Del dolore
Si distanzia sempre di più la clessidra dalla mia
architettura
Ora che so di essere polvere sgusciante attraverso le pareti
della stanza
e me ne vado da un capo all'altro del tempo
in un giro che non ha mai fine
raccolgo dolori all'apice e sprofondo in statici abissi
porto addosso la mia nullità terrena
che si sgretola liberando arie divine - forse -
verso un olocausto di speranza
laddove si accumulano preghiere e vaticinii
sull'orlo bianco-oro del paradiso
dovrò prendere atto di queste distanze
e staccarmi per sempre dalla rozza terra
che pure mi modellò
ma io sono un altro me stesso
e quest'ombra avara di verità definitive
dovrò per forza condurla giù nel prato verde
dove
nonostante il tempo e l'evoluzione
il fiore mantiene un profumo tutto suo
*
Se altro c'è oltre la casa e il circolo di terra che
m'accompagna
verso la sera
dovrò desumerlo da qualche angolo di luce
intercettata al momento della medicina
che scende in me a recuperare scompigli d'ossa
tentando resurrezioni o improbabili rifacimenti
e nell'impasto sconclusionato di terra e cuore
vedere la cima del monte sgombra da ogni nube
svettare imperterrita nel nulla luminoso del cielo
è forza che mi viene dalla disperazione
*
Ho ragionato a lungo sugli sconquassi delle molecole
in un giorno leggendo la creazione del mondo
dal verbo di Dio
ed ora mi strazio cercando la giusta composizione
o amalgama
della mia anima con l'etere celeste
e quand'anche fosse raggiunta la perfetta osmosi
direi che basta un soffio di vento
per fugare tutti i mattoni e tutte le ossa
verso il fondo dell'universo
laddove non piange e non ride nessuno
ma si vive
con l'attimo felice in una tasca
e il dolore nell'altra
Motivazione:
Nel corso del Novecento la parola poetica ha dovuto
affrontare la sfida proposta dal tracimare dei linguaggi della modernità. Si è
assistito, infatti, soprattutto nell'ultimo trentennio del Novecento, alla
proliferazione di linguaggi specialistici, di settore e di nicchia, dei
linguaggi scientifici e sociologici. Soltanto oggi cominciamo ad avere
consapevolezza che tali linguaggi hanno mandato in esilio il discorso poetico
inteso come discorso della tradizione lirica. Così l'ultimo esempio in Europa
di una parola poetica novecentesca che tenta un discorso lirico può essere
considerato quello di Paul Celan, mentre in Italia Montale fino alla
"Bufera", pubblicata nel 1956. Ed è proprio il Montale di
"Satura" che compie un'inversione di marcia. Da lì in poi non più la
sacralità del logos; da lì in poi la parola non sarà più definitiva, non avrà
più alcun valore totalizzante. Da lì il minimalismo imperante, uno stile
ludico-ironico, mimetico-cronachistico. Soltanto chi ha meditato e scontato
sulla propria pelle il putrefarsi dei linguaggi poetici del novecento, può
aspirare ad un discorso poetico altro. Ed è proprio ciò che accade non solo in
questa lirica, ma in quasi tutta la produzione poetica di Giuseppe Vetromile.
Il tono disincantato e a tratti colloquiale è lo strumento necessario al poeta
per prendere coscienza di sé, per aprirsi lo sterno senza infingimenti. Questa
è la poesia che non si atteggia, a tratti anche criptica, è poesia che non
strizza l'occhio al lettore, che non cerca scorciatoie. Lo sguardo sul reale e
sul mondo non è patinato, non sono tollerati compromessi; il poeta sa, come
Simone Weil, che la "conoscenza della nostra miseria è l'unica cosa in
noi che non sia miserabile", e ci indica un'altra via oltre il dolore,
oltre il "nulla luminoso del cielo", oltre gli "sconquassi
delle molecole", oltre la "medicina che scende a recuperare
scompigli d'ossa, tentando resurrezioni o improbabili rifacimenti". Il
poeta ci invita a superare la polvere e la nullità terrena, a "staccarci
dalla rozza terra" ed a concentrarci sulla nostra essenza celeste,
anche se è ben consapevole che basta un alito di vento per scaraventarci di
nuovo su questa landa desolata "dove non piange e non ride nessuno ma
si vive con l'attimo felice in una tasca ed il dolore nell'altra".
Così il dolore diventa esperienza necessaria per affermare la nostra caducità,
tutta terrena, senza falsi moralismi o promesse di palingenesi e di verità
definitive. Il dolore diventa la cartina di tornasole della nostra limitatezza
fisica, la torcia che illumina le sbarre del corpo nel quale siamo stati
reclusi. E non c'è Eden, non ci sono ritrovati scientifici e tecnologici che
rivelino la combinazione, la formula magica per la resurrezione. La forza viene
dalla disperazione.
Valentino Campo

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