
RUBRICA FABULA RASA a cura di Sergio Saggese
Il signor Cindramo... e altri perdenti
Il signor Attilio Cìndramo… e altri perdenti di Giuseppe Vetromile (Kairòs edizioni, 2010), euro 14.
Il nucleo attorno al quale ruotano tutti quanti i racconti di questa raccolta di Vetromile è la condizione dei perdenti. Ma c’è pure in essi - se ne sente la presenza costante e discreta - una poesia superiore che tiene unite le vicende narrate nobilitandole.
Le parole di Vetromile fanno scorta di poesia prima di mettersi in viaggio. O forse sarebbe più giusto dire che la poesia li accompagna in maniera virgiliana questi racconti, spronando il lettore certe volte, in altre frenandolo, ma soprattutto dando a tutto quanto un senso.
Si parla di esclusi, di emarginati, di incompresi, di impacciati. Personaggi che Osvaldo Soriano, che pure si è occupato di perdenti, definiva “sognatori che deambulano come fantasmi nelle periferie della città”.
Teniamoli bene a mente questi due termini: “deambulare” e “periferie”, perché rappresentano le condizioni estreme, richieste e necessarie per chi, obbedendo a una sorta di ordine interiore, più che isolarsi, si piazza separatamente a guardia.
La solitudine è un timone.
Quelle che sembrano vite di sconfitti, diceva Pontiggia, sono semplicemente esistenze di uomini non illustri.
I protagonisti di questi racconti di Vetromile sono in fondo dei vincenti, ma intrisi di una vittoria talmente sommessa da sembrare sconfitta.
Si tratta di personaggi strani e malinconici ma fortemente dignitosi, perché la loro sconfitta nella vita deriva dal fatto di non aver voluto vendersi del tutto, per mantenere intatta la capacità di meravigliarsi e di emozionarsi.
Se ne stanno per lo più in solitudine e in silenzio. Ma anche qui non è detto che, come per la sconfitta, la solitudine e il silenzio siano effettivamente tali.
Molti perdenti, riguardo alla solitudine, si appartano non perché non riescono a condividere le proprie pene con gli altri, ma perché lo richiede una sorta di loro assegnata postazione. Sono dei baluardi, alla fine, appostati ai margini della società per meglio vigilare come sentinelle sulle mura della vita. È questo il motivo dei loro gesti stereotipati, le loro fisime, le loro smanie per le precisazioni, le loro aritmetizzazioni. Essi sono tutti sovrapponibili al viavai ripetuto, comandato e misurato dei piantoni.
Pare che, dopo averle provate tutte, dopo aver provato cioè con le trombe, coi tamburi, con i fuochi, Maometto abbia constatato che per richiamare a raccolta i fedeli alla preghiera, non ci fosse nulla di meglio della voce umana, dell’urlo del semplice muezzin dall’alto del minareto.
Ebbene, di contro al vano fragore di certe arroganze, si potrebbe dire lo stesso, paragonandola a quella del muezzin, della voce silenziosa di certi perdenti, scelti per richiamare a raccolta noialtri loro simili attorno alla Morale coi loro silenzi in fondo urlanti, in qualità per l’appunto di baluardi o, come meglio diceva Tolstoj, “in qualità di volontà sempre a guardia della nostra tranquillità spirituale” .
Di silenzio, riguardo a quello, Vetromile ne sa qualcosa, visto che transita con assoluta leggerezza nelle vite dei suoi personaggi anch’egli silenzioso di sé, senza intromettersi, tenendosi esterno ai fatti a vantaggio del realismo.
Egli entra nel mondo di persone normali e normalmente perdenti, che difendono i propri ideali senza scendere a compromessi e accettando con tenacia ed umiltà i colpi bassi del destino. I suoi perdenti sono dei donchisciotte di cui noi tutti siamo probabilmente, con le nostre mostruosità, i mulini a vento.
Viene da chiedersi, leggendo questo libro, che cosa significhi in realtà perdere. Perché se è vero che i perdenti sembra che non si godano il mondo e siano precari di questa vita, è altrettanto vero che dal canto loro, come diceva Bufalino, “I vincitori non sanno quello che perdono”.
La prosa di Vetromile procede pur essa in punta di piedi. Il linguaggio è semplice e immediato, di una semplicità che non è né povertà né asciuttezza, ma forte capacità di sintetizzare.
E poi c’è una saggia follia che zigzaga tra le parole.
Ci si chiede perché questi personaggi sembrano tutti folli.
Ebbene, forse perché, come diceva Alexander Pope, “I folli bazzicano dove neanche i santi osano”.
La follia di tutti questi perdenti è in certi casi saggezza agli occhi di un Dio ordinatore. E in qualche maniera i protagonisti dei racconti di Vetromile sono tutti quanti maniaci, dove però la mania è sì un demone che sconvolge la mente, ma al tempo stesso anche una modalità estrema della conoscenza.
Devo dire che personalmente ho una predilezione per questo genere di storie. Storie in cui i protagonisti scelgono i tunnel alle strade, e che non la spingono come tendono a fare tutti quanti gli altri la vita ma ci stanno sotto, semplicemente perché da sotto, lì dove vogliono stare, assumono il compito ben più importante di sorreggerla.
Tratta da: http://www.isoladellevoci.it/public/home/index.php

Nessun commento:
Posta un commento