mercoledì 24 marzo 2010

Una recensione di Raffaele Urraro al libro "Il signor Attlio Cindramo e altri perdenti"

Quindici racconti. Quindici personaggi arrampicati su una scala perfida e perversa, da cui facilmente si cade per finire in un abisso disperato. Sono uomini “perdenti” (come si dice nel titolo), che attraversano l’esistenza a fari spenti, afferrati alla gola dalla solitudine, dalle manie incorreggibili, dalla rassegnazione, dalla monotonia di una vita incolore, dalle trappole tese dagli altri, dalle fissazioni, dal lavoro alienante, dal fallimento di un’attesa o di un sogno, dalla pazzia, dall’incapacità di trovare un senso alla propria vita, dall’estraneità alla vita, dalle manie sconfortanti. Sono campioni, questi, di un’umanità sofferente, che si agita in uno spazio senza luce, senza prospettiva, senza speranza.
Perché Vetromile abbia posato il suo sguardo su questa umanità tragica e angosciante non è facile spiegarlo. Certo, il piacere di raccontare, il gusto di costruire storie, il divertimento intellettuale nello strutturare la psicologia dei personaggi sono evidenti. Ma la scelta di quella parte di umanità che lo attira come una calamita e lo stimola alla rappresentazione forse è dovuta a diversi fattori: al suo sentimento di fratellanza e di solidarismo concentrati nella sua coscienza di uomo di questo nostro tempo perverso e malandato, alla vita trascorsa in fabbrica e alla lotta continua sostenuta con se stesso per sottrarsi ai rischi di un’alienazione sempre incombente, alla sua partecipazione alle battaglie sindacali che hanno ravvivato la sua coscienza civile. Già nei testi poetici Vetromile non si risparmia nel lanciare i suoi strali contro questa società egoista ed escludente, né si sottrae ad evidenziare i rischi di alienazione e di abiezione che comporta il lavoro in fabbrica. Ma qui, nei suoi racconti, il suo sguardo si fa più acuto invasivo: sente il bisogno di vedere e di comprendere che cosa si agiti nei recessi dell’anima degli uomini, in quel territorio dove si germinano drammi di cui in genere è visibile solo la parte emergente, solo ciò che appare, ciò che si vede, cioè ciò che non può consentire mai di leggere la vera realtà delle cose. E Vetromile proprio lì vuole scendere, là dove si scatenano pulsioni incontrollabili e sfuggenti, là dove si consumano le vite. Ed è costretto a prendere atto delle assurdità dell’esistenza, di una sorta di mondo surreale e inquietante: i suoi personaggi vivono una vita inutile, scandalosa direi, una vita deviata; e l’autore li segue nelle loro peregrinazioni verso la morte o verso la follia. È un mondo di disperati che rappresentano certamente un campionario di umanità verso la quale pochi rivolgono il loro studio o la loro attenzione.
L’atteggiamento di Vetromile verso questo mondo così appartato denota, come si è detto, il suo interesse di uomo, la sua intima partecipazione al loro destino di tragedia.
Ma la scrittura è un’altra cosa. Rappresentare un mondo tale comporta due possibili atteggiamenti: o aderisci intimamente e simpateticamente a quel mondo facendoti intravolgere in quella ragnatela di follia e di disperazione, o poni tra te e quel mondo una distanza che ti consenta di descrivere lucidamente quella realtà. Qui l’atteggiamento dell’autore è connotato da una sua evidente distanza dalla quale egli guarda, con curiosità e interesse, a quei personaggi. Voglio dire che il suo sguardo piuttosto distaccato e disincantato è ironico e bonario, nel senso che l’autore non si lascia coinvolgere nel destino di quegli individui, ma li osserva e li studia per cogliere le più profonde motivazioni del loro agire disperato e senza senso. Di questo coglie le fisime di una vita inutile, appartata e solitaria; di quello coglie il dolore e la disperazione per essere stato – come un personaggio di Pirandello – calato in una forma, quella del “selvatico”, che sente non appartenergli, e “rassegnato si lascia trascinare dalla corrente” dopo aver salvato la vita a una ragazza; di un altro coglie la tragica vicenda di morte sotto le ruote di un treno che doveva portarlo a casa dove avrebbe consegnato alla sua bambina il regalo da lei richiesto; in un altro la morte voluta e attuata dopo un gioco, uno scherzo, una maligna e sconvolgente “scommessa”; in altri coglie atteggiamenti surreali come in Pascale che cerca il senso dell’esistenza e pensa che gli sia stato svelato finalmente dall’ingrato destino del suo cane; in un altro ancora coglie il senso del lavoro avvertito come meccanico comportamento che sprofonda l’individuo in un aberrante stato di alienazione tanto da fargli sentire la morte come liberazione dal dramma dell’esistenza; in un altro ancora coglie il tentativo di uscire dalla non-vita cedendo al fascino imperioso dell’amore e la frustrazione della sconfitta che conduce alla morte; in altri coglie il senso di smarrimento e di confusione, o la perdita della ragione, o il fallimento di una vita causato dall’amore per le macchine e la tarda scoperta del vero valore dell’esistenza che però sta “al di là della finestra”, o il comportamento asfissiante e surreale dell’individuo che inseguendo la precisione a tutti i costi cade nella pazzia, o la filosofia di strada che si sposa con il culto della solitudine in una vita senza luce, o la mania del raccoglitore di punti-premi che conduce alla pazzia, o la vita scandita dagli impegni cui la società costringe senza pietà, o il mondo alla rovescia di un poeta votato all’ottimismo in contrasto con l’interlocutore pessimista. È un mondo in cui regna la solitudine e l’incomunicabilità, la chiusura in sé, nelle proprie fisime o nelle proprie inquietudini, che l’autore si guarda bene dal giudicare o dal condannare.
Sono campioni di una vita che Vetromile tratteggia – come si è detto – con distacco e fine ironia, a volte con il sorriso bonario di chi si sente non complice dei personaggi, ma osservatore comprensivo delle tragedie e dei drammi altrui. E in questo è facile notare lo stesso atteggiamento tenuto da Giacomo Leopardi – non per niente esplicitamente richiamato in un racconto – nelle Operette morali. Ma si sente aleggiare nelle pagine di questo libro anche la presenza di Pirandello, soprattutto là dove i personaggi sono rappresentati come vittime di un gioco surreale, di una trappola che ne sconvolge l’esistenza, della frantumazione di un equilibrio. Vetromile rappresenta i protagonisti di questo mondo tragico con cura meticolosa e con strutture narrative sempre diverse, rapportate all’identità del singolo personaggio: qua facendo ricorso al soliloquio o al monologo interiore, là seguendo o inseguendo il flusso di una coscienza malata, qua adottando il discorso indiretto libero come nel racconto di Don Felice Omodeo (p. 69), là mettendo in atto un processo di sdoppiamento dell’io con in Saverio & Saverio (p. 77). Ma sempre strutturando una lingua narrativa piana e garbata. Al garbo espositivo non nuoce l’irruzione nel territorio della lingua napoletana nel primo racconto, quello eponimo, Il signor Attilio Cìndramo, agorafobo, misantropo, o in quello della lingua latina in Don Felice Omodeo, in saecula saeculorum, artifici che arricchiscono il mondo espressivo di Vetromile rendendolo ancor più personale e piacevolmente fruibile.
Raffaele Urraro

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Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti

Si tratta di una raccolta omogenea di 15 racconti: "15 storie di perdenti e delle loro ossessioni. Come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali..."

La galleria di personaggi che anima questa raccolta sfila davanti a noi come foto segnaletiche dell’assurda lotteria del vivere. Siamo tutti un po’ pendolari, e l’abitudine ci è di conforto. I soliti passi. Le solite cose. Ma poi ecco che il destino, per analogia o per contrappasso, squaderna le sue carte, e d’un tratto ogni certezza si dissolve. Chi sono i perdenti protagonisti di questa raccolta? Forse l’altra faccia di un’unica medaglia che rimanda al generale nonsense della vita. Tutto è pura illusione. E nel nostro percepire il mondo basterebbe un nulla per essere vincenti o sconfitti. Nello sguardo limitato di esseri imperfetti nelle anse di un oscuro fiume che tutto trasporta, e del cui definitivo approdo nulla sappiamo. Ma è anche questo il fascino dell’inganno. E questi racconti sono lo specchio infedele del paradosso, unica verità possibile in una realtà inafferrabile e sfuggente. (Dalla quarta di copertina, di Nando Vitali).



"Come già nella variegata e complessa poesia di fabbrica, anche nei racconti il Vetromile si approccia ad un’umanità che passa sul palcoscenico del vissuto senza lasciare orma di sé. L’intento è far convergere l’attenzione del lettore su una particolare categoria di perdenti, vittime delle loro fisime, schiacciati dall’asocialità, spersonalizzati dall’autoemarginazione che azzera finanche l’affetto per i propri cari, costretti ad una sudditanza da alienati. La paranoia della precisione meticolosa, delle giornate scandite sul battito dei minuti secondi, della raccolta dei punti che omaggiano con prodotti di qualità, sono proiezioni di un contesto situazionale scialbo, incolore, senza riflettori e luci di ribalte. Da esso non si estranea il panorama letterario, pulsione del mito della Sehnsucht e degli aspetti più sconcertanti di una realtà sotterranea, impalpabile, impercettibile come quella personificata dai perdenti vetromiliani, sicuri e a loro agio nella bambagia della casa."



(Dalla prefazione di Anna Gertrude Pessina).



E' possibile ordinare il libro direttamente all'editore o tramite internet (per esempio su: http://www.ibs.it/code/9788895233468/vetromile-giuseppe/signor-cindramo-e-altri.html)

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Notte di lettura a Sant'Anastasia

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Cultura a Colori, 9a. puntata

Le traduzioni in spagnolo dei libri "Cantico del possibile approdo" e "Ritratti in lavorazione", eseguite dalla poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.

La traduzione in spagnolo del libro "Cantico del possibile approdo"

La traduzione in spagnolo del libro "Ritratti in lavorazione"

Liberi in Poesia. L'attore Aldo Spina egge un testo di G. Vetromile

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Napolitano e Vetromile nella Libreria di Margherita a Formia, il 6 maggio 2010

"La Rocciapoesia 2", Pratella, 27 ottobre 2012

Pontremoli 17/10/2010: Cerimonia di premiazione "Poetica dei muri"

Ceccano, 18 giugno 2010: Premio di Poesia Carmelina Spada

Ceccano, 18 giugno 2010. Liceo scientifico della città ciociara. Lettura e critica della poesia terza classificata, di Giuseppe Vetromile, alla cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia "Carmelina Spada" - III° Edizione ANNO 2010 - organizzato dall'associazione culturale "Fabraterni" di Ceccano.



Premio di Poesia "Carmelina Spada", Ceccano, 18 giugno 2010

La recensione di Anna Gertrude Pessina per "Inventari apocrifi", su Literary 9/09

I risultati della IV Edizione del Premio "Coniugi Boccaccio", di Grillano, Ovada (AL)

PRIMI TRE CLASSIFICATI:

1) "Ho romanzi ancora chiusi a Cadenabbia", di Giuseppe Vetromile, Madonna dell' Arco (NA)
2) "La mia terra", di Bruno Bianco, Montegrosso d' Asti (AT)
3) "La mia Lunigiana" di Paolo Pietrini, La Spezia.
Dal 4 al 20° posto ad ex aequo:
"Vechia Calabria" di De Rosa Antonio, Morano Calabro (CS);
"Una passeggiata in fortezza prima di cena", di Claudio Marini, Grotte di Castro (VT);
"Resurrezione" di Moreno Marani, Torgiano (PG);
"Preghiera" di Giuseppina Fazio, Lanciano(CH);
"Risonanze" di Roberto Borghetti, Ancona;
"Prova a volare" di Fabiola Ballini, Verona;
"Il Cortile" di Federica Galli, Reggio Emilia;
"L' ippocastano della bambina" di Tiziana Monari, Prato;
"Tracce (S.Maria Staffora) " di Claudio Bianchi, Torrazza Coste (PV);
"Treccia degli elfi nel fuoco dei camini" di Paolo Ottaviani , Perugia;
"All' amato fiume" d Ludovica Mazzuccato, S.Martino di Venezze (RO);
"E torna il pensiero a una terra" di Loriana Capecchi, Quarrata (PT);
"Sino al tramonto" di Manuela Capri, Crevalcore (BO);
"La solitudine dai silenzi sbagliati" di Gloria Venturini, Lendinara (RO);
"Fragole con panna" di Leonardi Simona, Seravezza (LU);
"Paese" di Francesca Desirello De Rossi , Serravalle Scrivia (AL);
"Rondini sull' altopiano: a Mario Rigoni Stern" di Giorgio Baro, Torino.

La cerimonia di premiazione si è svolta a Grillano, frazione di Ovada (Al), venerdì 7 agosto 2009

L'intervista pubblicata su "Il mediano"

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Da Napoli / Verso

“DA NAPOLI / VERSO”, Edizioni Kairòs, Napoli, 2007

Una nuova e interessante antologia di poeti napoletani.

Si è svolta il 31 maggio 2007, presso la rinomata Saletta Rossa della Libreria Guida a Port’Alba di Napoli, la presentazione di una interessante antologia poetica, dal titolo veramente indovinato: “Da Napoli, Verso”, edita da Kairòs Editore di Napoli. Il titolo, dicevamo, è appropriato, in quanto si tratta di un “Almanacco” di poesia contemporanea, più che di un’antologia, che però ha il pregio di “partire” da un gruppo di poeti, per lo più napoletani (da Napoli…), tra i quali alcuni di comprovata levatura letteraria e poetica nazionale, e di “andare” verso (e qui il termine “verso”, come ha affermato in apertura uno dei relatori, Ciro Vitiello, può essere inteso sia come sostantivo, indicante il verso delle poesie, sia come avverbio, indicante la ricerca e l’apertura “verso” altri e nuovi spazi poetici, specialmente giovanili).
L’iniziativa, progettata dal noto poeta e medico napoletano Antonio Spagnuolo, e dal poeta Stelvio Di Spigno, dottore in ricerca di Letteratura italiana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, è stata alla fine realizzata con successo dall’Editore Kairòs di Napoli, che ha iniziato così una nuova collana di poesia, “Lo schermo d’ingegno”, bene inserita nella sua già vasta produzione editoriale di saggistica e di narrativa (si consultino a questo proposito i siti www.edizionikairos.com e www.napoliontheroad.it). In effetti tutti i meriti vanno agli ideatori del progetto e all’editore, in quanto pubblicare un libro antologico di poesie è un’impresa alquanto coraggiosa, in questi tempi in cui molto si scrive di poesia (e spesso di dubbia qualità), ed inoltre pochissimo si legge, e molto di meno si legge poesia. Ma l’iniziativa è senz’altro encomiabile, dicevamo, se vuole essere davvero “un punto di partenza” e di aggregazione, magari un confronto generazionale tra poeti bravi ed affermati e poeti giovani e giovanissimi dotati di ottimo talento poetico, e che quindi vanno senz’altro seguiti ed incoraggiati.
L’Antologia è stata divisa in due parti, anche se organicamente essa si presenta compatta e coerente agli obiettivi di originalità e di impegno al rinnovamento da parte degli Autori partecipanti. Nella prima parte, curata dall’ottimo Antonio Spagnuolo ed intitolata “L’antefatto”, quasi a voler porre un sostanziale punto fermo sulla attuale poesia napoletana, punto dal quale poi “partirà” tutta una ricerca successiva, figurano i poeti: Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, lo stesso Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello. Nella seconda parte, intitolata “La scena del presente e del possibile”, curata con una precisa selezione di autori dal poeta Stelvio Di Spigno, sono compresi giovani poeti ma anche nomi già affermati e validi, come Domenico Cipriano, Carlangelo Mauro e lo stesso Stelvio Di Spigno. Accanto a loro troviamo Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Prisco De Vivo, Francesco Filia, Mario Fresa, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Perciaccante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni e Francesco Maria Tipaldi.
Ciascun poeta ha avuto il suo spazio congruo, mediamente 6, 7 pagine, con breve nota biobibliografica alla fine.
Una mappa generazionale piuttosto completa e di qualità, un lavoro che merita la giusta diffusione non solo negli ambienti già usi alla particolare fruizione poetica, ma anche negli ambiti scolastici e della cultura letteraria nazionale.

Giuseppe Vetromile
1/6/2007

Le foto di "M'illumino di meno / M'illumino d'immneso: Libreria Treves, 13 febbraio 2010