GIUSEPPE
VETROMILE
Proprietà dell’attesa
(RP
libri, San Giorgio del Sannio 2020)
di
Raffaerle Urraro
Giuseppe Vetromile ci prospetta, in questa sua
ultima raccolta di versi (Proprietà
dell’attesa, edito da Rplibri di Rita Pacilio, nella consueta elegante
veste tipografica, in un marzo che doveva essere diverso se avesse avuto più
rispetto delle vite umane e, me lo si lasci passare, della poesia), ci
prospetta, dicevo, un ampio ventaglio di tipologie dell’attesa. In 5 sezioni, Prologhi, Aspettative, Indeterminazioni,
Traguardi, Assecondamenti/Assuefazioni, l’autore scandaglia tutte le varietà
dell’attesa che, come si sa, domina ogni momento e ogni azione della nostra
vita. E nella Nota dell’Autore di
pag. 7, ci chiarisce il progetto della raccolta, organizzata a posteriori rispetto alla tematica
fondamentale, progetto che ruota intorno proprio alle “modalità dell’attesa”.
E allora: c’è quella che l’autore
definisce “oziosa estensione di tempo”; quella che consiste in un “lento e
piacevole pregustare l’evento gioioso”; quella che ci propina un’“interminabile
tortura pensando (noi) a qualcosa di arduo o di tenebroso”. Ma si parlerà, in
questo libro, non solo delle “modalità” dell’attesa, cioè delle sue tipologie,
ma anche delle sue 2 proprietà” che Vetromile, sempre nella sua nota, declina
in quelli che sono i suoi fondamenti, o nelle sue risultanze, che è poi lo
stesso, cioè nei suoi tratti caratteristici: “serenità, trepidazione,
turbamento, ansia, speranza, preghietra, scongiuro, ripensamento”. Insomma
Vetromile ci prospetta un progetto assai arduo, perché, in fin dei conti, tra
tipologie dell’attesa e proprietà e caratteristiche, si tratta di attraversare
tutte le componenti della nostra vita: i suoi cardini, le sue categorie. Anche
se poi, sempre nella nota introduttiva, Vetromile riduce essenzialmente a due
le categorie fondamentali dell’attesa che ne evidenziano l’essenza più
profonda: attesa di qualcosa che qualcuno ha cucinato per noi ed è pronto a
servircela, fosse il caso, o il destino, o Giove o chi ne fa le veci; e attesa
di qualcosa che noi stessi abbiamo preparato o contribuito a determinare.
Ma se l’attesa è, appunto, attesa
di qualcosa, allora indica qualcosa che ancora non c’è, qualcosa che è nel
mondo del possibile e del probabile, o nel mondo dell’imponderabile, qualcosa
che si aspetta con ansia o qualcosa che si aspetta con timore. Siamo allora
nell’ambito dell’aleatorio, dell’incerto. E dunque abbiamo bisogno di qualcosa
che fissi l’aleatorietà di ciò che si attende sottraendolo all’alternativa
possibile/impossibile, vero/falso, probabile/improbabile. E l’unico strumento
che ci offre questa possibilità, è la poesia. Essa – è sempre Vetromile che
parla – “va oltre la materialità e la fisicità del tempo” ed “esorcizza
l’attesa, la riabilita, le dà un senso”. E perciò eccoci di fronte alle pagine,
ai versi che ci consentiranno di dare, appunto, un senso alle definizioni che,
altrimenti, resterebbero parole vuote.
Intanto, soprattutto nella prima
parte, il nostro poeta sembra quasi temere l’attesa, un’attesa che si ha
l’impressione non promette nulla di buono. Già di per sé, restare in uno stato
di sospensione equivale a non vivere, a interporre tra noi e la realtà uno
spazio o un tempo vuoto. Non per nulla Vetromile parla di attesa “nuda”, attesa
“fasulla”, attesa “stupida”, quasi volesse sottrarre all’attesa ogni sua
connotazione positiva. Non è un caso che nel testo di pag. 22 ben 4 volte viene
intonato, all’imperativo, il segno verbale “salvami”, quasi ad implorare di
essere salvato dal “tempo”, come se la soluzione dei problemi fosse posta negli
interstizi di un tempo indefinibile, quello che se ne sta sistemato per i fatti
suoi tra un passato nel quale l’io del poeta si rifugia, e un futuro incerto,
quello dell’attesa che non promette nulla di buono, perché essa è fondata su un
“mondo immaginario” che la rende inaffidabile e insicura. Se poi a queste
considerazioni si aggiungono alcune specifiche riflessioni del poeta, come
“l’attesa è un turno che non ci spetta” (pag. 15), “troppo si è costruito
vanamente” (pag. 24), “orrenda stroria è questo cammino che si propaga” (p. 29),
allora è chiaro che l’attesa si riveste di una connotazione particolare, quella
di essere una fondamentale categoria del nostro spirito che condiziona tutta la
nostra esistenza, e che in Vetromile assume dei contorni chiaramente
pessimistici.
Ma l’attesa è anche
“aspettativa”, e siamo nella seconda sezione, nella quale l’autore dedica i
migliori testi della raccolta ad un tema che, proprio per la sua natura,
accoglie le ansie e i palpiti più vivi. Parlo del tema dell’amore, della sua
natura di sentimento che aspira sempre a qualcosa di nuovo, a qualcosa di
inatteso e magico, a qualcosa che soddisfi, che riempia di sé, o anche qualcosa
che coinvolga sensi e cuore, e che quindi involga nel suo spazio l’attore,
colui che ama, e lo catturi nel sogno o nella speranza di giungere pienamente
all’oggetto del desiderio. E poiché l’amore è, sencondo una mia definizione
affidata ad un verso, avventura della mente e del cuore, allora è chiaro che
esso coinvolge il sentimento, sì, ma un sentimento su cui vigila, o dovrebbe
vigilare, la mente, se la mente non si lascia travolgere proprio dal
sentimento, trascinandolo via con sé, cosa che avviene spesso o, addirittura,
troppo spesso.
Vetromile affronta la trattazione
di questa tematica attraverso la descrizione della fenomenologia di un evento
(p. 39): l’amore provoca “burrasca nel cuore” che sconvolge fino allo
sperdimento dell’io che sente di aver perduto per sempre la sua strada perché
la mano dell’amata conduce altrove; perché camminare al suo fianco “è sempre /
un soffio di vento verso la gioia”; perché l’amore è fatto anche “di sguardi
furtivi / e di sogni immaginati al chiaro di luna”. Insomma la più grande
“aspettativa”, come ho detto, è l’attesa che si posiziona in un cuore e in una
mente, sbriciolando tutti gli schemi di una realtà che viene abbandonata al suo
destino perché quando si sogna, quando si aspetta, quando si invoca l’amore,
allora vuol dire che esso è “la sostanza che mi nutre l’anima”.
I testi i quali maggiormente
Vetromile ha affidato la sua visione del più grande sentimento che cuore umano
possa nutrire, sono quelli delle pagg. 39-41, nei quali l’amore viene descritto
nella sua essenza vera e profonda, cioè come inappagamento e come pienezza,
come possesso e come perdita, come sfuggevole e come duraturo, come definitivo
e come transitorio, e ancora come sogno e frustrazione, come illusione e
delusione. Insomma la sua connotazione più appropriata è quella della
conflittualità immanente nel sentimento stesso: “ombra nel cuore”, “sostanza
che nutre l’anima”, desiderio e spasimo, vero dramma dell’anima o elegia o
estasi o rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
Si passa poi a quelle sezioni in
cui la matrice ideologica è più forte, più problematica in quanto l’autore
affronta temi più complessi, che si ammantano di una connotazione ontologica.
Si passa, quindi, dal tema del tempo che “passa indifferente”, dal tempo che
“finisce e torna invano”, come a costringere il poeta a chiudersi nei suoi
dubbi, nelle sue perplessità, nei suoi “forse” chiusi nel cassetto, al tema
della poesia, misteriosa e affabile nella sua magica attrattiva: “Noi poeti /
andiamo spesso sulla luna a depositarvi i misteri / le domande le carezze i
baci mai dati // la vita che qui sempre langue e smuore / smuore / smuore / e
che nessuno mai sa” (p. 70), al tema della labilità dell’esistenza, che avvolge
il poeta nei suoi dubbi, nel pensiero dello sperdimento di sé di fronte al
reale, nei suoi dubbi che affliggono lui come ogni poeta che si dibatte fra le
sue nostalgie, le sue speranze e la presa d’atto che, purtroppo, la vita scorre
via e spesso si porta con sé il tutto che era in noi, lasciandoci, così,
stupiti o sgomenti: “Avrei voluto proseguire il sogno nel sogno / continuare i
miei passi sul mare o nel cielo.. // Avrei voluto fermare il tempo / Ma la
foglia cade ancora e sempre / Quando è autunno” (p. 83), manifestando così, il
nostro poeta, qualche aspetto crepuscolare della sua anima.
Ma la raccolta si chiude con una
quartina che, nella sua semplicità, ci rende un concetto che non esisterei a
definire drammatico: “Mi canterai dunque in un giorno di sole? / Dimmi – forse
è questa l’unica ragione / di questa attesa infinita / di una vita” (p. 85): si
tratta dello stesso testo che si trova nella dedica di pag. 6. Non è indicato
il “tu” allocutorio, nel senso che non è individuabile, proprio perché non
indicata la persona alla quale il poeta affida la custodia e la cura dei suoi
versi. Ma non è qui il dramma che si percepisce in questi versi, quanto nel
fatto che il poeta considera la sopravvivenza della sua poesia – perché di
questo alla fin fine si tratta – come “l’unica ragione / di questa attesa
infinita / di una vita”. E qui si scopre una delle più drammatiche connotazioni
dell’“attesa”, che si ammanta della speranza di non vedere i propri versi
cadere nell’abisso dell’oblio dove precipitano spesso, troppo spesso, le nostre
parole, voglio dire: le parole dei poeti. In effetti Vetromile affida proprio
alle sue parole la sua salvezza come uomo, e quindi la salvezza di tutta la sua
vita, perché da esse si aspetta il risarcimento dell’impegno e della dedizione
spasmodica alla Musa.
Io non sono tra coloro che danno,
o rifiutano, ai versi di un poeta la patente che fa accedere all’immortalità.
Ma sono uno che legge con grande impegno i versi che gli vengono affidati, sui
quali posso semplicemente esprimere un giudizio che non so neppure quanto vale.
Allora posso dire che, da lettore
assiduo dei testi di Vetromile, i suoi versi denotano una grande passione, e
questo non significa nulla in sede di giudizio valutativo, ma qualcosa vorrà
pure significare nel percorso di una vita caratterizzata da confronto continuo
con la parola; a questa, perciò, aggiungo la sua determinazione nel dedicarsi
alla poesia sempre con maggiore cura non solo all’elaborazione di una chiara
struttura del testo, a creare cioè una “tessitura” ordinata e chiara di un
componimento, ma anche a una riflessione sempre più approfondita sui concetti
da esprimere, e infine, e soprattutto, all’inveramento di tali concetti in un
linguaggio poetico ampio e consapevolmente selezionato. Ma resta da porre sul
tavolo del giudizio anche un’altra carta, che è quella che, logicamente, attira
involge o sconvolge il lettore di poesia, ed è la fantasia, quella che dà non
solo una significanza coinvolgente ed emotivamente attiva ai concetti che si
esprimono, ma anche quel calore, quell’afflato, quello spirito misterioso che
caratterizza un poeta da uno scrittore di versi.
Raffaele
Urraro,
20
aprile 2020

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