Ci possono essere “Percorsi alternativi”? “Percorsi
alternativi” a una legge inderogabile
che ci vuole terra, polvere, azzeramento; una fine che non salva nemmeno la
memoria. Troppo, d’altronde, l’ossigeno necessario per sottrarla
all’annegamento. Ma la ricerca di tali percorsi è propizia per lo spirito, per
la mente, in questo esercizio di
estraniante fattura? Sì!, lo spirito beneficia certamente di questo azzardo, di
questo a tu per tu con l’irremovibilità delle leggi naturali. Sfidiamola la
natura! cerchiamo “Percorsi alternativi”! La mente, in tale esercizio
tonico-costruttivo, si acuisce, si potenzia, si amplifica, si svincola,
anche, dalle sue funzioni di retaggio
umano. Proprio!, perché è dell’uomo pensare, ricercare, inventare, trovare
strade per sopperire, in parte, alla sua insufficienza. Beati quelli che hanno
fede! E’ il dono più grande ex Cielo per risolvere quei dubbi che determinano
nell’uomo il dilemma dell’essere e dell’esistere. E che cosa possiamo fare di fronte al potere della morte, di fronte a
questo irrevocabile e perentorio potere, assoluto potere? che cosa? che cosa
per ingannarlo, tradirlo, o azzerarne il patema che ci trasmette durante il
percorso della nostra avventura terrena?
E grande, senz’altro grande, è questo dramma interiore, questo pensiero
della nostra inesistenza. Il non esistere non fa parte di noi. Noi in quanto
nati, pedine del tutto con la nostra unicità; noi esseri viventi, pensanti,
creati per ampliare la mente oltre i limiti del possibile. Ed è, appunto, nel tentativo
di costruire un mondo poetico-immaginifico, finalizzato a mettere in soffitta
tale senso di annullamento, che Vetromile ricorre a tutta la sua energia
verbale; a tutta la sua sapientia
vitae; e dato che niente può contro “il disastro finale”, e ne è
cosciente, s’impegna a non pensare alla sua natura da mortale, ad estraniarsi
con lune nascenti, con scrivanie di ricordi, con appigli a sogni, con erbe
primaverili, col fiorire di mandorli,
per traslare il cuore oltre la barriera della morte. Per traslare il cuore
oltre la barriera; quello di un uomo; di un uomo con i suoi crucci, le sue
meditazioni, i suoi tormenti, o le sue possibili distensioni. Perché il suo
grande dono è, senz’altro, la vita, che sembra dirgli: “Amami! Perché sono io
che ti ho dato l’amore, che ti ho dato il sogno, che ti ho dato il mare. Sono io che ti ho iniettato il sangue
della poesia”. Ma perché un bene così ineguagliabile ci deve essere sottratto;
forse perché veniamo dal nulla e nulla dobbiamo essere? forse perché dobbiamo sentirci
consci di questa nostra miseria? E la fugacità del tempo, la inconsistenza del
presente, il “fugerit invida aetas”, insomma la precarietà del tutto è il leit
motiv di questa opera. Ed è umano che lo sia:
(…) Mia cara
lo stare quaggiù è un semplice giro di materia
la nostra polvere alimenterà il cielo
e le stelle
daranno luce ad altri viandanti
Noi
saremo trascorsi senza una minima certezza
e tutto il resto ormai non avrà più
alcuna importanza (pp. 52).
Come è umana la
voglia di riattualizzare la memoria; di farne storia; farne vita; un
prolungamento vivo per contrastare la fine, artefice del suo spegnimento. Anche
se, poi, è proprio il memoriale a darci
l’idea del correre implacabile dell’esistere e del suo finire:
(…) Chiudi
l’abbecedario mia cara
e l’orologio e questo spazio duro
e tutta la casa
: è trascorsa
ogni vita su un’onda
mai più tornerà se non nel ricordo
se mai la morte ce lo propagherà fino al domani (pp. 51).
Rifugiamoci,
allora, in quello che si è salvato del suo impagabile patrimonio! ritorniamo
anima e corpo a noi che eravamo! manteniamo in vita quel noi a scapito del
niente! In qualche modo ci distrarremo, forse, dal potere sottrattivo
dell’oblio; dell’oblio di un viaggio il cui rumore si sente sempre più forte col passare delle fermate; sempre più
forte sulle rotaie dell’ultima stazione. Oppure che fare? Vetromile ricorre alla poesia. Il Nostro,
coniatore di parole, maestro nel trattarle,
si crea primordi rigeneranti; azzarda sguardi oltre la vita ed i suoi
limiti. E poiché la nostra magagna è quella di essere miseri umani, aspiranti
all’eterno, cerca di ovviare a questo tormento pascaliano, lanciandosi oltre
gli spazi. In un volo retrogrado verso la
bocca del mondo. Inventandosi viali stellari, che nascono dalle sue
sottrazioni e volano alti.
(…) Spero di ritrovarvi l’alfa
prima che l’omega mi abbranchi definitivamente
nella certezza del non ritorno… (pp. 37).
Alti come la poesia che ama. E la poesia è il suo essere.
Essere nuovo, fatto di slanci e di ritorni a cose umili e contingenti,
alimentatrici del suo canto. Un flusso emotivo e intellettivo che lo impegna,
estraniandolo dalla sua immanenza, dalle sue debolezze. Sì!, Vetromile ama la
poesia, come ama la vita. Ci crede fino in fondo. E questo gioco ubriacante dà
slanci fecondi, vertiginosi; slanci, che sorretti da prolungate e forti
impalcature stilistiche - tanta è
l’urgenza di dire –, sono capaci di coinvolgerti in imprese ardue e
liberatorie. E anche se il nulla ricorre spesso in questi versi, mai il
percorso creativo piomba nel nichilismo, perché è proprio questo amore a
portare il poeta a ringhiare contro il
nulla. Un nulla che ci assedia e lo assedia.
Nazario Pardini
19/3/2013
Nota: la presente recensione è tratta dal Sito: "Alla volta di Leucade" di Nazario Pardini:

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