lunedì 20 aprile 2020

Una approfondita recensione di Raffaele Urraro su "Proprietà dell'attesa", RPlibri


GIUSEPPE VETROMILE
Proprietà dell’attesa
(RP libri, San Giorgio del Sannio 2020)
di Raffaerle Urraro

 Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua ultima raccolta di versi (Proprietà dell’attesa, edito da Rplibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni, Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra vita. E nella Nota dell’Autore di pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.
E allora: c’è quella che l’autore definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie, ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione, turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.
Ma se l’attesa è, appunto, attesa di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine, ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che, altrimenti, resterebbero parole vuote.
Intanto, soprattutto nella prima parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa “fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto, quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un “mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come “l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29), allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente pessimistici.
Ma l’attesa è anche “aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura, accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore, colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, sencondo una mia definizione affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura, troppo spesso.
Vetromile affronta la trattazione di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento (p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre / un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande “aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore, allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.
I testi i quali maggiormente Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza, come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
Si passa poi a quelle sezioni in cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica. Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che “finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti / andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così, stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.
Ma la raccolta si chiude con una quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione spasmodica alla Musa.
Io non sono tra coloro che danno, o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità. Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.
Allora posso dire che, da lettore assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.

Raffaele Urraro,
20 aprile 2020

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Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti

Si tratta di una raccolta omogenea di 15 racconti: "15 storie di perdenti e delle loro ossessioni. Come può essere la vita quando chi gioca usa regole del tutto personali..."

La galleria di personaggi che anima questa raccolta sfila davanti a noi come foto segnaletiche dell’assurda lotteria del vivere. Siamo tutti un po’ pendolari, e l’abitudine ci è di conforto. I soliti passi. Le solite cose. Ma poi ecco che il destino, per analogia o per contrappasso, squaderna le sue carte, e d’un tratto ogni certezza si dissolve. Chi sono i perdenti protagonisti di questa raccolta? Forse l’altra faccia di un’unica medaglia che rimanda al generale nonsense della vita. Tutto è pura illusione. E nel nostro percepire il mondo basterebbe un nulla per essere vincenti o sconfitti. Nello sguardo limitato di esseri imperfetti nelle anse di un oscuro fiume che tutto trasporta, e del cui definitivo approdo nulla sappiamo. Ma è anche questo il fascino dell’inganno. E questi racconti sono lo specchio infedele del paradosso, unica verità possibile in una realtà inafferrabile e sfuggente. (Dalla quarta di copertina, di Nando Vitali).



"Come già nella variegata e complessa poesia di fabbrica, anche nei racconti il Vetromile si approccia ad un’umanità che passa sul palcoscenico del vissuto senza lasciare orma di sé. L’intento è far convergere l’attenzione del lettore su una particolare categoria di perdenti, vittime delle loro fisime, schiacciati dall’asocialità, spersonalizzati dall’autoemarginazione che azzera finanche l’affetto per i propri cari, costretti ad una sudditanza da alienati. La paranoia della precisione meticolosa, delle giornate scandite sul battito dei minuti secondi, della raccolta dei punti che omaggiano con prodotti di qualità, sono proiezioni di un contesto situazionale scialbo, incolore, senza riflettori e luci di ribalte. Da esso non si estranea il panorama letterario, pulsione del mito della Sehnsucht e degli aspetti più sconcertanti di una realtà sotterranea, impalpabile, impercettibile come quella personificata dai perdenti vetromiliani, sicuri e a loro agio nella bambagia della casa."



(Dalla prefazione di Anna Gertrude Pessina).



E' possibile ordinare il libro direttamente all'editore o tramite internet (per esempio su: http://www.ibs.it/code/9788895233468/vetromile-giuseppe/signor-cindramo-e-altri.html)

Aldo Gioia legge "Divieto di sosta a mezzocammino"

Notte di lettura a Sant'Anastasia

"Cultura a colori", trasmissione del 19/10/12. Tra gli ospiti: G. Vetromile

Cultura a Colori, 9a. puntata

Le traduzioni in spagnolo dei libri "Cantico del possibile approdo" e "Ritratti in lavorazione", eseguite dalla poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.

La traduzione in spagnolo del libro "Cantico del possibile approdo"

La traduzione in spagnolo del libro "Ritratti in lavorazione"

Liberi in Poesia. L'attore Aldo Spina egge un testo di G. Vetromile

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Napolitano e Vetromile nella Libreria di Margherita a Formia, il 6 maggio 2010

"La Rocciapoesia 2", Pratella, 27 ottobre 2012

Pontremoli 17/10/2010: Cerimonia di premiazione "Poetica dei muri"

Ceccano, 18 giugno 2010: Premio di Poesia Carmelina Spada

Ceccano, 18 giugno 2010. Liceo scientifico della città ciociara. Lettura e critica della poesia terza classificata, di Giuseppe Vetromile, alla cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia "Carmelina Spada" - III° Edizione ANNO 2010 - organizzato dall'associazione culturale "Fabraterni" di Ceccano.



Premio di Poesia "Carmelina Spada", Ceccano, 18 giugno 2010

La recensione di Anna Gertrude Pessina per "Inventari apocrifi", su Literary 9/09

I risultati della IV Edizione del Premio "Coniugi Boccaccio", di Grillano, Ovada (AL)

PRIMI TRE CLASSIFICATI:

1) "Ho romanzi ancora chiusi a Cadenabbia", di Giuseppe Vetromile, Madonna dell' Arco (NA)
2) "La mia terra", di Bruno Bianco, Montegrosso d' Asti (AT)
3) "La mia Lunigiana" di Paolo Pietrini, La Spezia.
Dal 4 al 20° posto ad ex aequo:
"Vechia Calabria" di De Rosa Antonio, Morano Calabro (CS);
"Una passeggiata in fortezza prima di cena", di Claudio Marini, Grotte di Castro (VT);
"Resurrezione" di Moreno Marani, Torgiano (PG);
"Preghiera" di Giuseppina Fazio, Lanciano(CH);
"Risonanze" di Roberto Borghetti, Ancona;
"Prova a volare" di Fabiola Ballini, Verona;
"Il Cortile" di Federica Galli, Reggio Emilia;
"L' ippocastano della bambina" di Tiziana Monari, Prato;
"Tracce (S.Maria Staffora) " di Claudio Bianchi, Torrazza Coste (PV);
"Treccia degli elfi nel fuoco dei camini" di Paolo Ottaviani , Perugia;
"All' amato fiume" d Ludovica Mazzuccato, S.Martino di Venezze (RO);
"E torna il pensiero a una terra" di Loriana Capecchi, Quarrata (PT);
"Sino al tramonto" di Manuela Capri, Crevalcore (BO);
"La solitudine dai silenzi sbagliati" di Gloria Venturini, Lendinara (RO);
"Fragole con panna" di Leonardi Simona, Seravezza (LU);
"Paese" di Francesca Desirello De Rossi , Serravalle Scrivia (AL);
"Rondini sull' altopiano: a Mario Rigoni Stern" di Giorgio Baro, Torino.

La cerimonia di premiazione si è svolta a Grillano, frazione di Ovada (Al), venerdì 7 agosto 2009

L'intervista pubblicata su "Il mediano"

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Da Napoli / Verso

“DA NAPOLI / VERSO”, Edizioni Kairòs, Napoli, 2007

Una nuova e interessante antologia di poeti napoletani.

Si è svolta il 31 maggio 2007, presso la rinomata Saletta Rossa della Libreria Guida a Port’Alba di Napoli, la presentazione di una interessante antologia poetica, dal titolo veramente indovinato: “Da Napoli, Verso”, edita da Kairòs Editore di Napoli. Il titolo, dicevamo, è appropriato, in quanto si tratta di un “Almanacco” di poesia contemporanea, più che di un’antologia, che però ha il pregio di “partire” da un gruppo di poeti, per lo più napoletani (da Napoli…), tra i quali alcuni di comprovata levatura letteraria e poetica nazionale, e di “andare” verso (e qui il termine “verso”, come ha affermato in apertura uno dei relatori, Ciro Vitiello, può essere inteso sia come sostantivo, indicante il verso delle poesie, sia come avverbio, indicante la ricerca e l’apertura “verso” altri e nuovi spazi poetici, specialmente giovanili).
L’iniziativa, progettata dal noto poeta e medico napoletano Antonio Spagnuolo, e dal poeta Stelvio Di Spigno, dottore in ricerca di Letteratura italiana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, è stata alla fine realizzata con successo dall’Editore Kairòs di Napoli, che ha iniziato così una nuova collana di poesia, “Lo schermo d’ingegno”, bene inserita nella sua già vasta produzione editoriale di saggistica e di narrativa (si consultino a questo proposito i siti www.edizionikairos.com e www.napoliontheroad.it). In effetti tutti i meriti vanno agli ideatori del progetto e all’editore, in quanto pubblicare un libro antologico di poesie è un’impresa alquanto coraggiosa, in questi tempi in cui molto si scrive di poesia (e spesso di dubbia qualità), ed inoltre pochissimo si legge, e molto di meno si legge poesia. Ma l’iniziativa è senz’altro encomiabile, dicevamo, se vuole essere davvero “un punto di partenza” e di aggregazione, magari un confronto generazionale tra poeti bravi ed affermati e poeti giovani e giovanissimi dotati di ottimo talento poetico, e che quindi vanno senz’altro seguiti ed incoraggiati.
L’Antologia è stata divisa in due parti, anche se organicamente essa si presenta compatta e coerente agli obiettivi di originalità e di impegno al rinnovamento da parte degli Autori partecipanti. Nella prima parte, curata dall’ottimo Antonio Spagnuolo ed intitolata “L’antefatto”, quasi a voler porre un sostanziale punto fermo sulla attuale poesia napoletana, punto dal quale poi “partirà” tutta una ricerca successiva, figurano i poeti: Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, lo stesso Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello. Nella seconda parte, intitolata “La scena del presente e del possibile”, curata con una precisa selezione di autori dal poeta Stelvio Di Spigno, sono compresi giovani poeti ma anche nomi già affermati e validi, come Domenico Cipriano, Carlangelo Mauro e lo stesso Stelvio Di Spigno. Accanto a loro troviamo Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Prisco De Vivo, Francesco Filia, Mario Fresa, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Perciaccante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni e Francesco Maria Tipaldi.
Ciascun poeta ha avuto il suo spazio congruo, mediamente 6, 7 pagine, con breve nota biobibliografica alla fine.
Una mappa generazionale piuttosto completa e di qualità, un lavoro che merita la giusta diffusione non solo negli ambienti già usi alla particolare fruizione poetica, ma anche negli ambiti scolastici e della cultura letteraria nazionale.

Giuseppe Vetromile
1/6/2007

Le foto di "M'illumino di meno / M'illumino d'immneso: Libreria Treves, 13 febbraio 2010