Quindici racconti. Quindici personaggi arrampicati su una scala perfida e perversa, da cui facilmente si cade per finire in un abisso disperato. Sono uomini “perdenti” (come si dice nel titolo), che attraversano l’esistenza a fari spenti, afferrati alla gola dalla solitudine, dalle manie incorreggibili, dalla rassegnazione, dalla monotonia di una vita incolore, dalle trappole tese dagli altri, dalle fissazioni, dal lavoro alienante, dal fallimento di un’attesa o di un sogno, dalla pazzia, dall’incapacità di trovare un senso alla propria vita, dall’estraneità alla vita, dalle manie sconfortanti. Sono campioni, questi, di un’umanità sofferente, che si agita in uno spazio senza luce, senza prospettiva, senza speranza.Perché Vetromile abbia posato il suo sguardo su questa umanità tragica e angosciante non è facile spiegarlo. Certo, il piacere di raccontare, il gusto di costruire storie, il divertimento intellettuale nello strutturare la psicologia dei personaggi sono evidenti. Ma la scelta di quella parte di umanità che lo attira come una calamita e lo stimola alla rappresentazione forse è dovuta a diversi fattori: al suo sentimento di fratellanza e di solidarismo concentrati nella sua coscienza di uomo di questo nostro tempo perverso e malandato, alla vita trascorsa in fabbrica e alla lotta continua sostenuta con se stesso per sottrarsi ai rischi di un’alienazione sempre incombente, alla sua partecipazione alle battaglie sindacali che hanno ravvivato la sua coscienza civile. Già nei testi poetici Vetromile non si risparmia nel lanciare i suoi strali contro questa società egoista ed escludente, né si sottrae ad evidenziare i rischi di alienazione e di abiezione che comporta il lavoro in fabbrica. Ma qui, nei suoi racconti, il suo sguardo si fa più acuto invasivo: sente il bisogno di vedere e di comprendere che cosa si agiti nei recessi dell’anima degli uomini, in quel territorio dove si germinano drammi di cui in genere è visibile solo la parte emergente, solo ciò che appare, ciò che si vede, cioè ciò che non può consentire mai di leggere la vera realtà delle cose. E Vetromile proprio lì vuole scendere, là dove si scatenano pulsioni incontrollabili e sfuggenti, là dove si consumano le vite. Ed è costretto a prendere atto delle assurdità dell’esistenza, di una sorta di mondo surreale e inquietante: i suoi personaggi vivono una vita inutile, scandalosa direi, una vita deviata; e l’autore li segue nelle loro peregrinazioni verso la morte o verso la follia. È un mondo di disperati che rappresentano certamente un campionario di umanità verso la quale pochi rivolgono il loro studio o la loro attenzione.
L’atteggiamento di Vetromile verso questo mondo così appartato denota, come si è detto, il suo interesse di uomo, la sua intima partecipazione al loro destino di tragedia.
Ma la scrittura è un’altra cosa. Rappresentare un mondo tale comporta due possibili atteggiamenti: o aderisci intimamente e simpateticamente a quel mondo facendoti intravolgere in quella ragnatela di follia e di disperazione, o poni tra te e quel mondo una distanza che ti consenta di descrivere lucidamente quella realtà. Qui l’atteggiamento dell’autore è connotato da una sua evidente distanza dalla quale egli guarda, con curiosità e interesse, a quei personaggi. Voglio dire che il suo sguardo piuttosto distaccato e disincantato è ironico e bonario, nel senso che l’autore non si lascia coinvolgere nel destino di quegli individui, ma li osserva e li studia per cogliere le più profonde motivazioni del loro agire disperato e senza senso. Di questo coglie le fisime di una vita inutile, appartata e solitaria; di quello coglie il dolore e la disperazione per essere stato – come un personaggio di Pirandello – calato in una forma, quella del “selvatico”, che sente non appartenergli, e “rassegnato si lascia trascinare dalla corrente” dopo aver salvato la vita a una ragazza; di un altro coglie la tragica vicenda di morte sotto le ruote di un treno che doveva portarlo a casa dove avrebbe consegnato alla sua bambina il regalo da lei richiesto; in un altro la morte voluta e attuata dopo un gioco, uno scherzo, una maligna e sconvolgente “scommessa”; in altri coglie atteggiamenti surreali come in Pascale che cerca il senso dell’esistenza e pensa che gli sia stato svelato finalmente dall’ingrato destino del suo cane; in un altro ancora coglie il senso del lavoro avvertito come meccanico comportamento che sprofonda l’individuo in un aberrante stato di alienazione tanto da fargli sentire la morte come liberazione dal dramma dell’esistenza; in un altro ancora coglie il tentativo di uscire dalla non-vita cedendo al fascino imperioso dell’amore e la frustrazione della sconfitta che conduce alla morte; in altri coglie il senso di smarrimento e di confusione, o la perdita della ragione, o il fallimento di una vita causato dall’amore per le macchine e la tarda scoperta del vero valore dell’esistenza che però sta “al di là della finestra”, o il comportamento asfissiante e surreale dell’individuo che inseguendo la precisione a tutti i costi cade nella pazzia, o la filosofia di strada che si sposa con il culto della solitudine in una vita senza luce, o la mania del raccoglitore di punti-premi che conduce alla pazzia, o la vita scandita dagli impegni cui la società costringe senza pietà, o il mondo alla rovescia di un poeta votato all’ottimismo in contrasto con l’interlocutore pessimista. È un mondo in cui regna la solitudine e l’incomunicabilità, la chiusura in sé, nelle proprie fisime o nelle proprie inquietudini, che l’autore si guarda bene dal giudicare o dal condannare.
Sono campioni di una vita che Vetromile tratteggia – come si è detto – con distacco e fine ironia, a volte con il sorriso bonario di chi si sente non complice dei personaggi, ma osservatore comprensivo delle tragedie e dei drammi altrui. E in questo è facile notare lo stesso atteggiamento tenuto da Giacomo Leopardi – non per niente esplicitamente richiamato in un racconto – nelle Operette morali. Ma si sente aleggiare nelle pagine di questo libro anche la presenza di Pirandello, soprattutto là dove i personaggi sono rappresentati come vittime di un gioco surreale, di una trappola che ne sconvolge l’esistenza, della frantumazione di un equilibrio. Vetromile rappresenta i protagonisti di questo mondo tragico con cura meticolosa e con strutture narrative sempre diverse, rapportate all’identità del singolo personaggio: qua facendo ricorso al soliloquio o al monologo interiore, là seguendo o inseguendo il flusso di una coscienza malata, qua adottando il discorso indiretto libero come nel racconto di Don Felice Omodeo (p. 69), là mettendo in atto un processo di sdoppiamento dell’io con in Saverio & Saverio (p. 77). Ma sempre strutturando una lingua narrativa piana e garbata. Al garbo espositivo non nuoce l’irruzione nel territorio della lingua napoletana nel primo racconto, quello eponimo, Il signor Attilio Cìndramo, agorafobo, misantropo, o in quello della lingua latina in Don Felice Omodeo, in saecula saeculorum, artifici che arricchiscono il mondo espressivo di Vetromile rendendolo ancor più personale e piacevolmente fruibile.
Raffaele Urraro

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