Questo piccolo ma corposo libro di Giuseppe Vetromile – è lui stesso che lo dice (quasi scusandosi o per lo meno rammaricandosi per aver compiuto “un inventario complicato e forse alla fine inconcludente…” ) – è comunque (sono sempre parole sue) “un inventario necessario, almeno per tentare di capire dove potrebbero stare le mie vere cose nascoste sotto la polvere del mondo”. Come se poi davvero servisse a qualcosa cercarsi “sotto la polvere” e non bastasse e non fosse anche soverchio quanto c’è sopra la polvere del mondo, cioè alla luce (e cioè noi), che a volte è già insopportabile da essere, o semplicemente da vedere, da descrivere e denunciare!
E forse non c’era bisogno di fare tanta fatica – e costringere l’ignaro innocente lettore a farne altrettanta… Questi Inventari apocrifi sono costati certo all’autore un impegno inconsueto e supplementare, per cercare – scavando in una sua “vita parallela” – di mettere ordine nel “palinsesto segreto” nel quale il tempo ha depositato le scorie di sogni e lusinghe, idee private e domande senza risposta. Fatica infine inutile – come appunto confessa l’autore stesso – poiché alla fine si accorge di essere sempre all’inizio (le grandi domande sulla vita e sulla morte, purtroppo, rischiano di portare a grosse delusioni, se non ci si affida più o meno consapevolmente alla dimensione divina – e rivolgendosi continuamente ad una “mia cara” interlocutrice, forse maschera o figura di un altro sé, di quella sua “vita parallela” oppure della sua anima, Vetromile chiama spesso in causa, apertamente, il Dio con la maiuscola); l’orizzonte di un’indagine in se stessi, la pretesa di inventariare l’essenza dell’esistenza spesa e da spendere ancora, è impossibile a delimitarsi.
Si riesce a malapena a scorgere l’angusto confine dei giorni, confusi come si è in un ambiente nel quale “in una nebbia anonima me stesso vado ricercando”, e lo sforzo appare deludente, inappagante.
Fatica apparentemente inutile anche perché la stessa poesia normale, quella del quotidiano descrivere e rappresentare, dell’abituale colloquio con un lettore disponibile, è comunque scavo, è comunque inchiesta e testimonianza, comunque pone domande o propone risposte. Tanto varrebbe contentarsi – e si fosse capaci di cogliere anche solo la polvere del nostro mondo. Emerge infatti spesso (e non sai bene quanto rassegnato o – sotterraneamente – compiaciuto) un senso da carpe diem: cogli almeno e godi quel che riesci a riconoscere. Come in “un morso di libertà presa di sfuggita”, perché “se conti il questo e il quello se ne va a ritroso l’attimo”, e “un sorso di vita va preso d’un fiato / senza ragionarci su”.
È l’autore a dire nella presentazione quali intenti abbiano animato e quali modi abbiano condizionato la costruzione del suo libro. Che può essere inteso come un vasto poema composto di 13 poemetti (di varia composizione, da tre – per lo più – a sei testi – uno solo); soltanto quattro le poesie di misura diremmo normale. “Il verso di Giuseppe Vetromile si tende – scrive Rega nella sua nota – fino a lacerarsi per accogliere, raccogliere quanto più possibile della ridondanza del mondo che il poeta continua a investigare, a interrogare intrecciando la propria esistenza con quella della realtà che lo circonda e, in uno slancio disperatamente panico, dell’universo stesso”.
E mi viene da citare: Scivola il tempo delle stagioni attraverso le mie mani / fino a diventare un nunc raggrumito / un attimo che ha tutta la passione dell’universo racchiuso / in un immediato così sia… [in “Angoli reconditi e altri rifugi interni”]
Si può concordare con le parole di Rega – certo la tensione all’indagine universale è forte e cattura l’espressione poetica in un poliedrico e polemico farsi tensione di linguaggio, difficile a seguirsi, chi non abbia orecchie per intendere. E difficilmente ci si aprono le orecchie, se il discorso da intendere ci mette un po’ paura o – peggio – ci sembra privato. L’indagine compiuta in questo inventario, dichiarato per giunta apocrifo a confonderci le idee, è un percorso nel quale ci si potrebbe riconoscere? L’uomo Giuseppe che qui si racconta nel suo crescere e credere, nel suo vestirsi di vento investigando verità nascoste (o inconoscibili, se non per fede), che vuole da noi? Come pretende che lo possiamo seguire?
Chi ha conosciuto l’autore – premiato in tanti concorsi per la sua scrittura piana e densa, fluida ma ricca e articolata nella scansione classicheggiante, qui rimane un po’ perplesso e non trova subito l’orientamento (anche se certi stilemi, certe immagini, appartengono al Vetromile ben noto ai suoi lettori abituali: c’è il suo “vecchio cuore deluso”, c’è “un sorso di vita preso d’un fiato”, c’è pure una dannunziana “ora che s’annera” in un “lieve tocco della sera”… e si potrebbe citare ancora). Ma il disegno è chiaro: questa fluviale confessione di ricerca, lanciata nello spazio della coscienza e fuori di essa, ha bisogno di espandersi – anche fisicamente, visivamente – in un dettato che a volte rasenta e rischia la scrittura automatica… ma il controllo si avverte ed anzi a volte è scoperto; si capisce che l’autore ha tutto squadernato in sé e si adopera caparbiamente a sistemare, a inventariare ad uso e consumo di chi leggerà e – forse, se altrettanto caparbio – saprà poi leggere in se stesso alla ricerca, eccetera…
In questi Inventari apocrifi si gioca “l’assurda lotteria del vivere”, come scrive Nando Vitali nella nota di copertina a Il signor Attilio Cìndramo… e altri perdenti, il libro più recente di Giuseppe Vetromile, una raccolta di racconti (la prima nella sua produzione) in cui lo scrittore si chiede “come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali”. E risponde con quindici casi limite, quasi tutti mortali o di grave disgrazia umana: i perdenti sono tutti coloro, e sono tanti, che nella vita fanno finta di volere fortemente qualcosa e poi si accontentano oppure vengono stroncati quando stanno per ottenerla, o se la vedono scappar via proprio quando hanno trovato la forza di acchiapparla (questo, per esempio il caso del “caffè di Ermelinda”).
Ma alla fine la paura di finire come il signor Attilio Cìndramo c’è, di volersene restare chiuso (protetto) in casa timoroso di ogni contatto esterno; anche se si può correre il rischio di crearsi un alter ego troppo pesante da sopportare e condividerci la fine dei sogni (come il “doppio” Saverio “manducatore”); meglio magari il curatore di macchine Espedito Colajanni, che si immobilizza sulla “poltrona-robot” e la comanda solo con la voce… Sono tutti casi di “ordinaria follia”, scriverebbe qualcuno? No, sono amare considerazioni su quali binari pericolosi stiamo preparandoci a seguire, fagocitati dal male di vivere, che è spesso semplicemente la proiezione della nostra impotenza.
Ma l’alter ego di Cardamone il poeta gli rinfaccia: “Tu e i tuoi amici poeti siete tutti degli illusi, credete di scacciare i fantasmi evocandoli, ma poi quelli comunque si abbattono su di voi. E alla fine vi distruggono, vi fanno uscire di senno” – i fantasmi di Cardamone sono forse le aspettative del poeta Vetromile, “una carezza di vento sul manto aspro della terra”; se il poeta non è un illuso e “gli basta un tozzo di pane e un’ala di poesia per volare alto su tutto l’universo”… Importante, in fin dei conti, (anche se a volte sembra che “tutto affonda sopra questa scrivania / e le mie parole stancano il foglio”), quel che importa è sapere di essere semplicemente quel che si è, ma farne tesoro e farsi tesoro.
Così, “per noi che ingenui ancora cerchiamo dove possa essere la via”, si aprono orizzonti nuovi fuori di noi, e magari sappiamo anche come rag-giungerli… e poi ci troviamo davanti a noi stessi, alla maschera che avevamo indossato l’ultimo carnevale per fingere di essere altro, di tendere altrove… È la solita storia: siamo capaci di tutto, pur di affermare di essere capaci – quel che conta invece (ma è sempre più difficile) è sapere quale compito ci è stato assegnato, e svolgerlo al meglio.
Il libro dei racconti di Vetromile, scritti probabilmente, a giudicare dalle date, insieme al libro degli Inventari, andrebbe letto a completamento di questo, per le affinità tematiche visibili e forse anche per quanto c’è ma è invisibile – eppure l’autore sa bene, poiché inevitabilmente (inconsapevolmente) ha parlato di sé, ha raccontato e proposto ipotesi di vita alternative in entrambi i suoi libri, leggendo dentro e fuori di sé e dentro di noi, proteiforme ingegno abilissimo mistificatore, ma inguaribilmente poeta, generosamente poeta: e nemmeno la possibilità di “appendere i fantasmi nell’armadio” lo salva dalla consapevolezza della loro presenza, dall’urgenza del loro essere lì, pronti a fargli compagnia ma pronti ad accusarlo di averli traditi, qualora dimenticasse che sono loro – i suoi ricordi e le sue illusioni – la sua salvezza, e la nostra speranza.
Giuseppe Napolitano
1° maggio 2010 – Sangiuseppe lavoratore

Nessun commento:
Posta un commento