare, un chiaro inappagamento delle sue richieste di vita e, di conseguenza, una insoddisfazione esistenziale costante, perché egli si dibatte tra lacerazioni dolorose e aspirazioni inconcluse, scontando così la propria incapacità a recidere quelle reti che lo tengono invischiato nella sua immobilità.
Ma, come abbiamo detto, vi è un’altra dimensione della dialettica che connota l’esistenza di Vetromile, ed è quella che lo vede scontrarsi con la società e i suoi meccanismi condizionanti. Dialettica disseminata anch’essa in tutta la raccolta, ma più evidente nella sezione Reliquiario. Qui il poeta si ribella con scatti più vigorosi e polemici. Egli nota, un po’ sorpreso e molto infastidito, che la giornata è tutta una routine di televidenti consumatori imboniti.
Il problema è che sono altri a dirci – o a pretendere di dirci – che cosa dobbiamo fare e come dobbiamo vivere: penseranno loro a ricucirmi tutto il significato della vita. È tutta sciocchezza televisiva, sì, e neppure possono immaginare, quegli “altri”, i nostri problemi: il grande fratello non mi vede mentre sto a farneticare / con uno spicchio di sole rimasto inficiato nel tiretto (p. 11).
Non capiranno mai, quegli “altri”, la nostra sensibilità. E allora non resta che celebrare la propria dimensione di uomini liberi, giocando con quello spicchio di sole che ci è rimasto, rifiutando i tentativi di costrizione e opponendo la nostra forza intellettuale e morale, consapevoli che unica saggezza / vivere del proprio / senza che nessuno ti dica niente / o che ti affascini con bionde estorsioni di eros (p. 11).
E la forza è tutta in quel “reliquiario” del proprio io, dove si conserva ancora intatto il patrimonio di valori e di certezze. È lì la forza dell’uomo, la corazza che lo difende dagli strali quotidiani. Perciò il poeta può dire apertamente che non ha nulla a che fare con i giocolieri della vita, con quelli che egoisticamente e in modo truffaldino non hanno scrupoli di servirsi degli altri e delle ricchezze del mondo: tutto / è gettato ai mangioni ed agli ingordi che ingoiano imperturbati / le molecole d’oro del pianeta (p. 26).
Questo in rapida sintesi il mondo poetico di questi Inventari apocrifi che appaiono soprattutto come una vera e propria confessione, un aprirsi di una mente e di un cuore che puntano dritto verso orizzonti sconosciuti e ignoti.
Confessione connotata anche da una evidente cifra di autobiografismo, come si è venuti dicendo prima e come appare dal linguaggio (inventari – rubrichiere – azzeramenti – ripristini – riepiloghi – sommari – repertorio – scaffalature – schedario) indicante le varie sezioni della raccolta e che rinvia al lavoro espletato da Vetromile nella sua vita.
Ma scendiamo più a fondo nel mondo espressivo del poeta.
Intanto è da notare che tutti i testi della raccolta presentano versi piuttosto estesi, il che, da un lato, significa che Vetromile considera – e usa – la poesia come un’operazione conoscitiva che gli permette di scandagliare nel proprio animo e nei propri sentimenti, ed anche di cogliere il senso vero della realtà e delle risonanze che essa esercita in lui, e dall’altro è segno di chiara volontà del poeta di esplicitare compiutamente il proprio pensiero confessivo. Tuttavia, però, essi sono connotati da una interna armonia fonica e ritmica. E si succedono con fresca continuità, quasi frutto di una germinazione spontanea, cosa che sembrerebbe dar ragione al poeta quando afferma che le parole vengono così d’improvviso sulla punta della penna sconfinata / a dirci com’è il mondo come lo sentiamo nascosto / dietro una volta di stelle inespresse indicibili (p. 4), ma in realtà le cose non stanno propriamente così. Infatti, ad un occhio critico attento non può sfuggire l’intelligente lavoro di selezione e combinazione dei segni che denotano, oltre ad una vasta ricchezza lessicale, una indubbia forza espressiva.
Voglio dire che il linguaggio di Vetromile presenta una energia semantica di indubbio fascino e sia quando il poeta si abbandona ad un lirismo descrittivo coinvolgente, come in Dio è apparso stamattina sullo scaffale numero nove / a dirmi le cose come stanno in un segreto che scorre / come acqua di ruscello limpido ed evidente come / il grano delle stelle in una notte affamata di luce (pp. 34-35), sia quando è chiamato ad esprimere concetti che richiedono un linguaggio più vigoroso e fonicamente duro, come in Mia cara le vene hanno ormai un vuoto di linfa percorrono / strade senza corpo vanno dove vomita il sangue un veleno / di cristallo come immobile è il nostro sguardo qui / di fronte all’impossibile soqquadro, sempre i versi risultano connotati da intensa efficacia.
Insomma la forza semantica dei segni, insieme alla fluidità dei versi e alle moltissime studiate pause, fanno della poesia di Vetromile un prodotto da gustare con cura, da centellinare con pazienza, perché si tratta di un prodotto di non facile decodificazione per cui richiede di essere maneggiato con vigile attenzione, di essere letto e riletto, per poterne scavare tutta la ricchezza, che spesso si nasconde sotto la dura corteccia dell’esteriorità sicché, per scoprirla e portarla alla luce, c’è bisogno di scendere fino alle profondità dell’espressione anche se esse appaiono insondabili. Ma ne vale la pena.
(Articolo tratto dalla Rivista Letteraria "Secondo tempo", Libro Trentottesimo, Marcus Edizioni, Napoli 2010)

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