Nella silloge Proprietà dell’attesa, Giuseppe Vetromile raccoglie le sue poesie dedicate all’esplorazione delle varie possibili significazioni che il tempo, inteso come tempo vuoto, sospeso, rarefatto e pendente può assumere nel sentire di chi aspetta.
Come
l’autore stesso dichiara nella nota introduttiva, “questa raccolta di poesie è
tutta fondata sul tempo dell’attesa e sulle conseguenze più o meno dirette che
può generare in noi”.
Fin
dal titolo, è evidente come l’esplorazione del tema tocchi non solo gli aspetti
psichici e percettivi individuali, le sensazioni che l’attesa produce nel
nostro umore, ma si estenda ad una considerazione più generale e filosofica
dell’attesa in quanto condizione esistenziale che abbraccia l’intero arco del nostro
vissuto. Il termine proprietà, in esso
contenuto, può essere inteso come sostantivo plurale, e quindi riferirsi alle
varie modalità in cui l’attesa si manifesta, oppure, in modo meno lampante, ma
altrettanto indicativo, può essere inteso come sostantivo singolare con
significato di possesso, appartenenza. Ecco, noi apparteniamo all’attesa e,
viceversa, l’attesa è il solo tempo di cui disponiamo. Il tempo che ci è stato concesso è una parentesi
tra la nascita e la fine; per dirla con Amleto, viviamo un intervallo (“The interim
is mine”, trad. “L’intervallo è mio”, Hamlet,
atto V, scena ii). In questo senso, l’attesa è la condizione prevalente e
persistente del nostro esistere: senza sosta aspettiamo di fare qualcosa o che
qualcosa avvenga, di incontrare qualcuno o che qualcuno venga a trovarci, a
parlarci, a svegliarci, a consegnarci “il messaggio dell’imperatore”.
L’autore
ha suddiviso le sue poesie dell’attesa in cinque sezioni, con l’obiettivo di
fare dei distinguo tra una proprietà e l’altra dell’attendere. In effetti, le
sfumature che il tempo sospeso può acquisire sono numerose e questo libro ne fa
un’attenta ricognizione e un’analisi minuziosa e toccante.
I
pensieri che affiorano durante il tempo dell’attesa, le emozioni e gli stati
d’animo con cui riempiamo lo spazio vuoto d’azione, in cui la narrazione della
nostra vita sembra avere un arresto, costituiscono per Giuseppe Vetromile un’opportunità
di crescita e di sviluppo emotivo. Non un tempo perso, ma un’occasione da
cogliere, un territorio misterioso da scandagliare.
Nella
prima parte, Prologhi, il poeta
elabora il concetto di attesa come preludio (…
e il sogno finalmente prenderà forma). Il tono è pacato e affiorano a
tratti sembianze femminili (che l’attesa sia donna?). Qui il tempo è “il tempo
che manca” e rimanda all’idea di gestazione che, in alcuni testi, coincide con
la germinazione della poesia stessa. Il processo generativo della poesia è un
privilegio su cui incombe una minaccia: l’attesa
è un turno che non ti spetta.
La
seconda sezione è dedicata alle Aspettative,
alla speranza che riponiamo nel tempo futuro, quando ci aspettiamo ricompense,
riconoscimenti o, forse, risarcimenti. Qui, l’attesa è vissuta come una casa in
cui vivere un quotidiano opaco ma intenso, profondo. Ci sono fantasmi e
creature soprannaturali (v. Sono di nuovo
qui fra il punto e la curva che porta all’abbandono) che gettano sulla casa
ombre sinistre che inducono timori: sa di
tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto. È utile sperare?
Nel
terzo movimento, Indeterminazioni,
siamo nel cuore pulsante e fragile della raccolta, sia perché questa sezione si
colloca al centro del libro, sia perché l’attesa si configura come dubbio, come
intervallo tra due attimi; è uno spazio sfocato fra il punto di non ritorno e la tangente all’abbrivio. L’indeterminatezza
prevale sulle certezze e l’indecisione su quale strada prendere delinea
un’attesa che assomiglia ad uno stallo: …
ho frazionato il tempo in piccoli e inutili passi/e in questa città che ora mi
crolla addosso/frana anche la legge che non permette più/l’andare a capo/…
Così/ho frantumato l’attesa e il fine/inutilmente ho ridotto le mie ossa/a un
corpo che girovaga/accanto a un mito arcano e inopportuno.
Le
poesie della parte centrale, esprimono una percezione malinconica del sé, l’amarezza
di una rinuncia quasi definitiva all’attesa stessa (Noi siamo i fautori del tempo che non c’è).
La
quarta sezione si spinge oltre l’attesa e le attese. In Traguardi, i versi sono pieni di cielo, di luce e l’aria è l’elemento
predominante. La rinuncia all’attesa riserva un dono: Ora è tutto qui il mio stare/e la mia poesia. Al termine sfumato
del tempo, l’immaginazione spazia libera come un soffio di vento e il poeta,
perse tutte le illusioni, senza più speranze né aspettative, ha distillato le
ore e i giorni in un’accettazione tranquilla dell’infinito presente: I poeti non hanno più l’orologio al polso.
Il
titolo che l’autore ha scelto per la sezione conclusiva della silloge, Assecondamenti/Assuefazioni segnala un
atteggiamento aperto ad una duplice possibilità. Assecondare l’attesa non è
rassegnazione, non significa consegnarsi alla noia e rinunciare alla meta o
alla ricompensa ma è vivere tutto il tempo, anche quello sospeso, come tempo
vitale (il “secondamento” è anche l’ultima fase del parte…”). L’alternativa (o
il pericolo latente dell’assecondamento) è assuefarsi all’attesa, provarne addirittura
piacere e dipendenza: a un certo punto la
nostra anima/propagata oltre la pelle e il respiro/ed è lei che ci porta
dentro/nel viaggio verso il capolinea/come se fosse un morbido/comodo
scompartimento di treno. E al termine del viaggio, quando si smette di
aspettare perché tutto è già accaduto, si torna al principio, nel grembo della
madre che chiude ogni cerchio. In un cassetto della scrivania, l’unica traccia
tangibile e luminosa del nostro lungo attendere…
P.S.
Queste
note non sono né un’analisi stilistica né un commento critico ma,
semplicemente, riflessioni personali che corrono parallele alla lettura dei
testi contenuti nella raccolta, ricca di suggestioni, Proprietà dell’attesa di Giuseppe Vetromile.
Irene
Sabetta


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